martedì 29 luglio 2014

Penny Dreadful

Questa mi è piaciuta. Altroché se mi è piaciuta. Un difetto? Sono generosa, ve ne elenco due: primo, è troppo breve. Secondo, lascia aperti più interrogativi di quanti non ne chiuda.
Meno male che è stata già confermata una seconda stagione.
Londra, 1891. La capitale inglese non è certo un bel posto: è sporca, fumosa, violenta.
L'americano Ethan Chandler - Josh Hartnett, che normalmente non mi impressiona, ma qui è proprio bravo - si guadagna da vivere come tiratore in uno spettacolo itinerante a tema Far West quando viene avvicinato dalla misteriosa Miss Ives - Eva Green, davvero inquietante - che gli propone un lavoro per quella stessa notte.
Lui non si fa sfuggire l'occasione... e si ritrova in una tana di vampiri in compagnia di Miss Ives e di Sir Malcolm Murray - guarda chi si rivede, Timothy Dalton - e qui apro una prima parentesi: avete notato il cognome 'Murray'? Questo Sir Murray è un ricco ex-esploratore, alla ricerca della figlia Mina, che è stata fatta prigioniera da una di queste creature.
Vi suona un campanellino in testa? Anche a  me.
La scorribanda notturna frutta ai tre il cadavere di uno di questi vampiri, che deve essere analizzato da una persona competente. Ed è all'obitorio che i tre incontrano uno degli altri protagonisti: un giovane dottore dall'aria lievemente allucinata, che a tutta prima si rifiuta di interrompere il suo lavoro, e che pare ossessionato dalla ricerca. Si chiama Victor. Victor Frankenstein.
Altro campanellino? Eggià. Non sarà l'ultimo.
Perché sulle prime il dottor Frankenstein rifiuta di vedere il cadavere, ma poi si lascia convincere a iniziare l'autopsia e scopre, tanto per cominciare, che la pelle non è una pelle, ma una sorta di involucro chitinoso che, una volta rimosso, rivela dei geroglifici incisi nella carne. Che fare, allora? Semplice, fotografarli e recarsi dall'egittologo Ferdinand Lyle per farli tradurre. Costui anticipa che vengono dal Libro dei Morti, chiede se ce ne sono altri e, alla risposta affermativa (e alla conseguente richiesta di tradurre il resto), impone che Sir Murray e Miss Ives partecipino a una festa a casa sua... alla quale è presente un affascinante galantuomo di nome Dorian Gray.
Ve l'avevo detto che il campanellino non sarebbe stato l'ultimo.
Da qui in avanti non vi racconto altro, non vi ho certo detto tutto (altri campanellini suoneranno!), perché la serie va vista. Mi ha preso sempre più con l'andare degli episodi, in parte per via del dipanarsi dei misteri sul passato dei protagonisti, ciascuno dei quali ha un segreto inconfessabile, in parte per via della caccia alla creatura che tiene Mina prigioniera.
Quanto all'ottavo episodio... sono indecisa se dire che è un capolavoro o una bastardata. Probabilmente entrambe. Anche perché, fra i vari colpi di scena, ce n'è uno che proprio mi ha fatto saltare dalla sedia e che getta una nuova luce sul massacro di mamma e figlia che apre l'episodio uno, sulla scena con i lupi allo zoo dell'episodio tre e su vari altri dettagli molto piccoli ma che, alla luce di quella particolare informazione, assumono un significato ben più sinistro.
In definitiva: bella serie, troppo breve, ma, come da standard internazionali, ben recitata, ben scritta e ben girata. Ambientazione e costumi fantastici.
Se vi è piaciuto La lega dei gentiluomini straordinari (il fumetto, non quella ciofeca di film!) ve la consiglio, ma sappiate che, una volta finita, vorrete il primo episodio della seconda stagione tipo subito.

giovedì 24 luglio 2014

The Musketeers, ovvero...

...i moschettieri non sono mai stati così fighi.
La storia dei tre moschettieri è celeberrima - non è fra le mie preferite di Dumas, il mio cuore è tutto per il Conte di Montecristo - ed è stata narrata e ri-narrata in tutte le salse, almeno per quel che riguarda il primo capitolo (I tre moschettieri). Le altre due parti (Vent'anni dopo e Il visconte di Bragelonne) hanno avuto minor fortuna cinematografica e (forse) meno popolarità anche fra i lettori.
Quanto a me, diciamo che Athos, Porthos, Aramis e D'Artagnan hanno cominciato a far parte della mia vita abbastanza presto, quando ho preso a prestito in biblioteca la versione per ragazzi de I tre moschettieri. Quella, per intendersi, dove Costanza Bonacieux non è la moglie di Bonacieux, ma la figlia... insomma, una roba parecchio castigata (a dirla tutta, quando ho letto la versione integrale per la prima volta, sono rimasta sorpresa dalla scoperta che era, in realtà, la moglie!).
Per quanto riguarda i moschettieri sullo schermo, ne ho viste diverse versioni, da quella animata, a ai due film anni 70, con Micheal York che fa D'Artagnan e Richard Chamberlain - ah, Richard Chamberlain! - in quelli di Aramis. (Ho già detto che ho sempre avuto un debole per Aramis?).
E poi quella Disney, con Kiefer Sutherland nei panni di Athos (ho un debole per costui dai tempi ahimé lontani di Young Guns), ovviamente edulcorata. Non ho visto la versione 2011 - solo dei poster e delle immagini vagamente steampunk - ma devo dire che non mi attira proprio.
E poi la BBC se ne esce con questo The Musketeers.
Che non è, badate bene, la storia raccontata nel libro, ma è basato sui personaggi creati da Dumas. La prima puntata mi era piaciuta ma non così tanto da spingermi verso la visione compulsiva (cosa che è successa, invece, con Da Vinci's Demons). Poi, finite le avventure di Leonardo (e del mio prediletto Riario) e in crisi d'astinenza da serie tv fatte bene, ho rispolverato i moschettieri. E me ne sono innamorata. Ma è stato strano, eh, perché all'inizio quasi non mi piacevano: troppo giovane D'Artagnan, troppo nero Porthos (non è per essere razzista, eh), Athos e soprattutto Aramis, no, loro mi sono andati bene subito. Soprattutto Aramis (Santiago Cabrera... donne! guardate e sbavate!). Ho dato loro fiducia e i moschettieri mi hanno conquistata, tutti quanti. Il mio preferito continua a essere Aramis, ma sono tutti ottimi personaggi.
E poi c'é il Richielieu di Peter Capaldi. Ora, già Richielieu è un personaggione, ma recitato da un fior fior d'attore è veramente uno spettacolo. E, per quanto siano bravi tutti gli altri, Capaldi è una spanna sopra. (Re Luigi, però, sembra Mike Myers, dentoni e battute cretine incluse)
La serie è ben scritta, ben recitata, divertente, ben girata... insomma, il solito prodotto BBC d'eccellenza che ti fa vergognare quando poi inciampi sulle ficscion nostrane.
A quanto pare, ne produrranno una seconda stagione (compatibilmente con gli impegni di Capaldi dodicesimo Dottore) e io già non vedo l'ora.
Insomma, come ho detto, i moschettieri non sono mai stati così fighi. Guardateli, non ve ne pentirete!

martedì 22 luglio 2014

Gravity

A 600 km di altitudine dalla terra, la temperatura oscilla fra -125.5 e i - 100 gradi centigradi.
Non c'è nulla che trasporti il suono.
Non c'è pressione.
Non c'è ossigeno.
La vita nello spazio è impossibile.

Questo basta e avanza per immaginare che andare lassù richieda un coraggio da leoni.
Perché, fra te e la morte, la morte assoluta, sconfinata, gelida e inconoscibile c'è solo una sottile parete ultratecnologica di lamiera.
Uscire all'esterno, fare EVA, è ancora peggio. Quel che ti tiene in vita è la tuta: alla fine, sono fibre di carbonio.
Una problema, anche minuscolo, un dettaglio mal calcolato, un movimento nel momento sbagliato e nel posto sbagliato e sei morto. O destinato a morire - disperso - nello spazio profondo, ad aspettare di soffocare.
Lo spazio non concede seconde possibilità.
È terrificante. E Gravity spinge l'acceleratore su questa paura, portando lo spettatore a condividere l'allucinante esperienza di Ryan - una Sandra Bullock assolutamente strepitosa - ingegnere biomedico prestato alla NASA che, alla sua prima missione, si ritrova, di punto in bianco, nella peggiore delle situazioni possibili: una imprevista pioggia di detriti devasta lo Shuttle, uccide i membri dell'equipaggio a bordo e, per farla molto breve e non spoilerare, Ryan rimane da sola.
I detriti hanno coinvolto anche i satelliti per comunicazioni, quindi il contatto con il comando missione a Houston è saltato.
Perciò, nel silenzio dello spazio profondo, Ryan è sola. Completamente sola.
Tuttavia, ridurre Gravity al solito film d'avventura in cui il protagonista di turno se la cava in una situazione terribile, sarebbe riduttivo.
Perché, per come la vedo io, è anche la storia di una rinascita.
Ryan è un essere umano isolato e ferito dalla morte della figlia, che vuole intorno a sé il silenzio. Il nulla. La vicenda di Gravity è infatti il ritorno di Ryan alla vita tramite la crisi, la perdita - quella di Kowalsky, il comandante della missione, che inizialmente è l'altro sopravvissuto - e la lotta.
Ryan impara a lasciare andare - lasciar andare il ricordo della figlia, lasciar andare alla deriva Kowalsky perché in due non possono salvarsi -, impara a lottare e ritorna alla vita, dopo aver rischiato di lasciarsi morire.
La sequenza finale è semplicemente splendida e vale da sola l'intero film: la discesa nella capsula cinese Shinzou attraverso l'atmosfera, l'atterraggio in un lago, l'apertura del portello con l'acqua che entra, e Ryan che  ne esce - quando ormai la capsula è sul fondo - come da un utero, spogliandosi della tuta da astronauta come della sua vecchia vita, lei che riemerge e respira a pieni polmoni. Ancora è in acqua, non sente il suo peso, fluttua a pelo d'acqua, ma poi nuota verso la riva. Approda e finalmente sente sul suo corpo la gravità. La Bullock è bravissima anche qui a farci capire con il linguaggio del corpo la difficoltà di sentirsi di nuovo il peso addosso, non riesce a tirarsi su, cade, ma sorride e dice "No", e non resta giù, ma si rialza, si alza in piedi - una splendida inquadratura da sotto in su, nella quale sembra alta chilometri -, getta indietro la testa e le braccia, aprendo il petto (lo so che sono una fissata, ma ho riconosciuto la posizione: si fa anche nello yoga, è una posizione di apertura al mondo) e ride, muovendo infine i primi passi. È come assistere all'uscita della vita - intesa in senso lato - dalle acque, una nuova conquista della terra.
Capolavoro.
Non ho trovato la sequenza intera, solo gli ultimi fotogrammi. Ma guardate la meraviglia.


giovedì 17 luglio 2014

L'importante è non sentirli

L'altro ieri ho compiuto gli anni. Mi sono presa una giornata di stacco totale al mare, quindi avevo mentalmente rimandato questo post a ieri. Solo che ieri sono stata tutto il giorno a un terrificante corso di aggiornamento (a metà fra Operazione Geode e la gita aziendale di Fantozzi) del quale mi ero completamente dimenticata.
Così sono finita a oggi.
Io e la mia età anagrafica non siamo mai andate d'accordo. Un matrimonio difficile, il nostro: lei continua ad aumentare e io mi oppongo.
Ho sempre pensato che questo non andasse affatto bene: che il distacco fra età anagrafica ed età mentale fosse qualcosa di profondamente negativo.
Voglio dire, a trent'anni mia madre aveva già due figli ed era una persona con la testa sulle spalle e che di certo non si perdeva in storie né leggeva fumetti, né (tantomeno!) guardava cartoni animati. Mio padre, idem.
E quando constatavo quanto diversa fossi da quel che loro erano alla mia stessa età mi sentivo inadeguata. Colpita senza rimedio da sindrome di Peter Pan.
Finché dai venti si passa ai trenta, non è poi 'sto gran problema (o almeno non mi sembra tale ora). Il fatto è che, adesso, i quaranta sono dietro l'angolo. E la discrepanza età anagrafica/mentale è sempre lì.
Ci ho rimuginato in solitudine per un po', poi ho dato voce al disagio con il mio compagno. E gli ho detto che i miei anni non me li sento.
Lui si è girato verso di me, con la faccia di uno che ha appena sentito l'ovvietà del secolo, e mi ha risposto: "Guarda che il problema è quando te li senti."
E ha ragione.
Sono diversa da com'erano i miei alla mia età. Prima mi sembrava brutto. Qualcosa di cui vergognarsi.
Oggi posso dire che ne sono fiera.
Ho trentotto anni e mi piace leggere letteratura fantastica. Non mi sento scema per questo. Mi piace anche scriverla e non ho intenzione di smettere. Come non ho intenzione di smettere di guardare film di genere fantastico, di leggere manga o di essere nerd. Come non ho intenzione di smettere di sognare, di chiedermi "cosa succederebbe se?" e inventare storie per rispondere.
Questa sono io. E vado bene così.

L'immagine è presa da qui



lunedì 14 luglio 2014

True Blood. C'est a dire: anche no.

Facciamo che questa volta sono lapidaria.
True Blood è la cosa più stupida che abbia mai visto.
Stupida al punto di essere imbarazzante.
Stupida al punto di essere avvilente.
Stupida al punto di essere irritante.
Stupida al punto che, vista la prima serie, sto cercando di dimenticare la sua stessa esistenza.
Mi hanno detto che poi migliora. Però mi ha innervosito così tanto che anche no, non la guardo.
Perché mi ha innervosito?
Lo volete proprio sapere?
  1. perchè la protagonista è, in una parola, insopportabile. Mary Sue fino all'osso, è la classica bella di Siviglia che tutti la vogliono e nessuno la piglia (ma ho idea che, nel prosieguo, la piglieranno in parecchi). Sookie, manco dirlo, è speciale: è una telepate e questo, va da sé, è causa di un profondo travaglio interiore (?!). Giusto perché melius est abundare quam deficere, è orfana, ha un fratello che possiamo solo definire il non plus ultra della stupidità umana, ed è stata pure molestata da uno zio pedofilo quand'era una bambina. Sookie è egoista, insensibile, non capisce un accidente neanche per sbaglio, sceglie i momenti peggiori per dare dimostrazione - nel modo più sbagliato - di essere una donna forte e indipendente, in pratica ficcandosi nei guai e facendosi salvare all'ultimo minuto dallo spasimante di turno. Calpesta i sentimenti altrui, dichiara amore eterno a uno, ma poi non esita a ficcare la lingua in bocca - sì, ve la dico proprio chiara - a un altro senza nemmeno essere certa che l'aMMore suo sia morto. La sventola in faccia a Sam (datore di lavoro - barista - migliore amico - vittima designata della sua marysuaggine), quando sa benissimo che lui le sbava dietro, per il semplice motivo che sa perfettamente di poterselo permettere. Gli preferisce il vampirLo di turno, ma poi, quando Sam si interessa - è un modo per dirlo, in realtà fa ben altro - a Tara, la sua migliore amica, ha il coraggio di incazzarsi. All'inizio è una verginella, ma poi si rifà abbondantemente del tempo perduto. Consegnatela ai lavori forzati. E poi asfaltatela.
  2. perché il fratello della protagonista è il personaggio più idiota che abbia mai incontrato in trent'anni di libri (e serie tv). Un idiota senza rimedio. Un idiota che non ci si crede. Un idiota che va bene che la realtà supera la fantasia, ma in questo caso particolare anche no, per il bene del genere umano. Imbarcatelo su una sonda per lo spazio profondo e sparatelo via.
  3. perché la miglior amica della protagonista, la summenzionata Tara, è la personificazione del detto - vi avviso, scusate la volgarità - capire le cose dal culo. Non importa quanto la gente tenti di trattarla con affetto, rispetto e di aiutarla. Lei, in nome del passato traggico e della madre beona, ritiene opportuno trattare tutti a pesci in faccia. Legatele un peso ai piedi e buttatela a mare.
  4. perché il protagonista maschile, nonché love interest (ma in questo campo mi sa che dura quanto un gatto sull'Aurelia), nonché vampirLo, Bill è, per dirla in breve, un cliché ambulante. Bello, aitante, innaMMorato di Sookie, protettivo e anche, il che non guasta, ricco. Ovviamente si spara tutte le pose che un vampirLo come si deve è tenuto, da contratto, a spararsi. Inguardabile.
  5. perché la nonna saggia di Sookie è una deliziosa vecchietta evidentemente rincoglionita che, invece di dissuaderla, tenta di accasare la nipote con il vampiro. Forse è un sintomo di demenza senile, ma tanto la fanno fuori, quindi a un certo punto chissenefrega. Serve solo da morta come motivazione per la "trama": potevano farla fuori prima.
  6. perché Sam, il datore di lavoro, altrimenti detto "la regola dell'amico" è un personaggio senza dignità e senza spina dorsale. Sbava dietro a Sookie e lo sanno tutti tranne la diretta interessata - perché le fa comodo far finta di non saperlo. Ovviamente, di quando in quando, specie nei momenti in cui sembra dirigere le sue attenzioni altrove, Sookie gliela sventolerà in faccia e lui docile e sbavante tornerà al suo posto. Fosse un minimo furbo, scapperebbe a gambe levate, invece rimane a farsi trattare come uno zerbino e dopo ringrazia anche. Povero scemo con estremo bisogno di aumentare la propria autostima.
  7. perché i vampirLi - ed Eric in particolare - sono una massa di belle statuine che fanno del loro meglio per apparire fighe. Non fanno paura, non sono inquietanti, riescono solo a essere irritanti e, talora, vagamente ridicoli. Sostanza zero. E fascino non pervenuto. Ma sospetto che Sookie amplierà i suoi orizzonti - e parecchio - in quella direzione. Mandateli a ripetizione da Dracula. O da Lestat (ma prima che si rincoglionisse).
  8. perché la trama, in questa serie, è quella cosa che accade fra una scopata e l'altra. Mi sa che gli sceneggiatori di Game Of Thrones hanno imparato una cosetta o due, guardando questa serie. Per i personaggi, il sesso è la panacea di tutti i mali e, a dispetto di tutto quel che accade, passano un'enormità di tempo a praticarlo/rischiare di praticarlo/venire interrotti mentre lo praticano/pensare di praticarlo. Fateli vedere da uno bravo.
  9. perché il mistero delle donne uccise - e ohoh, il serial killer - è di una stupidità unica, poteva essere risolto senza tanti casini con il test del DNA, ma si ritiene opportuno, per bieche ragioni di... vorrei dire trama, ma non ne ho il coraggio... portare a casa la pagnotta, ignorare che una possibilità del genere esista. Ovviamente, i rappresentanti della legge di Bon Temps - immaginaria cittadina rurale nella quale si svolge tutta l'azione (in realtà si svolge più che altro nelle camere da letto. E nei boschi. E nei bagni) - sono quanto di più incompetente si possa trovare sulla piazza. Tant'è che il mistero glielo risolve Sookie. Cioé, non so se mi spiego... Imbarazzante.
Ovviamente, non posso non menzionare i libri. Già, perché - o giuoia o gaudio - True Blood è tratto da una serie di tredici - diconsi tredici! - libri. Ho letto il primo, in inglese.
È peggio della serie. Non sto scherzando.
Narrato in prima persona da Sookie herself - con un tono che oscilla fra il saccente, il piagnucoloso e l'autocompiaciuto - è ancora più stupido della serie. Lei è ancora più lamentosa, ignorante, egoista e insopportabile della controparte televisiva. Stiamo parlando di una telepate che si autodefinisce disabile. Penso che ci fossero modi meno squallidi per rendere interessante una protagonista, ma, evidentemente, non sono stati presi in considerazione.
Insomma, in definitiva, via i libri. Quanto alla serie, anche no.
Lo so, mi hanno detto che poi migliora. Mi hanno detto che diventano preponderanti gli elementi fantastici. Non è che non mi fidi. Però, sul serio, non posso guardare una serie la cui protagonista mi scatena istinti omicidi dopo due nanosecondi da quando compare sullo schermo (non serve neanche che apra la ciabatta).

lunedì 30 giugno 2014

Da Vinci's Demons (e The Musketeers come bonus)

In crisi d'astinenza da serie tv (Criminal Minds è finito, Once Upon A Time mi ha lasciata appesa - come sapevo fin dall'inizio sarebbe successo -, True Detective è fantastico ma dura pochissimo, Black Sails anche, l'ottava serie del Dottore inizia il 23 agosto e ho piantato a mezza via Castle e The Mentalist), ho cercato qualcosa che potesse interessarmi.
Ne ho trovate due.
La prima è Da Vinci's Demons, la seconda The Musketeer, ma di quest'ultima ho visto finora solo due episodi e me la tolgo dai piedi veloce-veloce: sì, m'è piaciuta, sì ci sono i moschettieri proprio quelli di Dumas, sì, il mio preferito è comunque e sempre quel puttaniere di Aramis (anche se Athos in questa serie ha davvero il suo perché) e, sì, va vista per il Richelieu di Peter Capaldi che si mette tutti in tasca e se ne va.
E adesso, veniamo a Leonardo da Vinci.
Dunque, per riassumere... Da Vinci's Demons è un po' un cazzatone, ma di quelli divertenti, ben girati e ben recitati.
Siamo a Firenze, Leonardo ha venticinque anni e lavora - se vogliamo dir così - nella bottega di Verrocchio ed è, beh, un genio. Di quelli che capiscono tutto al volo, che guardano le cose e negli occhi si formano grafici e progetti, insomma, di quei geni tipo il Sherlock di Benedict Cumberbatch. Leonardo è anche un gaudente, un oppiomane, uno spadaccino ambidestro e un noto casinista. È geniale - e lo sa -, irritante - e lo sa -, e vuole fare strada.
Si trascina dietro - in tutte le sue avventure - Nico, il suo apprendista e occasionale cavia (che poi sarebbe Machiavelli, eh) e Zoroastro, faccendiere ebreo che, tanto per dirne una, gli procura i cadaveri per le dissezioni.
A seguito di un incidente occorsogli da bambino e del quale conserva solo frammenti di ricordi, Leonardo finisce invischiato con una setta di sapienti, i figli di Mitra, e si ritrova sulle spalle il compito di ritrovare il Libro delle Lamine, un mitico libro che contiene... non si sa, cosa contiene, ma facciamo conto che contenga tipo tutto il sapere dell'universo. Solo che 1. non è l'unico a volerlo. Il papa stesso (Sisto IV), che non è proprio un tipo raccomandabile, è un figlio di Mitra rinnegato e vorrebbe il libro per sé e gli sguinzaglia dietro Girolamo Riario che si dice suo nipote (e in realtà è suo figlio illegittimo) ed è uno spietato assassino; 2. Leonardo si è fatto strada nella corte dei Medici, proponendosi a Lorenzo il Magnifico come ingegnere di guerra, il che vuol dire rimanere invischiato in trame e sottotrame politiche, soprattutto perché si è invaghito - diciamo così - della bella Lucrezia Donati, già amante di Lorenzo e spia di Roma.
In questa cornice c'è di tutto. Frullate realtà storica e fantasia, metteteci dentro visioni, veleni, Dracula, spie, enigmi, predizioni e profezie, tombe nascoste che nascondono segreti, samurai con la katana, gemelli buoni e gemelli cattivi, sesso droga e rock'n roll (no, vabbé, il rock 'n roll no), le famose invenzioni di Leonardo che, uscite dai suoi schizzi diventano vere e funzionanti (io mi sono beccata - finora - il deltaplano, l'antesignana della mitragliatrice Gatling, lo scafandro da palombaro e il sottomarino), aggiungete che, alla fine della prima serie, il nostro parte nientemeno che per l'America in compagnia di Amerigo Vespucci (e no, vi fosse venuto il dubbio, Colombo non l'ha ancora scoperta).
Ora, mi rendo conto che, descritta così, la serie sembra una sequela di stupidaggini, una dietro l'altra. Per essere chiara: merita la visione. È divertente, è appassionante, i personaggi sono belli e ben approfonditi (il mio preferito è Riario, by the way), se anche c'è in mezzo parecchia fantasia, va bene lo stesso, anzi, meglio. (Quando Leonardo penetra negli archivi segreti del Vaticano, il piccolo Nerd e io facevamo la ola e non vi dico perché.)
Insomma, guardatela! Non ve ne pentirete.

venerdì 27 giugno 2014

Ricordo che non è per me


Periodicamente, qualcuno che mi è molto vicino rilegge quel che ha scritto e si ritrova, frustrato, davanti alla sua - presunta, del tutto presunta - incapacità.
E, per usare le sue stesse parole, capisco che non è per me. Ricordo che non è per me.
Sono le aspettative che ci creiamo, a farci stare così.
Sono i limiti che vorremmo oltrepassare, gli obiettivi che vorremmo raggiungere - e che ci sembrano allontanarsi di dieci passi ogni volta che noi avanziamo di uno -, quel che vorremmo gli altri pensassero di noi e i dubbi che ci tormentano in merito a noi stessi.
Siamo davvero scrittori, oppure ci manca qualcosa?
Conferme, rassicurazioni, certezza di fare la cosa giusta nel modo giusto.
Una volta certi problemi me li ponevo anche io. Finché non ho deciso di lasciarmeli alle spalle.
Chissenefrega, se non è per te. Scrivi perché ti diverti, scrivi perché ti piace, e, se non ti va, non scrivere, perché quando sarà il momento giusto ne avrai voglia.
È molto retorico - e molto banale - ma scrivere è avere un bel paio di ali. Dubbi, domande e frustrazione sono pesi che ti impediscono di spiccare il volo.
Lasciali a terra e affronta il cielo.