lunedì 31 dicembre 2012

Goodbye 2012

Oh, il primo post di fine anno della Parietaria!
In genere, a me 'sti argomenti fanno un po' tristezza, ma visto che è il primo non posso proprio saltarlo.
In definitiva, il 2012 per me è stato...
...l'anno di Ultimo Orizzonte. A gennaio, eravamo nel pieno dell'editing e il 29 febbraio - più bisestile di così si muore - è uscito. Ho iniziato editando, finisco mettendo il punto a una prima stesura. Adesso la lascio a riposare e raduno le forze per finire l'altra storia rimasta a metà, poverella. E per mettere le mani su quella che da un anno aspetta la prima rilettura. E, già che ci sono, per leggermi alcuni dei manuali che ho comprato. Al resto penserò poi. 
...un anno di soddisfazioni - ehi! chi ha detto Deinos? - e nuove esperienze divertenti - sì, Hydropunk, avete indovinato, ma anche The INCIPIT, e la Piccola Bottega, e le recensioni, e le interviste e quelle robe che dici "Mannòòòòò ma allora succede davvero!". C'è stata qualche delusione e anche qualche crisi - scontrarsi con il giudizio delle persone non è mai facile. Però sono ancora qui e forse, dico forse, qualcosa ho imparato.
...un anno molto digitale e molto inglese. Ho letto meno, shame on me, ma quasi tutti ebook in lingua originale. Il mio portafoglio ringrazia e la dolce metà, che non si vede la casa invasa dai tomi, anche. (Però, il 24, Uno stupido angelo me lo sono comprato cartaceo!). Ho scoperto gli Humble Bundle (Grazie, Giovanni!) e i giveaway da mancata apocalisse (grazie Marina!).
...l'anno del Dottore, visto che mi sono beccata la monomania quest'estate.
...l'anno di Parigi, di Tutankhamon e del Louvre (e dell'iPhone rubato, sì). 
...un anno di amicizie virtuali - grazie di avermi accolto, ascoltato, sopportato, e non dico altro, perché tanto le persone con cui sto parlando sanno già tutto quello che voglio dire loro.
...l'anno della mia prima anestesia totale (e me la immaginavo davvero peggio), 
...il mio primo anno da zia,
...l'anno in cui ho convertito mio padre al digitale (YAY!). [Ieri era qui e stavamo parlando di Shogun: lui cercava l'ebook, io ho obiettato che cosa se ne faceva, aveva il cartaceo, e lui: "Eh, ma con questo faccio meglio, non mi si stancano le braccia a tenerlo su, è più comodo.". Al che - oh, non potevo proprio esimermi! - la botta gliel'ho data: "Com'è che era? Quei cosi non mi piacciono e non ci voglio leggere?"]
Infine, il 2012 è stato l'anno della Parietaria.
No, non è andata poi così male.
Come sarà il 2013? Non ho mica la sfera di cristallo!
Mi auguro che sia un anno migliore, non solo per me, ma in generale. Ora che ci siamo tolti dalle balle l'Apocalisse Maya, mi piacerebbe che ci fosero in giro un po' più di fiducia e speranza nel futuro. Mi accontento di quelle.
E tanti auguri a tutti!

sabato 29 dicembre 2012

Lo Hobbit

E va bene, l'ho visto anche io: se ne sente parlare troppo per non dargli almeno un'occhiata.
E i nani fighi, e le patatine fritte, e Gandalf che pare rincoglionito, e Radagast che ha un rapporto controverso coi funghi allucinogeni, e gli spiegoni... insomma, per uno che dice che è bello, un altro dice che - per usare un eufemismo - non sia proprio riuscitissimo.
L'impressione che ho è che questo film, oltre che un'operazione commerciale perché è ovvio che la sia, sia anche una dichiarazione d'amore che Peter Jackson fa a Tolkien e alle opere ambientate nella Terra di Mezzo. Il che non è una "giustificazione", beninteso: come dichiarazione d'amore l'ho trovata parecchio maldestra. [L'altra impressione è che il regista sia "prigioniero della Terra di Mezzo". Qualcuno lo aiuti a staccarsi, per carità, o riuscirà a fare il film del Silmarillion... e allora sì che c'è da aver paura!]
Lui infila ne Lo Hobbit anche cose che non ha potuto infilare nel Signore degli Anelli. Sono dettagli. Minuzie. E questo vuol dire che conosci la materia a fondo. E che ti piace.
Esempi?
Saruman non ha una buona opinione di Radagast - lo dice proprio ne La compagnia dell'anello: Radagast the brown! Radagast the bird tamer! Radagast the Simple! Radagast the fool!
Siccome nel film il momento in cui lo stregone bruno viene usato come esca per attirare Gandalf a Isengard non c'è (non compare proprio il personaggio), Jackson ha infilato il disprezzo di Saruman per lui in quest'altro momento. A mio modesto parere, però, l'ha fatto male. Molto male.
Perché? Perché ne La compagnia dell'anello, Saruman dice a Gandalf qualcosa del tipo: "L'amore per l'erba pipa dei mezzuomini ti ha rallentato il cervello". E lì era anche una battuta simpatica (non mi ricordo se una cosa simile nel libro ci sia. Avrei detto di sì, ma non la trovo, quindi mettiamo che sia farina del sacco di Jackson). Ma questa sui funghi allucinogeni (per non parlare dell'accenno al fatto che ingialliscano i denti) è una ripetizione e una sottolineatura inutile. È come se, avendo fatto ridere con un accenno un po' piccante, uno si aspettasse di far ridere di più con una barzelletta volgare.
Che poi la rappresentazione di Radagast sia parecchio sopra le righe e che ne Lo hobbit (il libro, dico) non compaia neanche (men che meno mezzo rincoglionito stile Ben Gunn e con una slitta trainata da teneri coniglietti), ma venga solo nominato in una conversazione con Beorn, è un altro discorso.
[A proposito, lo sapete chi è Silvester McCoy, l'attore che interpreta Radagast? Il settimo Dottore. Il Dottore è universale gente.]
Stessa cosa vale per la riunione del Bianco Consiglio. Se devo guardare alla trama del film, è una inutile deviazione, se non altro perché separa i nani da Gandalf che poi è costretto ad andare a riacchiapparli.
Cosa ha fatto Peter Jackson? Ha preso un semplice accenno che Gandalf fa a Frodo all'inizio de La compagnia dell'anello (il libro) e ce lo ha fatto vedere. Ha senso? Sauron è ripartito da Mirkwood per poi trasferirsi a Mordor e il Negromante di Angmar è il capo dei Nazgul. Ora, chi ha familiarità con i libri di Tolkien capisce di cosa si sta parlando, ma è un'informazione che non serve a chi invece non ne ha, secondo me. Confonde e basta.
Poi ci sono anche delle stronzate, sì, tipo che i nani sono usati come "intermezzo comico". Ci sono momenti, nel libro, in cui in effetti lo sono: ad esempio, quando si presentano in casa di Bilbo "a rate". Ma il troppo stroppia. C'è un solo nano che anche nella versione originale è usato come elemento comico ed è Bombur.
E il rincoglionimento di Gandalf? Eh. Difficile negarlo, ci sono momenti in cui lo stregone sembra affetto da demenza senile ed è un peccato, perché, personalmente, preferisco il Gandalf truffaldino de Lo Hobbit a quello de Il signore degli anelli (e non parliamo poi di quando fa carriera e diventa Il Bianco, lì è di una barbosità infinita). Invece, no. Rincoglioniamolo. Va bene. Non capisco per quale ragione, ma tant'è. Fra l'altro: bravo Proietti, perché l'ha doppiato proprio bene.
Invece, ho trovato molto ben fatto il personaggio di Thorin che non è gradevolissimo (anzi, è un pessimo soggetto con un pessimo carattere) e tale è rimasto. Non vedo perché ampliare il ruolo di Azog in quel modo, visto che i Nani avevano già il loro bel daffare così, ma, anche lì, son scelte, becchiamocele.
Nel complesso, insomma, mi ha soddisfatto meno della Trilogia precedente (per quanto, io salvi quasi in toto solo La compagnia dell'Anello, perché sugli altri due c'è parecchio da ridire). Ha un ritmo strano, fatto di accelerate e rallentamenti improvvisi che ti lasciano un po' perplesso. E poi ci sono alcune "ripetizioni" di scene già viste nei film precedenti (tipo Gandalf che parla con la farfalla e chiama le Aquile) che non mi hanno proprio fatto una bella impressione. Sanno di pigrizia.
Onestamente, non so se guarderò il prossimo. Forse. Ci devo pensare su. Ma tanto per questo c'è tempo.

venerdì 28 dicembre 2012

I musi della Parietaria 3: Adrien Brody

Il giorno del musO sarebbe giovedì, ma ieri si parlava del Dottore e quando c'è di mezzo lui saltano i palinsesti (ce l'avesse, uno straccio di palinsesto, questo blog!). Comunque, recupero oggi e lo faccio con un musO speciale.
Speciale perché è uno dei miei rarissimi "prototipi". In genere, non mi curo molto dell'aspetto dei miei personaggi. Spesso, non ho idea di che faccia abbiano o se gli occhi siano azzurri, o scuri, o verdi, o che. Non me ne frega proprio niente, preferisco che chi legge se li immaginia un po' come gli pare.
Però, costui è un'eccezione, perché Artibano, il protagonista di Ultimo Orizzonte, ha la sua faccia. E ce l'ha sempre avuta, fin dall'inizio. Non so bene per quale motivo le due cose siano venute ad associarsi, ma tant'è. Quell'aria da cagnone sfigato, il naso non proprio minuscolo... insomma, gli si adatta perfettamente.


Film consigliati? Il treno per il Darjeeling, assolutamente!

giovedì 27 dicembre 2012

L'angolo della monomania: Doctor Who Christmas Special - The Snowmen

E così ci siamo arrivati: lo speciale di Natale del Dottore.
Tanto per sgombrare subito il campo: mi è piaciuto. Mi è piaciuto l'episodio e mi è piaciuto il Dottore. Anzi, devo dire che Eleventh non mi è mai piaciuto tanto. 
Forse perché ha perso un po' quell'inquietante aria da Peter Pan alieno?
La storia è abbastanza classica - del resto, si parla del Dottore e di Natale - quindi: salvataggio del mondo e neve a sfare.
L'ambientazione vittoriana, però, ha il suo perché e la presenza di Madame Vastra, Jenny Flint e del Comandante Strax (al quale è affidato il lato comico della faccenda) portano una ventata di novità davvero gradita.
Altro elemento a favore è Clara, la partner di questo episodio, nonché futura companion del Dottore. (No, non se la porta via seduta stante, ma non vi dico altro, sennò è spoiler).
Oltre a dimostrare un bel caratterino - e ad essere l'unica a non cadere nel "It's Bigger on The Inside" (lei dice: "It's Smaller on the Outside") - è anche legata a un mistero perché in qualche modo che non è affatto chiaro, si tratta proprio della stessa ragazza che avevamo visto in Asylum of the Daleks. Beh, quasi la stessa ragazza. Come questo sia possibile, non lo so, ma tant'è.
[Inoltre, schiocca un bel bacio al Dottore e, diciamolo, come coppia sono decisamente più credibili - e gradevoli alla vista - che lui con River Culona Song (non si potevano proprio vedere!).]
Nel complesso, l'episodio è divertente, ben scritto e fa tutto quello che ci si aspetta: il Dottore, che dopo la perdita dei Pond si è ritirato in solitudine e non vuol più avere a che fare con i casini del mondo, viene riportato (più o meno suo malgrado) in pista. La nuova companion fa la sua comparsa e, se il buongiorno si vede dal mattino, sembra posizionarsi a metà fra Rose e Donna: con la prima ha in comune l'evidente interesse per il Dottore -  lui sembra ricambiare la cosa in un modo abbastanza esplicito, il che è strano. Con la seconda ha in comune il modo di interagire con lui, a battibecchi - anche se nessuno potrà eguagliare il mitico "Oi, watch it spaceman!". Inoltre, viene buttato sul tappeto quello che, probabilmente, è il mistero della seconda parte della settima stagione: chi è davvero Clara? E perché continua ad apparire nella vita del Dottore? Oh, lo ammetto, sono due domande cui gradirei avere risposta.
Menzioni speciali: 
1. la scala a chiocciola che sale tra le nuvole per arrivare al Tardis, che mi ha ricordato una versione metallica del fagiolo magico di Jack. 
2. Il TARDIS stesso. L'esterno è malmesso, peggio del vecchio TARDIS - quello di Nine e Ten. Malmesso e vecchio, proprio come il Dottore, devo dire. L'interno, invece, è completamente rinnovato e richiama alla mente uno dei set della serie Classica. Niente più rame e luci gialle, ma toni molto più freddi: grigio, azzurro, bianco e luci celesti. Ho pensato che simboleggiasse un po' l'atmosfera di "congelamento emotivo" in cui il Dottore si trova.
3. Le dentature degli Snowmen. Un bel po' di sorrisi Durbans da squalo. Fanno abbastanza impressione, sì. Non sono inquietanti come gli angeli (quelli Blink, però, perché le altre loro apparizioni sono molto meno memorabili).
4. La voce della Great Intelligence: è di Sir Ian McKellen. Mica pizza coi fichi, eh!

lunedì 24 dicembre 2012

Buon Natale!

Centesimo post della Parietaria, solo per augurare a tutti...

Buon Natale!

domenica 23 dicembre 2012

Una ricetta a prova di gastroimpedita: la torta di riso dolce.

Me l'avessero detto, che avrei scritto un post così avrei risposto: "Che coooosa?"
No, perché io non sono proprio donna di casa - e un po' me ne vanto - e, di conseguenza, ciò che succede nella mia cucina è a metà fra la traggedia e l'esperimento stile Viktor von Frankenstein. Però c'è una cosa: c'è che io sono golosa. Ma cosa dico golosa. Sono GOLOSA. E questa è una delle mie torte preferite. Prima me la faceva la mia mamma, ma adesso ha, come dire, smesso di viziarmi. Così mi sono arrangiata.
Questa torta, ho scoperto, è facile. Talmente facile che a farla - e non mangiabile, bensì buona - ci riesco pure io. Come dire che potrebbe farcela anche il gatto di mio fratello.
Perciò, ecco qua.
Cosa vi serve?
150 grammi di riso (io uso il Sant'Andrea), 120 grammi di zucchero (tanto per cominciare, poi vi spiego perché), la vanillina, un dito di limoncino, un limone, 1 litro di latte e... vediamo, mi sono dimenticata qualcosa? Spero di no. Ah, sì. 4 uova.
Comunque prendete il riso e lo fate cuocere al dente in acqua salata - non nel latte, no, anche se ci sono ricette in cui si fa così. Comunque, una volta che è cotto, lo scolate e lo mettete da parte. 
Poi prendete il latte e lo fate bollire con dentro un po' di buccia di limone tagliata via col pelapatate. Se volete potete metterci un pizzico di cannella, ma anche no. A gusti. E questo lo fate bollire.
Nel frattempo, mettete in una insalatiera - volgarmente detta concone - lo zucchero, le uova, la vanillina. Grattate quel che resta della scorza di limone, metteteci pure quella e sbatacchiate tutto quanto insieme. No, non serve lo sbattitore elettrico, basta una frusta (non quella di Indiana Jones!) o una forchetta. Deve venire una specie di cremina bella morbida. Intanto, già che ci siete, accendete il forno e portatelo in temperatura (180°C).
Una volta che il latte ha finito di bollire, togliete le scorze di limone e lo aggiungete nel concone alle uova e al resto. Nel frattempo, mescolate, perché sennò vi cuoce le uova. Per ultimo, il riso. Mescolate bene - perché a star lì un po' s'è ammaloccato - e assaggiate. L'impasto è molto liquido, ma va bene così.
Ora, secondo me il riso in cottura assorbe lo zucchero (o forse sono solo io che sono golosa), ma per me il composto deve essere parecchio dolce. Perciò, se vi va, aggiungete un altro po' di zucchero (un 50 grammi dovrebbe andare bene).
A questo punto, l'ultimo tocco e qui dipende da quello che avete in casa. Io avevo del limoncino - fatto dai miei con i limoni dell'orto, quindi buono a prescindere - e ho messo un dito di quello. Ci si può mettere anche la Sambuca e va benissimo lo stesso.
Fatto questo, altro assaggino - se non si sente tanto l'alcool potete aggiungere, ma attenti a non esagerare, sennò copre tutto il sapore - e mettete tutto quanto in una teglia. Non serve imburrarla, tanto poi dovete mescolare di nuovo per assicurarvi che il riso sia ben distribuito.
Ok. In forno a 180°C per un'oretta. Poi testate la cottura con lo stuzzicadenti: pizzicate la torta e, quando viene fuori asciutto, è pronta.
Potete lasciarla ancora dieci minuti nel forno spento, se vi va. Dopodiché... godetevela!

venerdì 21 dicembre 2012

Il mondo non è finito...

...ed ecco un modo per festeggiare la non-apocalisse da veri lettori, con un bel giveaway-
Mandate una mail a StillHere@nightshadebooks.com e riceverete user name e password per scaricare tre ebook apocalittici da qui: http://www.nightshadebooks.com/ebook-giveaway/
Io l'ho fatto e adesso i nuovi acquisti sono nella pancia - sempre più piena - del Sony.
Grazie a Marina per l'interessantissima segnalazione!

Il buio oltre la siepe




Boo Radley non esce mai di casa.
E la sua casa è vecchia, cadente, con il giardino mal curato e le imposte sgangherate. È un posto strano, malevolo. Sul retro, un vecchio albero di noci allunga i suoi rami oltre il muro di cinta, nel cortile della scuola. Ma lo sanno tutti che, se mangi quelle noci, muori avvelenato.
Per Jean Louise, detta Scout, suo fratello maggiore Jem, che abitano tre porte più a nord e per il loro amico Dill, Casa Radley è una continua sfida. 
Chi ha il coraggio di attraversare il prato maltenuto e andare a toccare la porta?
Chi ha il coraggio di sgusciare sotto la rete dell'orto per sbirciare dalla finestra?
E anche una fonte di divertimento: perché non mettere in scena il modo in cui il vecchio signor Radley rinchiuse Boo in casa, per sempre, senza mai più lasciarlo uscire?
Nella cittadina di Maycomb, in Alabama, negli anni Trenta del Novecento, non c'è molto altro da fare, per passare il tempo: niente cinematografo, né altro. Solo strade rosse e polverose.
Ma presto un caso eclatante scuote la vita sonnolenta: un negro, Tom Robinson, viene accusato di aver picchiato e violentato una bianca, Mayella Ewell. E Atticus, il padre di Scout e Jem, viene nominato suo difensore d'ufficio.
E a questo punto, i giochi e le fantasie dell'infanzia si intrecciano a questa storia sporca, ingiusta, una storia di razzismo e intolleranza, nella quale un innocente - no, non una innocente - finirà per essere condannato e perdere la vita nonostante la sua innocenza sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio. E nella quale i due bambini rischieranno la vita, per essere salvati da qualcuno che li ha sempre osservati, dal buio della sua casa.

I vicini portano cibo in caso di morte e fiori in caso di malattia e qualche piccola cosa fra l'una e l'altra. Boo era nostro vicino. Ci aveva regalato due bambole di sapone, un orologio rotto, un paio di monetine portafortuna e la nostra vita.

Questo è Il buio oltre la siepe, uno dei libri più belli di sempre.
Una lezione sull'infanzia, sulla tolleranza, sull'amore. E sul coraggio.

Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince.

Da leggere. E ri-leggere. E ri-leggere ancora.

giovedì 20 dicembre 2012

Sono stufa della fine del mondo!

Non si parla d'altro e da tanto, troppo tempo.
Fateci caso: se vi trovate a passare sul canale di Focus, novantanove su cento vi beccherete un documentario catastrofico. (E dire che quelli sui sotterranei delle città famose sono così belli e interessanti!). Le previsioni apocalittiche piovono da ogni angolo della rete (anche per controllare la mail c'è da farsi di ansiolitici), i programmi fantatrash nostrani, dopo averci marciato per mesi, adesso si inventano lo "Speciale fine del mondo" (ma li pagano pure, questi?).
I maya, poverelli loro, si staranno rivoltando nelle tombe, dovunque esse siano. 
(Ehi. Magari si incazzano e decidono di uscire e farci tacere, una buona volta. Apocalisse zombie in salsa maya. Non sarebbe un bello spunto per un trash-movie a basso costo?)
Comunque, il succo è:
LA VOGLIAMO SMETTERE, O NO?
Seriamente, non se ne può più. Ma perché, invece di preoccuparci per 'ste stronzate, non ci preoccupiamo di cose serie, tipo che qua andiamo in malora col botto tutti quanti e non per colpa di un asteroide, o di una pandemia, ma solo perché il nostro sistema economico e consumistico non è più sostenibile? Perché non ci preoccupiamo dell'imminente ritorno del caiNano e della mignottocrazia? Perché non ci preoccupiamo del medievalismo imperante di un paese che, invece di guardare al domani, ha la testa girata a contemplare il passato?
Invece no. Delle cose serie no. 
Della profezia maya (che poi forse è azteca non si sa, ma fa lo stesso, chisseneimporta) mescolata con Nostradamus, gli UFO, i vangeli apocrifi e chissà cos'altro sì, eccome. Ce la facciamo sotto.
Per me domani è solo il primo compleanno di mio nipote (e scusate se è poco).
Comunque, se proprio deve venire 'sta Apocalisse... invece dell'asteroide non si può fare il ritorno dei dinosauri? Almeno così mi toglierei una soddisfazione.

Buon Natale in anticipo...

per leggerlo basta un tweet... o un post su Fb!

I musi della Parietaria 2: Gary Oldman

Okay, non si può proprio dire che sia bello.
Ma.
Ha stile, classe e carisma, non venite a dirmi di no.
La sua è una specie di magia: può apparire in qualsiasi modo voglia. Fascinoso e irresistibile come un principe (oh, va bene, vampiro, ma pur sempre principe), oppure cattivo e spregevole senza se e senza ma (ve lo ricordate ne Il quinto elemento?), o, ancora, folle (JFK, quella stronzatona di Air Force One). E vogliamo parlare del suo Sirius Black? Disperato, sporchissimo eppure con ancora le tracce dell'aristocratico che era. Dopo di lui, i film di Harry Potter non sono più stati gli stessi.
Apres moi le deluge, o qualcosa di simile.
E poi... già è stata una carognata farlo morire nel libro, ma dopo che l'ha interpretato lui è diventata una carognata grande il doppio!
Riesce a risollevare - un po', non è onnipotente - perfino Lost in space, uno dei film di fantascienza più loffi di sempre.
Insomma, che lo mettiate a fare il buono o che lo mettiate a fare il cattivo, porta sempre a casa il risultato.

mercoledì 19 dicembre 2012

In lingua originale e altre amenità.

Ve lo dico subito, così non vi stupite: sarà un post confuso&felice (no, solo confuso).
È che l'altra sera, dopo aver finito di vedere Wilfred, m'è venuta una gran voglia di guardare La compagnia dell'anello.
Non foss'altro che perché nell'ultimo episodio tutti continuano chiamare Ryan "the ring-bearer" (no, non deve portare l'unico fino a Mordor, solo aiutare Wilfred a reggere gli anelli a un matrimonio). Esilarante, fra l'altro, l'espressione che fa quando se lo sente dire la prima volta, una specie di "Ancora?!".
Insomma, già ci giravo intorno prima, all'idea di riguardarlo, dopo una cosa del genere era diventato praticamente obbligatorio. Poi, considerato che Wilfred l'ho visto in inglese, ci ho pensato su e... ma perché non in lingua originale?
(Infine, ho anche scelto la Extended Version, ma su quello ci tornerò. Forse.)
Insomma, mi sono resa conto - piacevolmente - che è stato fatto un ottimo doppiaggio, sia a livello di adattamento testi che di interpretazione. Che, da una parte, era ovvio: non è mica una serie tv più o meno sfigata, è una megaproduzione, non potevano topparla. Beh, forse. Sapendo come vanno le cose nell'italico belpaese, non era poi così ovvio...
Perciò fiuuu, è andata bene, le voci sono molto buone, ma quelle vere, beh, hanno un altro fascino. (No, cacchio, l'avete sentito parlare, Viggo Mortensen? Ecco, provateci e poi ne riparliamo).
[Ma voi ve n'eravate accorti che Jackson, quando fa il cameo a Brea con la carota in mano, rutta a favore di telecamera? Io no, perché nella versione italiota gli hanno messo la sordina! Tristezza. I cinepanettoni, per non parlare dei film di Pierino, si reggono su emissioni corporali rumorose e censurano un rutto. Ridicoli.]
Comunque, dopo essermi vista il film, ho pensato: sono vent'anni che leggo e rileggo Il signore degli Anelli e Lo Hobbit. Perché non mi è mai venuto in mente di leggerli in inglese?
Detto fatto... c'è l'edizione del cinquantenario, in vendita su Amazon. (Sì, lo so che c'è quel discorsetto sul pagare le tasse in Lussemburgo che, francamente, è un'oscenità e grida vendetta in cielo, ma cosa posso farci? Ce l'hanno solo loro e Harper&Collins... e non ho capito come caspita si fa a comprare da Harper&Collins).
Sapete che c'è?
Leggere in lingua originale è diverso. Cioè, certo che è diverso, mi spiego meglio.
Non è solo il fatto che almeno si evitano traduzioni accazzo - purtroppo sempre più frequenti, specie quando si tratta di certe case editrici non necessariamente piccole - è che in lingua originale hai di fronte il testo vero, quello che non risente delle interpretazioni dei traduttori (perché c'è sempre un po' di interpretazione personale, anche quando il traduttore è bravissimo).
È come sentire la voce dello scrittore senza filtri, senza intermediazione.
The real thing.
Che vi devo dire? Ha un sapore diverso. Che mi piace di più, infatti credo che attingerò sempre di più alla fonte - con buona pace dell'editoria nostrana.
Non è per essere snob, ma fra quello che non pubblicano (perché se è un paranormal romance starring una cretina a caso lo importiamo al volo, se è un qualcosa di interessante e ben scritto non lo vogliamo manco per sbaglio), i prezzi non proprio popolari (ho ancora negli occhi i 15.99 euri per l'ebook della Rowling), e le traduzioni orende con una erre sola (avete visto quella dell'ultimo Rothfuss? Il libro ha le sue pecche, per carità, ma hanno fatto un lavoro tremendo), sapete che c'è? Arrivederci amore ciao, compro direttamente in inglese.
Tornando alla extended version (sì ho deciso che ne parlo)... quasi quattro ore.
Parecchie scene in più lungo tutto l'arco del film, particolarmente all'inizio.
Solo che... mi sa che hanno fatto bene a tagliarlo.
Diciamo che, in genere, le aggiunte hanno mandato in brodo di giuggiole me e il piccolo nerd interiore, tipo: si vede per intero l'agguato a Isildur (nella versione normale non si capiva a. come avesse fatto a finire nel fiume, b. come mai l'anello - che la scena prima era appeso al suo collo con una catenina - scivolasse via dalle sue mani). E poi c'è una comparsata di quegli spaccaballe dei Sackville-Baggins! L'intero incipit ha un tono diverso, ben più cupo: quando Frodo constata che Bilbo "nasconde qualcosa", specifica a Gandalf che se ne sta rinchiuso da solo nello studio e, quando pensa che lui non lo veda, non fa altro che sfogliare mappe e ne è preoccupato. Oppure, si vede lo stesso Bilbo cercare disperatamente l'anello prima di accorgersi di averlo in tasca. O l'incontro fra Frodo e Sam con Merry e Pipino in fuga dal vecchio Maggott avviene dopo un giorno intero dalla loro partenza e li si vede accamparsi per la notte. C'è molto di più su Lothlorien (e hanno tagliato una scena carinissima in cui Aragorn e Boromir fanno la lotta per scherzo con Merry e Pipino, prima dell'arrivo dei crebain).
Insomma, dicevo, tutti questi dettagli fanno andare in visibilio il tolkeniano doc, ma risulterebbero - penso - piuttosto pesanti per lo spettatore neofita, che non ha mai letto il libro e va al cinema attratto dal battage pubblicitario. In effetti, capisci meglio la storia ma... sono didascalici. Parecchio. E rallentano il ritmo. Tuttavia, sono contenta di averlo visto e mi appresto all'impresa di leggere The fellowship of the Ring!

martedì 18 dicembre 2012

Annunciazione! Annunciazione! I risultati di Hydropunk!

Hydropunk è finito, viva Hydropunk.
È stato divertente, faticoso e non privo di momenti di dubbio, ma lo rifarei anche domani. L'esperienza di giurata - una cosa per me nuova - mi è piaciuta davvero tanto.
Ma bando alle ciance: l'elenco dei vincitori e dei selezionati lo trovate qui.
Complimenti vivissimi a tutti i partecipanti.
Ma un plauso speciale va a Giovanni alias Mr.Giobblin che ha ideato, organizzato e reso possibile tutto questo (e ci ha pure messo di tasca sua i premi, diciamolo, cacchio!). Sei un grande!

lunedì 17 dicembre 2012

Regali digitali.

Ieri, in giro con la dolce metà in un ipermercato, ho perso il conto di quante volte ho captato discorsi del tipo "Quest'anno pochi soldi per i regali".
Lo trovo triste e un po' inquietante. 
Non tanto per il mini-regalo: personalmente, meglio cinque euro di regalo azzeccato che cinquanta di regalo fatto accazzo. Lo trovo triste e inquietante perché, in molti casi, non c'è proprio scelta: o così, o nisba.
C'è stato un periodo, qualche anno fa, in cui andavano molto i super-regali. Ecco, se ve la devo proprio dire tutta, mi hanno sempre lasciata perplessa. 
Come se fosse il prezzo la misura del sentimento che ti porta a voler donare qualcosa a qualcuno.
Ti voglio TANTO bene? Spendo TANTO per il tuo regalo.
Scusate, per me funziona in modo diverso: ti voglio TANTO bene? Cerco il regalo PERFETTO per te, anche se magari significa iniziare a pensarci con un mese d'anticipo.
Quest'anno, un po' perché soldi ce ne sono meno, un po' perché pesa l'incertezza futura (oh, non vedo proprio niente per cui stare allegri, sotto il profilo politico-economico, nel nostro paese), ho messo un tetto alla cifra pro-capite dei miei regali.
Un tetto ancora più basso di quello dell'anno scorso, intendo.
E ho trovato un altro motivo per amare gli ebook. Io ho tre Socie che adoro e che sono lettrici forti. Che hanno un reader (o che lo avranno a disposizione entro Natale). Che hanno delle fantastiche wishlist su aNobii.
In pochi click - e con una spesa contenutissima - sono stata in grado di regalare a ciascuna di loro qualcosa che so per certo essere gradito. E siccome sono sparse per la penisola, invece di dannarmi l'anima con i corrieri o le odiate Poste Italiane, facendomi recapitare le cose qui per poi ri-spedirle alle destinatarie, le ho inviate direttamente a chi di dovere.
Certo, sarebbe bello che, tipo, Amazon.it (tanto per non fare di nomi) prevedesse la possibilità di regalare gli ebook, invece di passare per il meccanismo del buono-regalo, ma non si può avere tutto dalla vita.
E se pensate che regalare un libro digitale non vada bene perché non c'è nulla da spacchettare... date un'occhiata qui e copiate qualche idea!

Red Dwarf - Dementi nello spazio

Red Dwarf l'ho scoperta da poco, anche se è tutt'altro che nuova: la prima stagione risale infatti al 1988. E il successo è stato tale che non solo è andata avanti per altre sette, ma ci hanno tirato fuori ben tre miniserie.
Ora, io sono solo alla prima - mi manca un episodio per finirla - ma devo dire che, se continua così, merita molto.
Si tratta di una serie di fantascienza, ma non sono combattimenti e minacce aliene a caratterizzarla, bensì lo humor britannico che la rende un prodotto particolarmente brillante. Ricorda un po' i Monty Python per lo spirito dissacrante e fulmineo.
La Red Dwarf - tutt'altro che nana, basta che diate un'occhiata alla sigla per accorgervene - è un'astronave mineraria. Però è successo un guaio: a causa di una perdita radioattiva (e nel corso della prima serie si capirà per colpa di chi si sia verificata), l'equipaggio è schiattato. 
Unico superstite: Dave Lister, un tecnico fannullone, confusionario e intollerante nei confronti dell'autorità.
Ora, Dave è unico, ma non solo: dopo un sonno di punizione in animazione sospesa durato un tre milioncini di anni, si ritrova in compagna di Holly, l'intelligenza artificiale della nave,  che ha un QI di 6000 - equivalente a quello di 6000 insegnanti di ginnastica, come si premura di informarci-, dell'ologramma di Arnold Rimmer, il suo superiore nonché coinquilino, la persona più spaccapalle, precisina e ligia alle regole della nave e di Cat, una forma di vita che si è evoluta da Frankenstein, la sua gatta (incinta), anche lei sopravvissuta alle radiazioni.
La serie si regge su dialoghi brillanti, sulla contrapposizione fra Lister e Rimmer, che battibeccano e si fanno lo sgambetto l'un l'altro in continuazione e sugli interventi - più che altro, le interferenze - deliranti di Holly, Cat (che, proprio come Wilfred, ha un aspetto umano ma un cervello da felino) e dei vari elettrodomestici che popolano la cabina di Lister e Rimmer e la nave in generale (soprattutto, il distributore di cibo dislessico, i robot di pulizia scioperati, il cesso a scomparsa e il tostapane che è particolarmente saccente e polemico).
Se cercate effetti speciali mirabolanti, esplosioni e avventura al cardiopalma no, non fa per voi, ma se volete divertirvi un po'... beh, dategli un'occhiata. Vi piacerà!

venerdì 14 dicembre 2012

Wilfred

Si può guardare una serie in cui uno dei protagonisti è un uomo travestito da cane? Se questa serie è Wilfred sì, decisamente si può.
L'ho scoperta da pochi giorni, per caso, quando un'amica oltremodo perplessa mi ha raccontato di averla incocciata in non so bene quale canale di Sky (no, io non ce l'ho Sky. Non saprei che cosa farmene di preciso, visto che evito la tv come la peste). 
Comunque, mi ha raccontato di un giovane avvocato che tenta di suicidarsi - ovviamente toppando in maniera clamorosa - e che fa amicizia con la bionda vicina di casa e il cane di lei. E qui ho scoperto che:
1. no, Wilfred non è il giovane avvocato che, per inciso, si chiama Ryan (interpretato da un Elijah Wood troppo stralunato per essere vero) ma il cane;
2. il suddetto cane, in realtà, non è proprio un cane. O meglio lo è per tutti, a parte Ryan. Lui lo vede - con suo sommo disappunto - come un uomo travestito da cane e lo sente parlare, anche.
Stravolto dopo il fallito suicidio - e dall'aver appena appreso che la sorella, medico, gli ha spacciato per sonniferi quelle che in realtà sono caramelline di zucchero - Ryan si ritrova sullo zerbino questa appetitosa vicina che gli chiede, per favore, se può lasciargli il cane in cortile, visto che ha avuto un disguido e deve scappare al lavoro. Lui acconsente, un po' perché lei è davvero carina e un po' perché è rincoglionito dopo una notte di ansia e insonnia passata a capire perché l'overdose di sonniferi non ha funzionato - ed è allora che finalmente vede l'animale in questione. Che però è tutto tranne che canino e gli parla - con un buffo accento - e finisce per diventare una sorta di life coach.
Però non fraintendetemi. Wilfred non è mica Lassie!
Wilfred è cinico, manipolatore, dedito a fumare sigarette ed erba - vizio nel quale coinvolge Ryan quasi immediatamente - e a molestare sessualmente più o meno chiunque (o qualunque cosa) gli capiti a tiro. Wilfred è viziato, capriccioso, ha una costante necessità di attenzione, senso di colpa di durata massima cinque secondi e una storia di sesso (anche estremo) con un orso gigante di peluche che si chiama Bear.
E se pensate che sia tutto rose e fiori e che il fragile Ryan tragga beneficio dal life coaching del cane, beh, sbagliate. E di grosso. Da questa specie di convivenza ricava più guai che altro. 
Ma anche una serie di "insegnamenti". Per un assurdo ribaltamento di ruoli, non è l'uomo ad addestrare il cane, ma il cane ad addestrare l'uomo.
Il tono generale della serie è comico, ma è un umorismo nero, che spesso ti fa ridere a denti stretti. E quando decide di affrontare temi scomodi - come quello delle molestie che Wilfred subisce da uno zoofilo - lo fa in un modo talmente serio e talmente credibile che ti fa stare male. Anche perché quel che hai sotto gli occhi sono i sintomi tipici di un essere umano abusato. Del resto, un abuso è un abuso, che lo si compia su un uomo o su un animale ed è sempre, sempre, spregevole.
Spesso, nei film e nelle serie, abbiamo animali talmente intelligenti che sembrano umani. Ecco, Wilfred sembra umano, ma è un cane. 
È evidente dai ragionamenti, dalle cose che fa (come quando usa il metal detector in spiaggia, ma non per trovare tesori. Per trovare avanzi di cibo avvolti nella carta stagnola), dalle sue abitudini.
Ora, ci sono delle serie che adoro senza se e senza ma. Quando mi succede, so perfettamente di non essere in grado di giudicarle in modo obiettivo. Firefly - a parte che è un capolavoro, c'è poco da discutere - è un esempio di come io riesca a fangherleggiare. 
Con Wilfred non sono a quei livelli.
Mi piace e mi diverte - prova ne è il fatto che mi sono già sparata tutta la prima serie e metà della seconda. Ed è scritta anche superbamente bene: avete presente quanto si deve essere bravi per giocare con le motivazioni e il background dei personaggi in modo da ribaltare l'opinione che lo spettatore si è fatto di loro?
Tanto bravi. Ma proprio tanto. Specie quando hanno a che fare con un personaggio come Wilfred che non è positivo nemmeno per sbaglio. Eppure, proprio nel bel mezzo di una qualche azione cinica, o di un qualche capriccio, gli sceneggiatori ti servono su un piatto d'argento la motivazione per la quale lui fa o dice certe cose e tu rimani lì, come un salame.
Insomma, intelligente e scritta benissimo, dicevo. Recitata altrettanto bene.
E volete un consiglio? Guardatela in lingua originale: l'accento australiano di Wilfred merita!

E se sto male mi compro un Urania.

Le cose non vanno proprio benissimo, qui, e sono - lo confesso - un pochino giù.
Niente di drammatico, in realtà, ma ti toglie la voglia di fare, scrivere, lavorare. E no, non è per il Natale che incombe (amo il Natale!), né per le profezie, maya o meno che siano: il ritorno di un famigerato politico è un'apocalisse sufficiente, per me basta così, grazie.
In ogni caso, quando sono in questo stato, ricorro al potere antidepressivo dello shopping.
C'est a dire, compro dei libri.
Ieri ho trovato questo qui, il che è, credetemi sulla parola, segno di benevolenza divina, perché Spezia è un posto un tantinello difficile per i bibliobulimici.
Ho iniziato a leggerlo - infilandolo nel turn over fra Myron Tany (ne parlerò, un giorno) e Shining (sì, lo sto studiando proprio bene) - e devo dire che mi sta piacendo.
Si tratta di una raccolta di racconti e, come al solito, Di Filippo mostra non solo di saperci fare con le parole (però in un paio d'occasioni m'è venuto il sospetto che gli abbiano un po' toppato la traduzione), ma anche di avere una fantasia notevole.
Il primo racconto - La piratessa - è semplicemente una delizia.
Così, fra un impegno e l'altro, fra un'arrabbiatura e l'altra, allento la pressione leggendo e stringo i denti per andare avanti a testa alta.
Posso dirlo in tutta onestà?
Non vedo l'ora che questo 2012 finisca.

giovedì 13 dicembre 2012

I musi della Parietaria 1: David Bowie.

Non volevo farlo, no, ma è un po' che ci penso.
Il piccolo nerd interiore è contrario (ci tiene, ha detto, che questo venga messo agli atti). Comunque, siccome comando io e lui ha diritto di parola e niente più di questo e che se ne faccia una ragione, ho deciso che sì.
Gli altri blog hanno le muse? Io ho i musi! E il primo non può essere che lui, perché ha fascino, perché ha stile, perché è stato la mia prima - devastante - cotta cinematografica.

I miei film preferiti:
L'uomo che cadde sulla Terra (magari, andate anche a scovarvi il libro: è un capolavoro assoluto).
Furyo
Labyrinth.

Eviterei Myriam si sveglia a mezzanotte che, onestamente, a me è sembrato un po' una stupidaggine (anche se lui è fico perfino lì). E poi ci sarebbe The Prestige. Ok, il film è così-così, ma... chi altro poteva interpretare Nikola Tesla?



lunedì 10 dicembre 2012

Le case infestate - tre esempi per capire.

Le case infestate, per la loro natura, sono un argomento che non passa mai di moda, nell'ambito della letteratura fantastica. Non è una questione di essere trendy, intendiamoci, solo, è innegabile che ci sia una lunga e solida tradizione in merito.
E siccome sono una insopportabile secchiona e - soprattutto - devo imparare, che ho fatto? 
Ho preso tre libri in cui la grande protagonista è una casa infestata e mi sono messa a studiarli.
Quali?
L'incubo di Hill House - Shirley Jackson
Shining - Stephen King
La casa d'inferno - Richard Matheson.

L'incubo di Hill House.
Innanzitutto, c'è da dire che la Jackson sceglie di narrarci la storia dal punto di vista di Eleanor Vance, una giovane zitella che si ritrova sradicata dopo la morte della madre cui ha fatto da infermiera per ben undici anni e oppressa da una sorella che, mentre lei si sacrificava, ha avuto il tempo di farsi una famiglia e costruirsi una vita. Il punto di vista, perciò, è quello di una persona fragile, insicura, affamata di affetto, a tratti problematica e dipendente dagli altri. Senza il puntello rappresentato dalla madre, Eleanor non è in grado di stare in piedi e cerca per tutto il libro un'altra persona cui appartenere.
Il tipo di personaggio è importante: non offre infatti una visione razionale delle cose, come potrebbe fare, ad esempio, il professor Montague, lo scienziato che ha l'idea di indagare sulle manifestazioni di Hill House.
Un primo dato importante - un elemento che, come vedremo, si ritrova in tutti i testi - è il risalto dato al primo apparire della dimora infestata. Nel caso di Eleanor, che arriva per prima a Hill House, è una subitanea sensazione di disgusto e minaccia, seguita dall'impulso (una specie di "voce interiore") che le sussurra di andarsene immediatamente, senza neanche scendere dall'auto. L'entrata in scena della casa, proprio come quella del protagonista - o dell'antagonista - è degna di nota e rimane impressa nella memoria di chi legge.
Secondo: la reputazione. Hill House ha una brutta fama. Ci viene detto, ma non ce ne viene spiegata la ragione, aumentando (com'è ovvio) la curiosità nei confronti di questo posto.
Terzo: il tipo di ambiente "interno". Prima di vedere in azione lo spirito (o gli spiriti, non è dato sapere) di Hill House, Eleanor e i suoi compagni hanno modo di aggirarsi per la casa. Hill House è costruita secondo un progetto quantomeno peculiare: le stanze, infatti, sono disposte a cerchi concentrici, per cui le più interne sono del tutto prive di finestre. Inoltre, stando a quel che il professor Montague racconta, la geometria stessa della casa è peculiare: muri non perfettamente a piombo, pavimenti inclinati, insomma, un insieme di modifiche geometriche che sfuggono all'occhio "cosciente", ma che contribuiscono al disorientamento generale e forniscono, inoltre, una spiegazione logica, ad esempio, per le porte che sembrano chiudersi da sole (è sufficiente registrare i cardini nel modo giusto, cioè sbagliato, perché non rimangano aperte).
Su tutto questo, però gravita un'atmosfera di minaccia, che opprime le persone senza una spiegazione logica.
Poi ci sono le manifestazioni vere e proprie, che potrebbero essere estratte da un catalogo di spiritismo: rumore di passi, risate di bambini, colpi sui muri, scossoni alle porte chiuse, messaggi scritti con il gesso sulle pareti, allucinazioni. Il sospetto - quasi una certezza - che ci sia una volontà esterna e maligna che cerca di separare il gruppetto di persone, in modo da riuscire a predarli con maggiore facilità.
Infine: una spiegazione, o meglio, un suggerimento su quale possa essere la radice, la causa, di tali fenomeni. Nel caso specifico, il libro che Hugh Craine, il primo proprietario di Hill House, ha lasciato per la figlia, che suggerisce un'animo violentemente oppressivo e bigotto, con immagini di inferno, punizione e dannazione eterna.
Shining.
Non è l'unico libro in cui King "gioca" con il tema della casa infestata. Basti pensare a Casa Marsten, alla dimora abbandonata di Neibolt Street, a Sara Laughs, o a casa Eastlake in Duma Key. Ma ho scelto Shining, un po' perché l'avevo già letto e mi andava comunque di rileggerlo e un po' perché è uno dei più vecchi.
Ovviamente,  L'incubo di Hill House e Shining appartengono a due epoche diverse e si vede. L'horror della Jackson è delicato, ha una qual certa raffinatezza: anche quando si tratta di scandali l'autrice non è mai esplicita e il suo testo vive più d'atmosfera e suggerimenti che di altro. Questo non si può dire per il romanzo di King, che all'immaginazione del lettore non lascia proprio niente.
Anche in questo caso, il punto di vista principale (in realtà King ne alterna almeno quattro) è quello del protagonista Jack Torrance. Anche Jack, come Eleanor, è un personaggio problematico: padre di famiglia con problemi di alcoolismo e controllo della rabbia che hanno finito per rovinargli la vita e il matrimonio. Jack ha una bassa autostima che nasconde con l'aggressività e una certa tendenza al suicidio. A differenza di Eleanor, che fisicamente non rappresenta una minaccia per i suoi compagni di sventura, Jack si trasformerà in un pericolo mortale per le due persone che dovrebbe amare più di ogni altra al mondo, sua moglie e suo figlio. In definitiva, anche qui un personaggio delle cui percezioni non ci possiamo fidare. Come per Eleanor, gli spiriti potrebbero esserci, oppure potrebbe essere tutto un parto della sua mente malata.
Questa volta, però, non abbiamo a che fare con una casa infestata, ma con un intero hotel, l'Overlook.
Il primo apparire dell'Overlook, splendidamente incorniciato da cielo e montagne è gestito in modo molto intelligente. Innanzitutto perché Danny, il figlio di Jack, l'ha già visto, in una premonizione. E in condizioni ben diverse e ben più spaventose. Perciò, immediatamente, ci vien fatto di associare l'immagine di morte che ci è stata presentata una ventina di pagine prima, con quella idilliaca che rappresenta, di fatto, l'arrivo della famiglia di Jack.
Anche l'Overlook ha una brutta reputazione. Non ci viene detto in maniera così esplicita, ma ci viene detto che ogni tanto, nelle stanze, ci muore qualcuno. E ci viene raccontata l'ultima di queste morti: una signora che si è suicidata con i barbiturici nella vasca da bagno della stanza 217 perché lasciata dal giovane amante. Che poi siano successe anche altre cose - peggiori - lo veniamo a sapere man mano per via del potere di Danny, lo shine. Di fatto è lui a raccontarci - a farci vedere - non tanto quel che è successo, quanto i risultati: sangue che cola sui muri, donne morte e nude che ti inseguono alzandosi dalla vasca da bagno, le due figlie del precedente custode, uccise dal padre a colpi d'ascia.
Per quel che concerne l'ambiente "interno", l'Overlook intimorisce per via delle dimensioni. Credo sia una reazione normale, il timore, quando pensiamo a una grossa struttura vuota... specie se è notte e ci siamo dentro da soli. King è bene attento a sfruttare questo effetto (mi viene in mente che in Danse Macabre chiama una cosa di questo genere "punto di pressione fobica"), mettendo gli accenti sui punti giusti, come quando, descrivendo l'immensa cucina, si premura di sottolineare la rastrelliera con tutti i coltelli, lucenti e acuminati... e di dirci che c'è perfino una mannaia.
Anche nel caso dell'Overlook c'è un'atmosfera di minaccia... acuita maggiormente dal precario equilibrio emotivo di Jack e dalle percezioni di Danny.
Per quel che riguarda le manifestazioni vere e proprie, diciamo che la volontà "maligna" in questo caso è molto più focalizzata ed efficiente. Conosce i punti deboli di Jack e li sfrutta - come nell'allucinazione del bar, durante la quale realizza quello che è, in fondo, il suo più grande desiderio: bere. Jack è un alcolista. Lo è anche se si è disintossicato. Vuole bere. Quella è la debolezza sulla quale puntare per fare breccia in lui. E l'entità lo fa bere. E lo rende sempre più pericoloso. Se ne appropria. Di fatto, poi, è lui a compiere il male. Le manifestazioni spiritiche sono spaventose, di certo schifose, ma non fanno male. Non fisicamente. Il male fisico, le ferite, quelle sono un compito di Jack.
Per quel che riguarda, infine, la causa dei fenomeni, si può dire che l'Overlook è una sorta di accumulatore del male e dei sentimenti negativi, delle cose brutte che succedono nelle stanze. Nato come speculazione edilizia, con infiltrazioni mafiose, è come se avesse una "radice di male", che negli anni è andata ingrandendosi e irrobustendosi. Non uno spirito, di fatto, ma molti.
La casa d'inferno.
Diciamo che rappresenta un po' la sintesi fra i due libri già visti. Stiamo parlando di una casa - casa Belasco - il che ci riporta più alla Jackson che non a King. In comune con L'incubo di Hill House c'è anche la "spedizione di studio" che porta i protagonisti ad avventurarsi al suo interno onde registrarne e analizzarne i fenomeni, in cerca di una prova certa dell'esistenza di attività soprannaturali. Matheson, infatti, sviluppa meglio quello che nel libro della Jackson è più un'embrione di idea che altro: i suoi personaggi sono tutti professionisti riconosciuti nel campo del paranormale e l'impronta "scientifica" è molto più calcata.
Come Hill House, anche Casa Belasco ha una brutta reputazione. Ci viene lasciato intendere che ci sia scappato il morto o anche più d'uno. Addirittura, il vero protagonista, Ben Fischer, ex-bambino-medium prodigio è l'unico sopravvissuto di una precedente spedizione "scientifica" a casa Belasco.
L'ambiente interno di Casa Belasco è quello più esplicitamente minaccioso: quando il dottor Barrett, sua moglie Edith, la medium Florence e Ben arrivano non riescono nemmeno ad aprire il portone. E quando finalmente riescono ad entrare si accorgono che sono senza luce elettrica perché il generatore è saltato... e che dovranno arrangiarsi con le candele. Quando l'ho letto ricordo che ho pensato: "iniziamo bene... ma che ci state a fare, lì? Tornatevene indietro!"
Il complesso delle manifestazioni spiritiche è analogo, più o meno, a quello della Jackson: porte che sbattono, rumore di nocche che bussano, ma anche apparizioni di fluido ectoplasmatico, scrittura automatica e possessioni e apparizioni veere e proprie, ma sono molto più pericolose, grazie al fatto che la volontà maligna, questa volta, non solo ha un nome e una faccia, ma è estremamente acuta, intelligente e mortale. Dei tre è quello che - personalmente - mi ha fatto più paura. Ci sono stati momenti in cui ho dovuto proprio smettere di leggere e prendermi una pausa.

Cosa ho capito da questi paragoni?
1. che la prima apparizione della casa stregata dev'essere importante ed evocativa. Si deve "sentire a naso" che quello è un postaccio e che i personaggi, se avessero un minimo di cervello, se ne tornerebbero a casa.
2. che ci vuole una brutta fama. Questa contribuisce a rafforzare l'idea che è un posto da cui stare alla larga. Fra le tre, devo dire che preferisco quella di Matheson. Che Casa Belasco è una minaccia lo si capisce non appena viene nominata. L'autore non si limita a renderlo chiaro: lo rende quasi tangibile.
3. che l'ambiente interno deve disorientare. Hill House, l'Overlook e Casa Belasco contengono, tutte e tre, l'idea del labirinto, anzi, l'archetipo del labirinto. Ora, questo è probabilmente una questione personale, trovo il labirinto parecchio inquietante: non riuscire a orientarsi, non riuscire a uscire e, in definitiva, a fuggire. Solo a scrivere queste parole mi sento a disagio.
4. che le manifestazioni soprannaturali devono essere focalizzate quanto più possibile al male dei protagonisti. L'entità deve rappresentare un pericolo reale. E mortale. I personaggi devono essere braccati e messi sotto pressione psicologica non meno che fisica. Non a caso, in tutti e tre i libri i protagonisti sono spezzati, in bilico sul baratro della pazzia o del fallimento: Eleanor, Jack e Ben sono tutti personaggi in crisi d'identità che si trovano in una situazione che li porta oltre i limiti della sopportazione.
5. che bisogna avere il coraggio di scrivere cose che spaventano te per prima e andare fino in fondo. Questa è forse la cosa più importante, la più difficile ed è anche quella da cui non si può prescindere. 

Ad aggiustare la prima apparizione della tua personale casa infestata ci puoi riuscire: un buon B-reader, un bel lavoro di revisione... non è impossibile. Anche costruire una brutta fama è fattibile. Non dico facile, ma fattibile. Però per quel che riguarda i punti 4 e 5, ecco... ho l'impressione - no, anzi, sono convinta - che la tecnica non basti.
Che si debba avere il coraggio di scoprire quali sono davvero le cose che ci spaventano, quelle che allignano nel buio sotto il letto, in quella stanza dentro di noi dove siamo ancora dei bambini.

sabato 8 dicembre 2012

Once Upon A Time 2x09 - Queen of Hearts

Ho visto il midseason finale lunedì, ma solo oggi ho tempo di buttare giù le mie quattro righe di commento.
Nel complesso, direi che l'episodio funziona più per il ritmo sostenuto che per altro, visto che è abbastanza prevedibile.
Ci sono parecchie scene d'azione e ci ritroviamo a guardare una sorta di corsa a ostacoli, nella quale le due squadre in gara si sorpassano l'una con l'altra in un testa a testa serrato.
Prima sembrano in vantaggio Cora e Hook, visto che riescono a imprigionare l'allegra combriccola delle sciagattate nella cella di Rumplestiltskin. Ma poi loro evadono e partono all'inseguimento, fino a raggiungerle nel solito lago prosciugato, quello della sirena, lo stesso in riva al quale Lancillotto nelle inediti vesti di pastore del sacro ordine del WTF ha sposato Biancaneve e l'idiota senza rimedio. Siamo sempre lì col conto: tutto è a distanza comodamente percorribile a piedi (a passo svelto).
Nell'episodio non mancano le spiegazioni.
Se, per esempio, vi stavate chiedendo: "Ma come caspita ha fatto Hook a prendere il cuore di Aurora?" ecco che oplà, la risposta: per colpa di Regina (avevate dubbi?).
Oppure: "Ma come mai il mondo delle fiabe esiste ancora, se Regina aveva detto che non era possibile?" Per colpa di Cora (avevate dubbi?).
Nel gioco di rimandi fra passato e presente - che è poi quello che ti invoglia ad andare avanti nella visione, perché stuzzica l'appetito meglio di un aperitivo - apprendiamo che Regina e Hook si sono conosciuti, quando lui ha tentato di carpire a Belle, prigioniera di Regina, il segreto per uccidere Rumplestiltskin, che lei l'ha ingaggiato per uccidere sua madre e che sì, come si sospettava, Cora è proprio la Regina di Cuori di Wonderland.
Nel frattempo, a Storybrooke, mentre Sua Suprema Idiozia se la dorme, la strana alleanza Regina-Rumplestiltskin continua a funzionare, anche se l'impressione è che lui stia sfruttando la debolezza emotiva di lei per convincerla a tornare, di fatto, alle vecchie (brutte) abitudini.
Non ci riesce per via di Henry: per amor suo, Regina si sacrifica e salva - una volta tanto - la situazione.
E cosa ottiene? Un abbraccio, un ringraziamento e poi viene lasciata indietro mentre tutti vanno a far festa. E lì arriva Rumplestiltskin: "Congratulations, you've just reunited mother and son. Maybe one day they'll even invite you for dinner". Questo sì che è affondare il coltello nella piaga. E con gusto, pure.
Insomma, per quanto mi riguarda è stato piacevole da guardare ma senza infamia e senza lode.
Ci sono un po' di domande nuove, tipo, perché Cora non è riuscita a tirare via il cuore di Emma? E, ovviamente, una classica: cosa succederà adesso che Cora e Hook sono arrivati?
Per il resto, menzione d'onore all'apparizione sul lago della nave di Hook sul lago, vele al vento fra la nebbia.

venerdì 7 dicembre 2012

Gente che non ha capito un cazzo del digitale.

Stamattina mi arriva, come ogni mattina, la mail di una libreria on line con le offerte-lampo e le pubblicità delle nuove uscite digitali.
Come la penso sul discorso sconti lampo l'ho già detto e non lo ripeto, voglio raccontarvi qualcos'altro.
Perché oltre al solito libro a € 0.99, c'era la pubblicità - spacciata come fosse un'occasione imperdibile! - dell'ultimo capolavoro di una notissima - nota è dir poco - scrittrice.
In ebook.
Protetto da Adobe DRM.
A 15.99€.
Ecco, voi della grande c.e. che pubblica questo testo, lasciatevelo dire.
Del digitale non avete proprio capito un cazzo.

lunedì 3 dicembre 2012

Le case stregate

Sono una fifona.
Sono quella che non ha (e probabilmente non avrà mai) il coraggio di guardare L'esorcista (ma il libro l'ho letto e già mi ha spaventata a sufficienza).
Sono quella che si è messa a strillare, quando leggevo per la prima volta Le notti di Salem, perché mia mamma aveva appeso una vestaglia alla finestra e io, svegliandomi di soprassalto e vedendola lì, ho pensato a Danny Glick che svolazza fuori dalla finestra di Mark.
Nella mia personale classifica delle robe spaventose ci sono:
  1. Le possessioni demoniache.
  2. Le case stregate.
  3. Gli zombie.
(No, i vampiri no, se si escludono quelli di King. E anche lì, non è tanto il vampiro in sé e per sé a spaventarmi, quanto la viralità della minaccia, il suo espandersi troppo velocemente, il suo essere di fatto inarrestabile. E, di conseguenza, il sentirsi impotenti di fronte ad essa. In questo senso, che siano i vampiri de Le Notti di Salem o Captain Trips de L'ombra dello scorpione fa poca differenza. È la stessa ragione per cui mi spaventano gli zombie).
Per le case stregate il discorso è un po' diverso.
Non c'è viralità, non c'è moltiplicazione fuori controllo, ma una minaccia molto concreta e nello stesso tempo evanescente, per cui sei vulnerabile ai suoi attacchi e non hai alcun modo di contrattaccare. Senza contare il "comparto soprannaturale" che a me, da sempre, fa molta paura.
Dal punto di vista della lettura, la mia prima esperienza è stata Shining. Le atmosfere cupe, allucinatorie dell'Overlook Hotel mi hanno regalato ben più di un brivido. Ancora adesso ricordo con particolare chiarezza il giardino con le siepi a forma di animale. (Ho udito vociferare di un seguito con Danny adulto, ma non sono molto convinta di volerlo leggere...)
Poi mi sono imbattuta in La casa d'inferno, di Matheson.
Sebbene il buon Richard esageri nel descrivere orge e nefandezze, devo dire che Casa Belasco è un incubo  molto ben riuscito. Da qualche parte ho letto che è proprio a questo romanzo che King si è ispirato nel creare l'Overlook. Non so se sia vero, ma, nel caso, ha imparato proprio bene.
Ieri ho iniziato a ficcare il naso in L'incubo di Hill House, di Shirley Jackson, romanzo classe 1959. Sono curiosa innanzitutto di vedere se c'è - o meno - una qualche differenza nell'horror scritto da una penna femminile, piuttosto che da una maschile e poi, insomma, si tratta di un libro che comincia ad avere un'età. Voglio vedere come invecchiano, libri di questo genere.
E magari imparare qualcosa di come si struttura un romanzo horror.

sabato 1 dicembre 2012

Un bastimento carico di... Once Upon A Time

Una delle cose che mi mancano a novembre sono le serie Tv. Con il NaNo di mezzo, la sera si scrive, senza se e senza ma. Così ieri - avrei dovuto scrivere e finire, ma sono arrivata a casa alle otto e venti ridotta un tappetino da bagno - mi sono rilassata recuperandomi le puntate che ancora non avevo visto di Once Upon A Time (per Criminal Minds, Castle, Downton Abbey, The Mentalist e Grimm ci sarà tempo. Inoltre, vorrei dare un'occhiata a Battlestar Galactica Blood&Chrome, ma sto divagando ancora...).
Ero rimasta alla quinta (The Doctor) e quindi mi sono beccata sesta, settima e ottava.
Ma andiamo con ordine.
2x06: Tallahasse. Non è male: nel tentativo di trovare il modo di tornare a Storybrooke, Emma, Biancaneve e company, con la collaborazione di Hook, devono fregare una bussola d'oro all'ultimo dei giganti, sì, quello della favola del fagiolo magico.
C'è da dire che Hook sfodera tutta la gnokkaggine. Il personaggio ha fascino, è adeguatamente complicato, non sai mai se mente o dice la verità e l'attore, beh, secondo me ci marcia e si diverte. Ci voleva un tipo così per compensare l'impiastro (sì, sto parlando di Charming). Comunque, fra lui e Rumplestiltskin, Rumplestiltskin tutta la vita. E poi, veniamo finalmente a sapere qualcosa del passato di Emma e abbiamo conferma di ciò che si sospettava da un pezzo: il tizio nel primo episodio è proprio il padre di Henry. Che sia anche Baelfire sotto mentite spoglie? Probabile, altrimenti non mi spiego come faccia August a convincerlo così in fretta che Emma ha davvero il compito di spezzare una maledizione. Che poi, ma dove accidenti è finito, August?
2x07: Child of the Moon si focalizza su Ruby e ritira fuori il malvagio "padre" di Charming dalla naftalina, ricordandoci che nell'albo professionale dei cattivi c'è anche lui, che paga la quota di iscrizione e quindi ha diritto alla sua fetta di visibilità. E la sfrutta, c'è da dirlo, anche se io lo prenderei a calci nel sedere da mane a sera. (Oltretutto, ma poveraccio, quell'attore: è condannato a fare sempre la parte del ricco stronzo di mezz'età!). In definitiva: trovano la polvere di fata, ma tanto il cappello di Jefferson va distrutto perché Charming non ha l'intelligenza di tenersi ben stretta la cosa più importante che ha - o quantomeno, di chiuderla in cassaforte! Charming, sei un idiota senza rimedio.
2x08: Into the Deep è un'altra puntata riuscita a metà e per diversi motivi.
Primo: va bene che gli zombie sono di moda, ma... li dovevate infilare pure qui? Senza sfruttarli a dovere, secondo me. Non fanno paura, non fanno schifo. Bah.
Secondo: la visione di Rumplestiltskin che tesse le lodi del ketchup con un piatto di hamburger e patatine davanti mi ha uccisa. E va bene che l'aveva promesso a Belle, la quale ha sempre più l'atteggiamento da provincialotta venuta giù con la piena, ma dai, non si può vedere. Meno male che arriva Regina e almeno mi risparmia la visione di lui che, tutto vestito stiloso, mangia le patatine con le mani. (Ok, lo scambio fra lui e Regina è forse l'unico momento davvero riuscito di tutta la puntata).
Terzo: per quanto riguarda l'allegra combriccola di sciagattate - mi piace, credo che d'ora in poi le chiamerò così - onestamente, tutto 'sto cammina cammina nella foresta un po' m'ha stufato. Ma va bene, passiamo oltre. Arriviamo al più grosso meh di questa parte.
Mulan non solo ha il complesso del cane da guardia, ma ragiona pure come un cane. Che di Emma e Biancaneve non gliene fregasse una beneamata era ovvio, ma, per essere ancora più chiari, le pianta in asso in mezzo agli zombie per fuggirsene con Aurora. Perché la deve proteggere, eh. Perché (ripetiamo tutti in coro) l'ha promesso a Philip.
Se mai si sveglierà, la premierà con un biscottino. O con altro (ok, no, questa è cattiva).
Ovviamente, va da sé che combina un casino e gli zombie rapiscono Aurora.
E, dopo la scena di Biancaneve che capisce il linguaggio del corvo (uccidetemi, uccidetemi ora), si viene a sapere che hanno tempo fino al tramonto per consegnare a Cora la famosa bussola se vogliono rivedere viva Aurora.
Mulan - se non s'è capito, non la sopporto, è un personaggio inutile - vuole, ovviamente, obbedire. Senza nemmeno prendere in considerazione un piano alternativo. 
Perché? Perché ho promesso a Philip di proteggerla.
E su questa base mandiamo pure la logica a farsi benedire: vai a dare a Cora l'unica cosa che vuole... perché sì, ceeeerto, sicuro, guarda, che lei manterrà la sua parte di patto e vi lascerà andare. 
Mulan, ho sbagliato, non ragioni come un cane. Hai il quoziente intellettivo di una tapparella.
Le altre due, il mio grado di sopportazione nei loro confronti si sta abbassando parecchio, invece, vogliono tenersi la bussola e salvare Aurora. E Biancaneve si fa venire in mente che anche lei può andare a incontrare Henry nella stanza infuocata e farsi dire come caspita fare per imprigionare Cora. Come? Con la polvere stordente di Mulan.
Ma... colpo di scena! Non ce n'è più: l'hanno usata tutta per il gigante.
"E allora fanne dell'altra!", ringhiano all'unisono Emma e Biancaneve che probabilmente pensano pure razza di scassapalle, se non scappavi via da sola non eravamo in questi casini!
Ma può qualcosa andare liscio? No. Perché "Non ci sono più papaveri per produrla" (immagino siano quelli del prato del Mago di Oz, by the way). 
"Beh, quasi più", si corregge Mulan sentendosi vagamente minacciata dalle altre due che hanno impugnato le armi e gliele puntano contro. "Ci sarebbe un posto, l'ultimo posto dove spuntano, ma è un bel viaggio", precisa la cinesina.
"Ce la facciamo per il tramonto?", domanda Biancaneve.
"Sì se ci sbrighiamo".
Okay.
Ma possibile che sono giorni che vagano in questa foresta infinita e poi hanno tutto a portata di mano? Autori, evvabbene che the show must go on, ma così mi sembra un po' troppo!
Comunque, in definitiva: mentre loro sacrificano l'ultimo papavero causando senza rimorso l'estinzione della specie, Aurora viene liberata da Hook che le racconta un sacco di palle. La principessa se ne va bella bella e giuliva, per ricomparire magicamente giusto in tempo per impedire che Mulan finisca sgozzata da una Biancaneve un tantino nervosa. Anche lì, foresta infinita ma questa le trova subito, nonostante le tre abbiano girato come trottole. Le ha tracciate con il GPS? Forse.
In realtà, però, si scopre che Hook le ha preso il cuore e l'ha trasformata nel robottino telecomandato di Cora. Ah beeehhhh...
Ho lasciato per ultimo il quarto motivo per cui la puntata non mi ha convinta. Che è sempre il solito. 
Lui, il principe del LOL.
Ora, sarò cinica io, ma a me 'sta cosa de "I will always find you" ripetuto alla nausea è venuta a noia. Evvabbene, tu sei il salmone e lei il tuo fiume e c'hai l'imprinting, siete meglio di una coppia di segugi, abbiamo capito, cheppalle, andiamo oltre! 
Comunque, lui - con il solito sfoggio di rara intelligenza - si fa maledire perché: "Henry non rischia ad andare nella stanza infuocata interdimensionale de 'sta ceppa, io vedo Biancaneve, che lei c'è perché lo so, perché c'ho l'istinto, perché io e lei siamo una cosa sola, le dico come fare a sistemare Cora, lei mi bacia - il vero amore, sì - e io mi sveglio". Un geniaccio, davvero.
Sì, bravo, peccato che il tuo corpo non è lì, ma nel negozio di Gold e come fate a baciarvi senza labbra? Strano che né Regina né Gold si siano accorti della lieve falla nel ragionamento. Secondo me l'hanno fatto apposta.
Ora che lui è impossibilitato a fare lo sceriffo dei miei stivali e a tenere sotto controllo la brava gente di Storybrooke mi domando cosa succederà. Del casino, immagino.
Un ultimo appunto. In genere gli sfondi in computer grafica sono molto belli e ben fatti. Ma la scena del principe del LOL che salta la barriera infuocata per andare dalla sua bella è una delle peggiori che abbia mai visto.
Vabbé, domani c'è la puntata nuova, Queen of Hearts (ovvio riferimento a Cora la quale, immagino, è stata sbalzata nel Paese delle Meraviglie quando Regina se l'è tolta dalle scatole la prima volta). 
Si tratta del midseason finale. C'è da aspettarsi un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni... che si interromperà con un cliffhanger. Mettersi il cuore in pace, please.

venerdì 30 novembre 2012

Una segnalazione veloce veloce...

Qualche giorno fa, sul sito di WD è uscito questo.
Il concorso ha un tema interessante (e il premio non è da buttar via, viva la sincerità).
Sallatelo!

mercoledì 28 novembre 2012

La scoperta dell'acqua calda: Solaris

No è che a volte scopro proprio l'acqua calda, io.
Quante volte ho letto/sentito dire che Solaris è un capolavoro? Infinite.
Poi ieri inizio a leggerlo e "Ooooh! Ma è un capolavoro!"
Maddai? Brava, hai vinto una medaglia d'oro con su scritto: "Sei una cretina".
Solaris è uno di quei libri che ti fanno dire: "Cazzo, la fantascienza è tutto".
Non tutto nel senso di "tutto quello che posso desiderare" (sono scema, ma non così scema), ma nel senso che è onnicomprensiva. 
Dentro ci trovi filosofia
Pensateci un momento. 
Riflessioni sul presente e sul futuro. Il rapporto uomo/macchina. La natura dell'intelligenza. Cosa vuol dire essere "umano" e cosa rende umano l'uomo.  Cos'è dio: un essere altro da noi, una superintelligenza aliena...
Insomma, tutto. Avete presente tutto? Ecco, quello.
Ora, Solaris è un pianeta. Un pianeta ricoperto completamente da un Oceano, che però non è proprio di acqua, ma lo vediamo poi. Su Solaris gli uomini hanno una Stazione. E lì approda Chris, il protagonista, che è uno psicologo, ma questo lo veniamo a sapere dopo. Chris arriva, sparato giù a bordo di una capsula abbastanza claustrofobica dalla nave Prometheus, e trova una situazione parecchio incasinata. 
Dei tre scienziati con cui deve prendere contatto uno è morto suicida, uno si è chiuso nel laboratorio "a lavorare" e non c'è verso di tirarlo fuori e il terzo sembra proprio fuori di testa e blatera avvertimenti vaghi su incontrare qualcuno di inaspettato e non fargli del male. Dato che la popolazione umana di Solaris sono solo loro tre - quattro col morto - sono assurdità.
Però, forse, tanto fuori di testa non è, perché Chris inizia a vedere in giro cose strane, cose che non dovrebbero esserci: prima una specie di Venere nera primitiva, poi Harey, la sua ex, che, scopriamo, si è suicidata dieci anni prima. 
A quanto pare, l'Oceano, no, un Oceano non è: è un'unica, enorme creatura composta di protoplasma, senziente e, in un qualche modo che nemmeno gli scienziati hanno ben chiaro, telepatica. E le strane cose che Chris vede sono dei costrutti a immagine e somiglianza di ciò che loro desiderano e, nello stesso tempo, temono. Una materializzazione senziente dei ricordi, che non è cosciente della propria vera natura ed è smarrita, confusa, impaurita.
Che si ripete, riproposta all'infinito, ogni volta che gli uomini, con l'astuzia o con la violenza, tentano di liberarsene.
Non ho ancora finito il libro, in realtà vorrei tuffarmici anche ora ma non si può, però è davvero stupendo. Profondo, intelligente, a tratti doloroso.
Il rimorso, la perdita, l'accettazione della parte oscura che ciascuno di noi ha... tutto questo viene portato alla luce, non c'è modo di fuggire, tu spazzi via quelle cose ed esse ritornano, inconsapevoli, oltretutto, delle tue azioni, come in un videogioco con le vite infinite.
Cosa vuole, l'Oceano? Torturarli? Studiarli? Comunicare con loro nell'unico modo che gli è possibile? 
Cos'è l'Oceano? Un'unica macrocellula da miliardi di tonnellate? Un dio menomato, onnipotente ma non creativo, che procede per imitazione?
A questo punto, conta poco il genere, conta poco che siamo su un altro pianeta e in un lontano futuro: il centro è l'uomo. L'animo umano.
Assolutamente da leggere.

martedì 27 novembre 2012

NaNo-WIN


Stasera ho tagliato il traguardo delle 50K. Sono una NaNo-winner!
Devo dire che, di tutti e tre gli anni di partecipazione, questo è quello che è andato più liscio.
Nel 2010, l'undici novembre, mio fratello ha avuto un bruttissimo incidente - fortunatamente risolto bene, ma credetemi: qualcuno da lassù deve averci messo una manina. Ovvio che non avessi né il tempo, né la voglia di scrivere. Quando le cose hanno iniziato a "normalizzarsi" (virgolette obbligatorie: si è fatto mesi di degenza) il NaNo mi ha aiutata a scaricare stress e tensione e sono riuscita a concludere.
Nel 2011 ci ha messo lo zampino il lavoro: alluvione il 25 ottobre e ho finito di fare la volontaria verso metà novembre. Sono arrivata in fondo letteralmente all'ultimo minuto, alle undici e cinquantotto. Mi sono regalata le spilline e Scrivener (e rimpiango ancora oggi di non aver comprato la mug).
A confronto, quest'anno è stata una passeggiata di salute. Intanto, avevo una storyline, per quanto flessibile, e poi il massimo contrattempo sono state due sere con il mal di testa.
In realtà, poi, le cinquantamila parole non mi sono mai bastate, ma va bene così. Tanto non mi bastano mai, prolissa come sono.
La storia del 2010 è finita. Va rivista, non appena sarò nel mood giusto.
La storia del 2011 è poco oltre la metà: stavo scrivendo quando è arrivata la notizia di UO e ho dovuto interrompere. Concluso quello, ho ri-iniziato a lavorarci... quando è arrivata la Sentinella. Dopo la Sentinella, Il sonno del faraone. Risultato? Il povero first draft è ancora lì che aspetta di essere concluso.
Anche la storia di quest'anno sbrodolerà oltre, ma mi sono imposta di finire il first draft il 30 ed è esattamente quello che intendo fare.
In altri termini, "da domani di nuovo sotto con le duemila parole al giorno". Non manca molto: giusto l'epilogo.
Ci sarà tempo per riscrivere, tagliare da una parte, rimpolpare dall'altra, consolidare le linee narrative che sono venute fuori durante la stesura, lavorare - ancora e sempre - sui personaggi. Non mi spaventa: è una fase del lavoro che amo molto.
Sono contenta di aver partecipato: era troppo tempo che non riuscivo a dedicarmi a un progetto con tanta costanza. Mi ha fatto bene: mi sento come quando esco dalla piscina dopo aver faticato. 
Stanca nel corpo, ma in pace con me stessa. A volte è l'unica cosa che conta.

Un buon libro.

Uno pensa che le recensioni più piacevoli sono quelle in cui ti fanno i complimenti senza se e senza ma. Quelle in cui ti dicono che il tuo libro è supercalifragilistichespiralidosamente fantastico e non c'è nessuno che scrive come te al mondo e che "ma dove sei stata, tutto 'sto tempo"?
Lo ammetto: sono dei bei grattini all'ego.
Però.
Non è per distinguermi, né per fare la precisina della fungia (cit.): è che io sono sempre pronta a pensare il peggio di quel che scrivo. E quando dico il peggio, intendo proprio Il.Peggio.
Perciò, quando fanno i complimenti, come dire, mi ritrovo a pensare che il recensore sia stato troppo buono. Vado più d'accordo con recensioni in cui si sottolineano pregi e difetti. (Questo non significa che poi io non mi fustighi in separata sede perché avrei dovuto fare meglio). 
Con quelle che sottolineano solo difetti vado d'accordissimo, nel senso che credo a ogni singola sillaba e, di conseguenza, inizia il tour nel magico paese del Faccio-Schifo-Dovevo-Rimanere-Inedita.
Questa, che ho scoperto oggi, mi ha resa felice.
Per alcuni aspetti, le mie scelte - stilistiche e di trama - non hanno convinto il mio recensore. E alcuni dei suoi appunti non hanno convinto me (altri, invece, sì).
Ma c'è una singola, singola frase che mi ha fatto toccare il cielo con un dito: Ultimo Orizzonte è un buon libro.
Scusate se è poco!

lunedì 26 novembre 2012

Aggiornamento NaNoso 2

Ci siamo quasi. Qualche parola più di duemilacinquecento mi separa dalla vittoria... anche se probabilmente per la conclusione me ne serviranno sessantamila, anziché cinquantamila.
Poco male. La soddisfazione di concludere la prima stesura (anche se fa così schifo che, probabilmente, vorrò strapparmi gli occhi quando la leggerò) non è paragonabile con nient'altro, per me!

Sing for Absolution

Sono di corsa, ma voglio condividere quello che sto ascoltando in loop stamani. 


(Scommetto che nessuno si spiega come mai il video mi piaccia tanto, eh?)

domenica 25 novembre 2012

Aggiornamento NaNoso!

In questi giorni, fra lavoro e NaNo, ho abbandonato un po' questo minuscolo angolo di cyberspazio.
Anche stasera, a dire la verità, sono qui piuttosto di corsa: sto cercando di rilassarmi un attimo prima di dare la scalata alle quarantaquattromila parole.
Ormai siamo in fondo: la barra blu del Word Count (quella sul sito del NaNo, l'altra, qui accanto, è rossa) è quasi piena. E non è stato facile, ieri ho tirato fuori più di quattromila parole per rimettermi in pari, dopo che tutta una serie di sfighe di vario genere e tipo mi avevano messo il bastone fra le ruote.
Comunque, ce l'ho fatta: sono tornata in carreggiata.
Sono arrivata al punto cruciale, tutto sta per compiersi e ho iniziato a mietere le prime vittime. Non vedo l'ora di metterci un punto per poi iniziare a lavorarci su. Una volta che la storia va dalla A alla Z la posso smontare e manipolare e quella è senz'altro la fase che mi piace di più.
Però prima la parola fine. Ed è per questo che vi dico ciao e filo a scrivere!

venerdì 23 novembre 2012

Un anniversario.


Ho sentito parlare di loro per la prima volta di loro sulla pagina Fb del Writer's Dream.
In termini a dir poco entusiastici e visto che, com'è noto urbi et orbi, WD non si fa certo scrupolo a bacchettare e smascherare (con giusta ragione) editori truffaldini e a pagamento, era un bel biglietto da visita.
Io alla pubblicazione unicamente digitale proprio non avevo pensato. A dirla tutta, avevo pensato poco pure alla pubblicazione tout court.
Però... però il manoscritto nel cassetto c'era.
Sapevo che il mio scritto valeva qualcosa e non per scienza infusa o egomania all'ennesima potenza, ma perché i riscontri al Torneo Letterario erano stati più che buoni. Ma sapevo anche che, per un mercato editoriale come quello italiano, era invendibile: un romanzo fantastico semi-dialettale, ambientato in una città sfigata, senza vampiri sbrilluccicosi, senza protagonista Mary Sue in distress e senza l'ombra di romance (anzi, con un velato accenno a un romance gay)? E chi mai ci avrebbe investito su dei soldi?
Voglio dire, era talmente chiaro che non mi ero nemmeno fatta del sangue marcio.
Ma quando ho letto la presentazione di WD mi sono detta: ben venga il digitale, se mi permette di scrivere quello che mi piace, come mi piace e di essere indipendente dalle mode del momento. Al grido (mentale) di "Stay Hungry, Stay Foolish", ho mandato il romanzo.
Ho trovato un editore con la E maiuscola, che mi ha proposto un contratto a regola d'arte, che mi ha trattata con professionalità assoluta (e contagioso entusiasmo), che ha curato l'editing del testo, che ne cura e ne curerà la promozione
Che ha creduto in me e nel mio romanzo e questo è più unico che raro.
Quando ho parlato con Andrea per la prima volta, subito dopo aver ricevuto la mail che mi comunicava il loro interessamento, ho avuto una sensazione piacevolissima e straniante. Mentre lo ascoltavo illustrare come sarebbe stato l'iter che ci avrebbe portato al testo finito, (editing in due fasi e correzione bozze) e lo ascoltavo dire cose del tipo "la promozione ci teniamo a curarla noi", avevo l'impressione di essere atterrata, non so bene come, nel Paese dei Balocchi dello scrittore esordiente, solo senza la fregatura di trasformarmi in ciuco.
È passato un anno.
Ultimo Orizzonte è lì, in vendita.
Dopo aver subito un editing lungo e accurato.
Dopo essere stato rivoltato come un calzino.
Dopo che un professionista con la P maiuscola l'ha letteralmente spulciato, trovando punti deboli, incongruenze, carenze nella caratterizzazione, spronandomi poi a porre rimedio, modificare, approfondire, senza mai accontentarsi del "buona la prima".
Dopo che le bozze sono state corrette, ri-corrette e poi corrette ancora una volta per buona misura.
E io sono qua a dire che un'altra editoria è possibile. E che WePub ne è un esempio.
Con loro non c'è trucco non c'è inganno, signore e signori. Sono esattamente quel che dicono di essere.
Perciò, se vi prendono, sentitevi fortunati: non potete trovare persone migliori.