domenica 30 settembre 2012

L'angolo della monomania -Doctor Who: The Angels Take Manhattan

E ci siamo arrivati: ultima puntata con i Pond.
Amy non l'ho mai tollerata, Rory invece mi è simpatico, perciò un po' mi dispiace. Ma non vedo l'ora che ci sia la prossima companion in pista.
Ero parecchio curiosa di sapere cosa sarebbe successo - più che altro, se ci avevo azzeccato - e sì, per la cronaca, ci avevo azzeccato.
Allora, iniziamo con il dire che l'episodio è complicato. Ci sono un sacco di zompi temporali, loro che tentano di scappare e gli angeli che li riportano indietro, o meglio, riportano indietro Rory (perché proprio Rory? Non si sa, don't ask. Moffat dixit) e il dottore, Amy e River, ricomparsa per l'occasione, gli vanno dietro. Quando si ha a che fare con una cosa così complessa, paradossi su paradossi, punti fissi che non sono tali e lo diventano, si è così confusi che non si riesce a capire se lo sceneggiatore ti racconta delle belinate o no. Vai a fiducia. (E io di Moffat non mi fido nemmeno un po').
Mantenere queste righe - non le voglio neanche chiamare "recensione" - spoiler free è difficile, a parte che basta un giro su Twitter per sapere tutto quello che c'è da sapere in merito.
Perciò, mi limiterò alle mie impressioni personali. Fermo restando che non amo le ambientazioni americane per il dottore - ma questo è un mio parere - diciamo che l'episodio non ha né capo né coda.
Mi spiego meglio: questi se ne stanno lì, belli tranquilli a godersi una vacanza a Central Park (sul famoso masso erratico immortalato in ventordici milioni di film), con tanto di libri e cestino da pic nic.
Apro parentesi: nella finzione scenica, Amelia è invecchiata. Ci viene detto allo sfinimento (stavolta, le mettono gli occhiali per leggere e il dottore nota che ha le rughe intorno agli occhi). Solo che la Gillan è sempre la stessa (bellissima ragazza, fra l'altro). Ora, o le mettete un po' di trucco, o evitate di dirci stronzate. Chiusa parentesi.
Insomma, sono lì pacifici e succede che Rory va a prendere il caffè per tutti e - puff!- scompare. Perché? Non si sa, ma ci sono di mezzo gli angeli. Perché ricompare giusto in tempo per essere trovato da River? Non si sa. Che dite, possiamo riadattare il sempre valido "perché è fantasy"?
Comunque, dal rapimento di Rory in poi, il delirio. Questi che corrono avanti e indietro, angeli che spuntano da ogni parte, in tutte le forme e le dimensioni.
Apro parentesi. La statua della libertà. Ora, trasformata in angelo fa scena, lo ammetto. Ma cazzarola, gli angeli si possono muovere solo quando non li si guarda. Com'è possibile che un mega angelo di quasi cinquanta metri se ne vada in giro e nessuno veda niente? Ho capito che il personaggio di scena in quel momento è girato dall'altra parte, ma che sta, nel deserto? Anche se siamo nel '38 e di notte, New York fa sempre un bel po' di abitanti ed è la città che non dorme mai! Se anche non la vede lui, la potrà ben vedere qualcun altro? Chiudo parentesi.
Ma i WTF moment non si fermano qui. Lo sapevate che il dottore può usare il suo potere rigenerativo per curare qualcun altro? No? Sapevatelo, su Rieducational Channel.
Comunque, per tirare la volata, a me 'sto episodio non è piaciuto granché. Prima di tutto, come ho detto, mi è sembrato una sarabanda senza capo né coda. Inoltre, ho capito l'impatto emotivo, i Pond che se ne vanno e tutto quanto, ma lo strappalacrime mi urta: è un trucchetto da quattro soldi. E poi, strappalacrime: in fondo, va a finire anche bene. Non per il dottore, no, che ancora una volta si ritrova solo.
E ora, aspettiamo lo special di Natale.

venerdì 28 settembre 2012

Thor

Ieri sera ho visto Thor.
Essendo ignorante in materia di supereroi, non ho la minima idea di quanto fedeli al personaggio originale siano film e caratterizzazione. Non so neanche se esista un originale fumettistico del film (ok, rabbrividite). Ma non è importante, per quello che voglio dire.
I due Iron Man mi sono piaciuti (tanto).
The Avengers mi è piaciuto (abbastanza).
Capitan America ancora non l'ho visto (ma rimedierò per via di questa recensione).
Thor non mi è piaciuto affatto. 
Secondo me è brutto. Ma brutto a livello di scrittura: pieno di stereotipi e con una caratterizzazione dei personaggi che fa ridere i polli.
All'inizio del film, Thor è, ammettiamolo, la versione muscolosa e asgardiana di un bimbominkia. (Cerco di sorvolare sul fatto che i manzi testosteronici non sono molto di mio gusto.) Fa i capricci, mioddio! 
Odino, vogliamo parlarne? Tu affidi la corona a uno che tiene il cervello nei pugni e, oltretutto, lo sai pure! A me non sembra esattamente un'idea furba, ma se hai deciso così...
Com'è da aspettarsi, sennò col cavolo che va avanti il film, Thor fa esattamente il contrario di ciò che avrebbe fatto una persona intelligente: invece che starsene a cuccia, va ad attaccare briga con i Giganti di Ghiaccio, tirandosi dietro il manipolo dei suoi amici (personaggi così scialbi e bidimensionali che di loro non ricordo nemmeno i nomi. So che c'è una tizia popputa e uno che mangia come Obelix) e Loki (ma su di lui ci ritorno), il resto è nebbia in val Padana.
Arrivati dai giganti, si trovano nella merda (d'altronde sono cinque e questi sono ventordici milioni, grandi e cattivi) e quando il Re dei Giganti, dopo avergli detto sostanzialmente la verità ("sei un bambino che vuol dimostrare di essere un uomo"), lo chiama principessina, Testosterone-Thor reagisce come Marty McFly quando gli danno del codardo. 
Come da copione, azioni, effetti speciali e botte da orbi. Andiamo al sodo: il nostro furbissimo eroe va a tanto così dallo scatenare una guerra. Odino - giustamente - s'incazza (come non avesse nulla da rimproverarsi: chi gliel'ha messo in mano, a 'sto scemo, il martello ultrapotente? Vabbé) e lo mette in punizione: lo sbatte sulla terra, in esilio, senza poteri e senza martello, tié, così impari.
(I terrestri ringraziano per venire considerati meno dei custodi di una discarica intergalattica.)
Thor fa come l'uomo che cadde sulla terra (ma senza il fascino di David Bowie), giusto in tempo per farsi mettere sotto dal furgone del suo futuro love interest, Jane.
Jane, cara, che lui sia fico, okay, se ti piace il tipo (il giretto di Hemsworth a petto nudo e pantaloni a vita bassa, addominali e pettorali in vista, è puro fanservice), ma non è che ti puoi proprio far azzerare la funzionalità dei neuroni.
Ma, a quanto pare, un biondone largo come un armadio a due ante che ti piomba addosso dallo spazio è un trauma troppo grande e questa passa il resto del film a ridacchiare come una cretina e fare gaffes imbarazzanti, sbavando senza ritegno dietro al suddetto biondone che è (evidentemente) cieco come una talpa, perché non se ne accorge. 
Fra l'altro... Jane è carina, superintelligente ("il lavoro di una vita"... ma se hai sì e no vent'anni, quando hai cominciato a fare esperimenti? All'asilo?) e vive in un camper. 
Camper. Va bene. Da una così ti aspetteresti un posto lindo. In ordine.
Ci sono un casino e una sporcizia che manco in quello di Riggs in Arma Letale I
EPIC FAIL, Jane.
Quello che mi ha lasciato più perplessa, non è tanto che questi stanno insieme due giorni e si innamorano perdutamente (e non si sa perché!), ma che, nel giro di questi benedetti due giorni, Thor si trasforma da bimbominkia a eroe maturo in grado di portare il peso della corona (no, no, i capricci non li faccio più!). Per aMMore, eh. Amor omnia vincit, che meravigliosa stupidaggine!
L'unico personaggio con un minimo di senso e profondità è Loki.
Prima di tutto, perché Hiddleston è un attore molto bravo: basta guardarlo nelle scene con Thor, all'inizio (lo fissa e vedi che sta pensando "ma sei proprio un deficiente") o con Odino, durante la rivelazione. A confronto, Hemsworth ha un'espressività degna di Dolph Lundgren o Arnold Schwarzenegger. Ho cercato invano l'immagine del sorriso idiota che fa quando la tipa che lavora con Jane lo fotografa per metterlo su Fb.
E poi perché Loki è l'unico che ha:
1. intelligenza;
2. un conflitto interiore degno di questo nome;
3. un problema vero (complesso di inferiorità grosso come una casa).
Che tutto questo sia racchiuso in una confezione decisamente gradevole alla vista è un valore aggiunto.
Visivamente, il film non è brutto, anzi. Le scene ambientate ad Asgard sono molto suggestive. Ma più ci penso e più mi convinco che, a livello di scrittura, è tremendo. Non oso immaginare il secondo (ma penso che lo guarderò lo stesso... per via di Loki e perché c'è Chris Eccleston!).
Ah, una nota sul doppiaggio.
Guardatelo in inglese. È meglio.

giovedì 27 settembre 2012

L'editor

Lo ammetto: qualche anno fa ero molto più divertita di oggi dalle discussioni fra autori e lettori, specie se si trattava di geGni nostrani. Oh, okay, vuoto proprio il sacco: ho lurkato qualcuno dei match più sanguinolenti.
Il diavoletto che è in me ha appena sputato per terra dicendomi che sono noiosa. Non ha usato esattamente questo termine, però. È che ho smesso di interessarmi a questi litigi e lui non l'ha presa bene.
Fra i vari pomi della discordia - ce n'erano e ce ne sono a bizzeffe - uno dei più grossi riguarda l'editor.
Vi faccio due esempi.
Caso n.1: "Non è colpa mia se non so mettere gli apostrofi, non ho avuto un editor!"
Caso n.2: "Ma questo personaggio è morto nel capitolo scorso! Com'è che ora se ne va in giro come niente fosse? Cosa cavolo faceva l'editor, invece di controllare quel pasticcione dell'autore?"
(Diavoletto, piantala con quell'aria nostalgica. Di rimettersi a leggere risse virtuali non se ne parla, fattene una ragione.)
Oggi che di editor ed editing so qualcosina di più, penso sia giusto mettere qualche puntino sulle i.
L'editor non riscrive il testo. 
In prima battuta, quando si lavora sulla struttura della storia, è quello che aiuta a tirare fuori gli aspetti interessanti che magari non hai sviluppato a dovere, a eliminare lungaggini, a scoprire buchi logici o punti deboli nella trama.
Il suo punto di vista resta sempre esterno. Ti può chiedere di chiarire meglio qualcosa - e allora ti viene un'idea azzeccata cui non avevi pensato - o può farti notare che in un certo punto la storia non si capisce bene, o perde la direzione e gira in tondo, oppure che, molto onestamente, il personaggio X fa delle cose a caso. Ma chi si mette lì e scrive è sempre e comunque l'autore.
Fra parentesi: se hai la fortuna di avere un editor - un professionista, non un beta-reader, senza nulla togliere - non è una mossa furba fare lo Scvittove che non vuole toccare il Sacro Testo. L'ultima parola è sempre la tua. 
Nessun editor serio ti imporrà le sue scelte, men che meno un editing fatto senza la tua collaborazione, ma le sue proposte vanno ascoltate con attenzione e ponderate, prima di decidere cosa fare.
L'editor non corregge gli strafalcioni in italiano.
Cioè, poi lo fa lo stesso, ma non è lì per quello. Nella fase due, quando lavori "di fino" sul testo, sbroglia periodi arzigogolati, scova le ripetizioni, suggerisce alternative.
Non è la Maestrina dalla Penna Rossa.
Lo scrittore, o chi si reputa tale, deve - e sottolineo deve - conoscere l'italiano. Che, fra l'altro, non è una lingua semplice: qualche scivolone può capitare a tutti. Ma ortografia, consecutio, apostrofi, coniugazioni e ausiliari,  concordanza soggetto-verbo e sostantivo-aggettivo vanno maneggiati con assoluta sicurezza. Un errore a quel livello non è accettabile. All'autore che li sbaglia non serve un bravo editor: urge uno stage di grammatica alle elementari.
L'editor non è tenuto a controllare il tuo livello di documentazione.
Prima credevo che alcune delle più plateali prove di assoluta mancanza di documentazione - vedi il famigerato architrave con chiave di volta e il tiro con l'arco che è facile e poco faticoso, ambedue by Troisi - fossero da imputarsi a mancanze da parte dell'editor.
Cavolo! Non ha controllato che l'autore conoscesse effettivamente quello di cui stava parlando.
Sbagliato.
L'editor non è un tuttologo: se scrivi una storia d'avventura con protagonista una cozza, non puoi pretendere che il poveretto si vada a studiare tutto lo scibile umano su questi simpatici molluschi al posto tuo. (Comoda la vita, eh?)
Se si tratta di cultura generale - vedi la stupidaggine del tiro con l'arco: non serve essere un arciere, basta ricordarsi di Ulisse e dei Proci, un bell'esempione classico - può evitarti una figuraccia (nel caso della Troisi evidentemente non è successo), ma quando si va sullo specifico - e ci si deve andare, perché l'autore deve documentarsi - lui alza le mani e spera in bene che lo scrittore abbia fatto tutto il lavoro preparatorio da bravo ragazzo.
Cos'è l'editor?
È l'altro genitore del tuo romanzo.
È quello che ti sopporta quando ti fai delle paranoie sul testo che non va bene, sul protagonista che, rileggendo, non ti convince poi così tanto, sul personaggio Y che "cielo, è inutile, potremmo anche tagliarlo del tutto", oppure sul "sai, ho pensato, magari potremmo aggiungere un giorno alla timeline" (quando gli fai 'sto scherzetto a pochissimi giorni dalla consegna del file al correttore bozze è probabilmente quello che ti vorrebbe strozzare, ma ha il buon gusto di non dirtelo).
Aiuta, e molto. Moltissimo.
Ma.
Non è onnipotente. Non è onnisciente. Soprattutto: non lavora al posto tuo.
Se c'è uno che deve sfinirsi per migliorare il testo è l'autore: nessuno può sperare di conoscere meglio la storia e ogni suo retroscena.
Nessuno può amarla più di chi l'ha scritta.
Lavorare per migliorare le proprie storie è un atto d'amore, forse più che scriverle. E gli atti d'amore, amore vero, non funzionano per procura.

mercoledì 26 settembre 2012

Hydropunk




Un post "di servizio" che mi rende molto, molto orgogliosa!
Il primo novembre si avvicina e con esso la scadenza del concorso più fico della rete (no, non lo dico perché faccio parte della giuria, maligni che non siete altro!).
Dalla mente vulcanica di Mr.Giobblin, dopo Deinos, ecco a voi... Hydropunk.
Riporto di seguito il regolamento (che trovate qui)



REGOLAMENTO CONCORSO 


"PRIMA DI COMINCIARE: Rileggete quanto ho scritto nella parte precedente. Se state leggendo il bando da un altro sito, spostatevi sul Minuetto Express ed esaminate l'articolo nella sua interezza.


ARGOMENTO: una Storia Alternativa (aka ucronia) con elementi retrofuturistici, ambientata tra il 1899 e il 1999, in cui l'umanità scopre l'esistenza di creature subacquee intelligenti, e numerosi cambiamenti climatici modificano l'aspetto della terraferma.

GENERE: Un mix tra fantascienza, fantasy e horror, a vostra completa discrezione.

PRECISAZIONE: Potete usare qualsiasi creatura, dai draghi alle sirene, dai vampiri ai kraken, persino robot e mutanti... purchè sia calata in un contesto credibile. Unica eccezione: niente alieni. Gli oceani contengono già abbastanza stranezze.
LUNGHEZZA DEI RACCONTI: Tra le 1000 e le 5000 parole.
CONSEGNA RACCONTI: Entro e non oltre il 1 Novembre 2012.
NUMERO DI RACCONTI PER PARTECIPANTE: Uno. Scrivetelo bene e fatevelo bastare. Se vi siete pentiti e il racconto precedente non vi piace più, scrivetene un altro e inviatelo. Il vecchio racconto sparirà per magia e verrà sostituito da quello inedito. In soldoni: non potete gareggiare con due o più racconti contemporaneamente.
NUMERO DI CORREZIONI/RINVII PER PARTECIPANTE: Illimitati. Potete inviare nuove versioni dello stesso racconto fino all’ultimo secondo disponibile, tenendo bene a mente che ogni nuova versione elimina automaticamente quella vecchia. NON inviate più versioni con finali alternativi. Verrà considerata solo l’ultima versione inviata.
EDITING E COMMENTI: Non farò nessun tipo di editing sui racconti inviati. E’ vostro preciso dovere controllare che siano scritti in un italiano comprensibile, evitando errori grossolani e congiuntivi massacrati. Il sottoscritto legge e giudica quanto riceve. E basta. Allo stesso modo, non darò voti, né valuterò in alcun modo i racconti prima della scadenza del concorso. Ogni domanda stile “Che te ne pare?” o “Ho speranze di vincere?” sarà ignorata senza pietà.
PRECISAZIONE RACCONTI: I racconti inviati devono essere inediti: non potete inviare lavori già pubblicati in cartaceo o su Internet. Potete pubblicare i vostri racconti (dopo averli inviati a me, si intende) sui vostri blog, siti, profili Facebook e quant’altro, se lo desiderate.
DOVE INVIARE: Mandate tutto a minuettoexpress@gmail.com specificando "HydroPunk" nell'oggetto.  
PRECISAZIONI MAIL: indicare nome e cognome e/o nickname. In caso di vittoria, il premio sarà inviato all’indirizzo mail che avete usato per spedire il racconto.

FORMATI RACCONTO: RTF, DOC, ODT.

LA GIURIA: La Giuria è composta da Me Medesimo, dalla vincitrice del concorso Deinos Valentina Coscia e da un Giurato a Sorpresa. Il Giudizio della Giuria è insindacabile, quindi non rompete le palle. ^_^

ANNUNCIO VINCITORE: Dipende dal numero di racconti da visionare. Il prima possibile, comunque.

PREMIO: Al primo classificato sarà consegnato un Buono Amazon di 35 euri. Al secondo classificato andrà un Buono Amazon da 25 euri. Al terzo classificato, un buono da 15 e un buffetto sulla guancia.

E-BOOK: I migliori racconti- inclusi ovviamente i tre vincitori- verranno raccolti in un simpatico e-book. L’e-book in questione sarà gratuito, e verrà pubblicato in una data imprecisata.
COSTO PARTECIPAZIONE: Nessuno. HydroPunk è un concorso assolutamente gratuito e libero. Non dovete pagare né firmare questionari.

CURIOSITA’: Per chiarimenti o domande che non sono state soddisfatte dal bando, contattatemi all'indirizzo minuettoexpress@gmail.com. Non contattatemi per avere recensioni anticipate del vostro racconto, come ho già detto.

DIFFUSIONE: Spargete la voce in lungo e in largo: the more, the merrier! Più partecipanti = più divertimento! E' caldamente consigliato seguirmi su Twitter o su Facebook, per restare sempre aggiornati!"

Che aggiungere alle sagge parole riportate sopra?
Mettetecela tutta! Non vedo l'ora di potervi leggere!

Mi ritorni in mente: X-Files

Ci sono alcune serie tv che ogni tanto riguardo.
Per nostalgia. E perché in uno strano modo le trovo... confortevoli. Come un bel paio di pantofole ben rodate.
X-Files è una di queste.
Vista adesso, da un punto di vista tecnologico lascia sbalorditi: in poco meno di vent'anni ci sono stati progressi enormi. 
Basta pensare che, nella prima serie, non c'erano i cellulari. E non si vede traccia di Internet.
Però, considerato che l'uso di effetti speciali è limitato (perché la tensione si basa più quello che lo spettatore immagina che su quello che gli viene mostrato) ha retto bene all'assalto degli anni.
Ora, che abbia fatto epoca non è certo un mistero, né una novità. Perfino Gibson ne ha scritto due episodi!
Quelle che preferisco sono le prime serie - dalla settima in poi le cose si fanno complicate e l'allungamento del brodo palese - senza contare che sono monogama e tendenzialmente restia al cambiamento, perciò l'introduzione, nell'ottava, di Doggett al posto di Mulder mi ha fatto storcere il naso non poco.
Però sono fangirl nell'animo e infatti mi sono beccata tutti e due i film, il primo addirittura al cinema, costringendo il fidanzato dell'epoca (sempre il poveraccio del Millennium Falcon) a portarmici.
Adoro quell'atmosfera di pericolo sottile, quella tensione che percorre ogni episodio, perché c'è sempre il momento in cui il mostro sta dietro l'angolo e i due protagonisti gli stanno finendo dritti fra le grinfie e tu li guardi e pensi: "Ma questi sono matti! Non andrei lì neanche per tutto l'oro del mondo!"
E i finali? Quelli in cui magari Scully trova una sottospecie di spiegazione razionale, quando tu spettatore sai benissimo che è Mulder quello che ha ragione e che qualcosa di inspiegabile e sinistro è appena successo.
Oh, non ce n'è uno che sia un minimo rassicurante: sono uno più inquietante dell'altro.
Inoltre, X-Files è, almeno fino a un certo punto, un esempio di cospirazione ben gestita (a differenza, miseriaccia, di The Silence, solo a ripensarci mi va venire un nervoso...). L'uomo che fuma, il governo ombra, la minaccia aliena tenuta nascosta hanno un senso. O quantomeno, l'impressione è che gli sceneggiatori sappiano dove stanno andando a parare.
E poi, vabbé, c'è il discorso tensione sessuale irrisolta. Secondo me, è quello ad aver fatto la fortuna della serie presso il grande pubblico, quello che di narrativa fantascientifica se ne sbatte. (Perché, chiamatemi scema, per me X-Files è fantascienza).
Che Mulder e Scully siano una bella coppia è innegabile. Hanno una chimica che fa spavento. Lo capisci appena lei entra nell'ufficio di lui, episodio pilota.
Se dovessi mettere insieme le coppie con la chimica più forte delle serie tv che mi piacciono, direi: Mulder e Scully, David e Maddie da Moonlighting, Mal e Inara.
Io sono una schifezza a scrivere storie d'amore, ma, se potessi, vorrei una coppia così:  si completano e nello stesso tempo sono inconciliabili.
Si trovano attraenti, ed è palese, ma c'è una linea di confine che non viene mai sorpassata.
Beh, a parte nell'ultima puntata della settima serie.
Quel loro tira e molla è così ben fatto e funziona tanto bene che, quando li si vede finalmente insieme, nell'ultima puntata della nona serie, quasi ti sembrano finti.
Come se i due personaggi non fossero pensati per avere una relazione. Almeno, questa è l'impressione che ho avuto io.
Impressione che, però, è cambiata quando ho visto  I want to believe.
Ora, ne ho sentite e lette parecchie su quel film e spesso non erano molto lusinghiere.
A me è piaciuto. Non tutto, no. Il pretesto di fondo per rimetterli in pista - il prete pedofilo sensitivo - è un po' tirato per i capelli. E la storia del serial killer che cerca i pezzi di ricambio per il mafioso russo è un po' così.
Ma Mulder e Scully... per me valgono il prezzo del biglietto.
Li ho trovati, nello stesso tempo, uguali e differenti. E in questo gli sceneggiatori ci hanno azzeccato alla grande. Mostrarli identici a se stessi, solo perché il pubblico li ricorda in un certo modo, sarebbe stato un errore. Sarebbe stata una forzatura irrealistica.
Perché sono passati dieci anni, più o meno, e a ciascuno di quegli anni loro hanno pagato un prezzo. Perché viene mostrata la difficoltà del loro stare insieme, quel modo opposto di pensare e reagire che li porta quasi a separarsi. Perché, in effetti, è questo ciò che succede: messi di fronte all'ennesimo luogo buio, all'ennesimo mistero, Mulder si addentra - perché è lui, è sempre stato lui, quello che doveva a tutti i costi sapere, ma è anche quello che è rimasto più scottato da come è finita la serie, è quello perso, privo di un'identità precisa, incapace di andare avanti e lasciarsi il passato alle spalle - Scully no.
Lei, pur con le cicatrici indelebili che dieci anni di X-Files le hanno lasciato, pur con il costante rimpianto per il figlio perduto, ha cambiato vita. È andata avanti: adesso è un medico e non ne vuole più sapere delle cose che allignano nelle tenebre.
Lui la coinvolge per forza, come se non riuscisse ad accettare che non voglia seguirlo. E Scully inizialmente lo accontenta ma poi, per la prima volta, quando lui le chiede aiuto nel momento più critico, risponde di no.
Penso che come coppia siano più credibili, rispetto al finale di serie.
Anche perché, di fatto, Scully lo mette di fronte a una scelta: niente più oscurità, altrimenti la perderà. E Mulder, finalmente, muove quel passo avanti.
L'ultima inquadratura del film, i due sulla barca, con il mare cristallino tutto intorno, mi è sembrata giusta.
Dopo tante avventure, è arrivato per loro il momento di essere felici e lo spettatore, appagato, lo riconosce, li ringrazia per tutte le emozioni e li lascia andare.

martedì 25 settembre 2012

Carta, penna e calamaio? Naaaa!

Stavo riflettendo (ancora) sul motivo per cui scrivere viene percepito come un qualcosa di facile.
Sapete cosa penso?
Che sia perché non sono necessarie attrezzature o abilità manuali particolari.
Fateci caso.
Il modellismo? Uh, quello è difficile, ci vogliono la colla, le pinzette, ci sono tantissimi pezzettini e poi bisogna dipingere, applicare decalcomanie, essere precisi... (e se mi sono dimenticata qualcosa, tenete conto che la mia unica esperienza in merito è stato il Millennium Falcon).
Scrivere?
Un foglio e una penna (o un programma di videoscrittura). [Okay, anche per disegnare basterebbero un foglio e una penna, ma... accorgersi che il proprio disegno è una ciofeca è molto più semplice rispetto all'accorgersi che il proprio talento letterario è inesistente.]
E chi è, oggigiorno, che non ha a disposizione un foglio e una penna oppure Word? L'italiano lo sapp.... no, dovremmo saperlo tutti quanti. Che altro serve?
In effetti, nulla. Andrebbe bene anche così.
Però, se per scrivere intendiamo qualcosina di un minimo più professionale del "mi metto lì e sbrodolo a ruota libera" sul foglio, vale la pena di guardarsi un pochino intorno.
Cosa intendo? Programmi di scrittura!
Io ne ho provati tre, dei quali due (Liquid Story Binder e Scrivener) abbastanza bene e il terzo (Celtx) in modo più superficiale. Di Celtx non posso dirvi molto: mi è sembrato più agile degli altri due, ma non così completo. Liquid Story Binder è un buon programma, ma ha una marea di funzioni e avevo la spiacevole sensazione di perdermici dentro. Lo so che suona folle, ma detesto quando ho l'impressione di non sfruttare appieno le potenzialità di qualcosa!
Scrivener è una via di mezzo fra i due ed è quello che utilizzo.
Perché lo trovo più comodo di Word oppure Openoffice?
Fondamentalmente perché sono una disordinata cronica con la mania della documentazione.
Quando progetto una storia, o ci lavoro su, ho bisogno di ricorrere a un certo numero di fonti (ecco perché preferisco che il pc sia sempre connesso: non sai mai quando è il momento di invocare Santa Wikipedia Protettrice della Me Stessa Ignorante). Quando va bene, queste ricerche culminano in una ricca messe di foto, pdf, link. (Quando va male e non trovo niente: pianto e stridore di denti.)
Se fossi una persona metodica, li raccoglierei in una cartellina, ben etichettati con il titolo della storia in bella vista. Il problema è che non la sono. Lavorare su tre pc differenti, poi, non aiuta.
Prima dell'avvento di questi programmi, salvavo i file dicendo: "Li metto qui, così mi ricordo dove sono".
Puntualmente, quando arrivava il momento di servirmene, ricordavo benissimo di averli messi "qui". A sapere dove fosse, il benedetto "qui".
Non solo Scrivener: tutti e tre questi programmi sono fatti apposta per gestire al meglio il progetto di scrittura nella sua interezza. Tu salvi un unico file... il quale però richiama, all'interno dell'interfaccia utente, tutte le schede che hai creato e salvato.
Apri il tuo file e troverai: i capitoli (con la possibilità di visualizzare diverse versioni del testo), il che non è affatto male, le schede personaggio, le foto, le note, le schede relative ai setting, i pdf, i link a Wikipedia, musica, se sei di quelli che riescono a scrivere con la musica in sottofondo.
Tutto quello di cui hai bisogno, in un unico posto.
Perfino una campionessa del casino come me non riesce a perdersi dati per strada.
Per farvi capire un po' meglio di cosa sto parlando, ho fatto un po' di screenshots di una delle mie storie. E per favore, siccome è in fieri, siate gentili: evitate di farvi delle grosse risate leggendo la schifezza di testo che si può vedere nell'anteprima, eh!

Tenete conto che Scrivener è abbastanza personalizzabile: questa è la mia schermata, che è piuttosto "piena".
Se vi trovate meglio con qualcosa di più scarno, non ci sono problemi, potete disattivarne delle parti.
La finestra è suddivisa verticalmente in tre zone.
A destra, il binder, nel quale sono elencati tutti i documenti, organizzati in cartelle e sottocartelle.
Il programma nasce con dei format di default, ma potete organizzare le cose come più vi torna comodo.
Al centro, l'area di lavoro vera e propria.
L'ho lasciata stile corkboard perché a me piace moltissimo, ma in realtà appare in questo modo solo se nel binder selezionate una directory. Nel primo screenshot è quella del testo: i cartellini sono i singoli file (a ciascuno corrisponde una scena e vedete il quadratino colorato in alto a sinistra? È il pdv che ho utilizzato. Anche questa è una cosa personalizzabile a seconda delle esigenze).
Nella schermata qui sopra, che corrisponde alla directory dei vari setting della storia, potete vedere come si integrino delle fotografie e una pagina di Wikipedia.
In ambedue i casi, la porzione a sinistra, poi, è suddivisa in due parti: in alto c'è la sinossi del file, e in basso le note.
Quando invece selezionate il singolo documento vedrete solo quello.
(O ne vedrete due, affiancati in orizzontale e verticale se avete bisogno di scrivere consultando nel contempo un file).
Se, invece, volete scrivere senza avere sott'occhio altro, potete espandere la finestra di testo, lasciando in trasparenza gli altri elementi.
La cosa carina - è una stupidaggine, lo so - è che il "foglio" si comporta come quello di una macchina da scrivere: il testo scorre verso l'alto, lasciando la riga che stai scrivendo sempre al centro dello schermo.
Anche in questo caso, la schermata è personalizzabile: sia per quel che riguarda la trasparenza, che la larghezza.
Oltre ad avere un editor completo (stili, formattazione, possibilità di aggiungere note a piè di pagina e annotazioni non stampabili, cosa molto utile), Scrivener ha la possibilità di fare ricerche, individuando le parole chiave, ripetizioni, oltre che di porre degli "obiettivi di scrittura" (se lo usate per il NaNo, ad esempio) e di tenere d'occhio le statistiche del testo. [Liquid Story Binder fa di meglio, però. Potete cercare un dato vocabolo e lui non solo ve lo troverà, dicendovi quante volte l'avete usato, ma vi fornirà un elenco di sinonimi. Anche perché di LSB è disponibile l'italiano, basta installare il plugin.]
Insomma, c'è da sbizzarrirsi.
[LSB è più completo: ha la possibilità di disegnare schizzi e schemi, e un modulo che si adatta molto bene al Metodo delle Carte Indicizzate, che, però, essendo un tipo di pianificazione a priori, per me proprio non funziona.]
Una volta arrivati al mitologico punto in cui scrivi "FINE", poi, hai la possibilità di convertire il tuo file in diversi formati sia per la stampa che per la pubblicazione web e anche .mobi e .epub.
Un suggerimento: se, come me, lavorate su computer differenti, non è male avere anche un account Dropbox. Salvate il file .project lì dentro e avrete tutto in ogni momento.
[Come? Siete da qualche parte con un pc senza Scrivener installato e volete lavorare lo stesso colti da improvvisa ispirazione? Facile. Nella cartella che vi crea ci sono, oltre a un sacco di altre cose, anche i file .doc dei vari testi.]
Se avete voglia di dargli un'occhiata, questo è il sito ufficiale: c'è la possibilità di scaricare una demo full che dura per 30 "ingressi". (Se lo usi tutti i giorni, ti dura trenta giorni, se lo usi due volte a settimana, quindici settimane.)
Il prezzo pieno è quaranta dollari e a mio parere li vale tutti.
Se poi anche quest'anno, come lo scorso, mettono in palio un buono sconto del 50% al NaNo, beh, è un ottimo incentivo per arrivare in fondo alle cinquantamila parole!




lunedì 24 settembre 2012

Scrivere è facile. A quanto pare.

La gente crede che scrivere sia facile: carta, penna e calamaio e via andare.
Il corollario che segue spesso questo ragionamento è abbastanza avvilente: Che sai, solo perché non c'ho voglia, ma io c'ho un'immaginazione di quelle... se mi metto lì, sicuro che mi pubblicano e ci fanno pure un film.
Invece, suprise!, scrivere non solo non è facile, ma è faticoso. E no, non intendo fisicamente, il crampo dello scrivano e cose simili. (Anche se quando inizi su carta ti viene pure quello. E la tendinite se usi troppo la tastiera.)
Intendo faticoso a livello di testa.
Oh, no, non per la tensione emotiva, l'ispirazione e l'introspezione dolorosa: scrivere non è mica una colonscopia! Almeno, non per me. Io scrivo perché mi diverto, dovessi dibattermi nelle spire della sofferenza romantica del vero autore DOC farei altro. Tipo imparare a cucinare (forse).
È faticoso a livello di testa perché, se vuoi farlo bene, ti devi impegnare. Ci vogliono determinazione e intelligenza.
Partiamo da un presupposto semplice.
Quello che il lettore vuole è una storia. Che inizia da un punto A e finisce in un punto B, possibilmente arrivandoci con un certo criterio logico.
Con coerenza legata al tipo di contesto in cui l'ambientate e ai personaggi che la popolano. 
Parentesi: visto che questa affermazione sembra presa pari pari da un manuale (non la è, comunque), meglio chiarire: il lettore non ve la metterà giù in questi termini.
Non ha bisogno di sapere come si chiamano certe cose per notare che non gli vanno bene.
Perciò, se lo piagate con venti pagine di blabla per spiegare il perché e il percome quando non ce n'è bisogno, non dirà: "Oh mio Dio, costui abusa della mia pazienza eccedendo con l'infodump". Probabilmente, dirà qualche variazione sul tema: "Che palle, ho capito, piantala lì e vai avanti!" (Nei casi peggiori, vi manda al diavolo e chiude il libro). Chiusa parentesi.
Detto questo.
La sostanza è: una storia va costruita.
Potete farlo prima, con schemi, note e timeline. Potete farlo dopo, una volta arrivati in fondo a un caotico first draft, potete fare un po' e un po': se c'è una cosa che ho imparato è che non esiste un metodo universale e che ciascuno deve trovare il suo. (Io oscillo fra secondo e terzo, per esempio.)
Regolatevi come più vi piace: l'importante è che lo facciate.
Se guardiamo gli elementi costitutivi di una storia, stringi stringi sono tre: trama, ambientazione e personaggi. Ma visto che la trama, in fondo, dipende dagli altri due, limitiamoci a quelli.
Allora, l'ambientazione.
Sottolineiamo l'ovvio: è molto importante. Lo scrittore intelligente sa che non si tratta di un mero fondale di teatro: deve essere viva e plausibile.
Un esempio? Ma Derry! Derry è protagonista di It non meno del Club dei Perdenti.
Come si crea un'ambientazione?
Domanda da un milione di dollari. Parlando di fantasy o fantascienza, ci sono manuali interi dedicati al worldbuilding... e non sono mai riuscita a leggerli. Me ne vergogno molto. Ci ho provato, ma mi mettono un'ansia da prestazione tremenda e finisce che, quando mi trovo a scrivere, non mi diverto più.
Quindi, ho imparato ad arrangiarmi e non è detto che sia il metodo giusto.
Procedo per analogie: parto da quello che conosco e cerco di immaginare come potrebbero funzionare le cose in un contesto differente. La prospettiva deve essere più ampia possibile: clima, flora, fauna, società, linguaggio, usi, costumi e tradizioni... tutto è interconnesso, tutto è legato alle condizioni fisiche e ambientali. Basta pensare alla società dei Fremen in Dune. O ai vari sistemi sociali che Jack Vance illustra nella saga di Durdane.
Una cosa del genere comporta un grosso lavoro di documentazione.
Documentarsi è una delle parolacce più ricorrenti nelle diatribe fra scrittori e lettori. E, proprio come nella diatriba fra manualisti e anti-manualisti, ci sono posizioni estreme e inconciliabili: chi non ne se ne preoccupa, chi esagera dal lato opposto. C'è da dire che non farlo ti espone al concreto rischio di figuracce (architravi con le chiavi di volta, anyone?).
A me la fase di documentazione piace (riconosco che non è entusiasmante come mettersi lì e sbizzarrirsi a scrivere, comunque). Se non la pensate così, rassegnatevi: è davvero imprescindibile.
Soprattutto perché non serve soltanto per il worldbuilding. Ma anche per la costruzione dei personaggi.
Se il protagonista della storia che sto scrivendo è un informatico, dovrò imparare quel che basta per poterlo rendere credibile. Il che, per carità!, non significa studiare e smanettare fino a diventare una specie di hacker!
Da lettrice, quando mi accorgo che l'autore non conosce ciò di cui parla, mi infastidisco: è come non fare il proprio lavoro al meglio. E non fare il proprio lavoro al meglio è uno sputo in faccia al cliente, né più, né meno.
E visto che li abbiamo tirati fuori, ecco qua, ri-sottolineiamo l'ovvio: l'altra cosa importante sono i personaggi.
Detto in modo molto cinico, sono la chiave per entrare nel cuore del lettore. Se li trova simpatici o, meglio ancora, si innamora di loro, beh, siete a cavallo. Vi perdonerà quasi - quasi - qualsiasi cosa.
E come si costruiscono i personaggi?
Altra domanda da un milione di dollari. Non lo so. (Oppure: "la risposta è dentro di te... e però è sbagliata" cit.)
Ci sono molti manuali che parlano della loro psicologia, degli archetipi, dell'arco di trasformazione, dei conflitti interno, esterno, di relazione... e di questi sì che ne ho letti!
Mi hanno aiutato? All'inizio no. Al contrario.
Perché pretendevo di assemblare il personaggio a tavolino, un mix fra una ricetta e la creatura di Frankenstein. Inutile dire che è stato un EPIC FAIL di proporzioni bibliche.
I personaggi vengono fuori un po' da sé. O almeno, per me funziona così. Conoscere i concetti esposti nei manuali mi ha aiutato a comprenderli meglio, e quindi a lavorare su e con loro, non a crearli.
Rispetto all'ambientazione, sono davvero brutte bestie. Nella migliore delle ipotesi, il lettore li percepirà come persone - con una loro profondità, intendo - e questo vuol dire che potrà provare nei loro confronti sentimenti positivi... o anche negativi. E se al lettore il tal personaggio sta sulle scatole, beh, può anche essere credibilissimo che gli starà sulle scatole lo stesso.
D'altronde, non è che tutti debbano essere carini&coccolosi, anzi.


I personaggi saranno mutevoli, come le persone vere. Tuttavia, mi sento di dire che, nella loro creazione, c'è almeno una cosa da evitare: trasferirsi armi e bagagli nel mondo della storia nei panni del protagonista.
L'abbiamo fatto tutti, agli inizi, ammettiamolo. Prima di renderci conto che non funzionava granché bene. La differenza è che  alcuni ancora non l'hanno capito. E perseverano.
Ci sono poche cose più patetiche dello scrittore che dota il proprio l'alter-ego letterario di ogni pregio e ogni virtù.
Lo scribacchino sfigato diventa un eroe senza macchia e senza paura, circondato da donzelle adoranti e la scribacchina bruttarella e stortignaccola una stra-gnocca che fa sbavare l'universo mondo ma resta algida e inaccessibile e mette tutti quanti a posto con una singola, gelida occhiata.
Conoscevo una così, tempo fa. Sono passati anni e, a quanto ne so, è sempre allo stesso livello.
Seriously, get a life!
Se infarcisci il personaggio di tutto quello che per te è fico e che vorresti possedere, creerai un mostro: una Mary Sue (o l'equivalente maschile, Gary Stu). Bella, tanto per non far di nomi, è una Mary Sue da manuale.
I personaggi sono i personaggi e lo scrittore è lo scrittore. Universi separati.
Il fatto è che, come hanno scritto le Socie Sam e Ais, a ogni scrittore o scribacchino capiterà di dover far male, molto male, o anche molto molto peggio del molto male ai propri personaggi.
Ora, è ovvio che dietro il personaggio si celi lo scrittore, ma se il rapporto fra i due è stile Clark Kent e Superman, va da sé che farlo perdere, soffrire, o ucciderlo, non sarà cosa gradita... e lo scribacchino tenderà a evitarlo con tutte le sue forze (e, in casi estremi, l'utilizzo dei più beceri deus ex machina).
Ci sono diversi modi di rapportarsi ai personaggi.
C'è chi si affeziona e fangherleggia. Chi si innamora di loro. E chi no. È una questione di carattere e, come al solito, non ce n'è uno che sia valido per tutti.
Ma non importa quale sia il vostro modo: la cosa importante è che durante tutto l'arco della storia, il personaggio deve restare se stesso. Cioè, non uguale all'inizio, ma anche i cambiamenti inevitabili che affronterà (e no, non perché lo dicono i manuali, ma perché le esperienze ti cambiano, nella vita come nella finzione) dovranno essere coerenti con il suo carattere. Se è un incazzoso, difficilmente reagirà a un cambiamento con la pazienza di Giobbe. Se è un recalcitrante, non ce lo vedo proprio a fare il cagnolino obbediente, non so se mi spiego.
Maneggiare un personaggio, in questo senso, è difficile: deve rassomigliare a un umano vero e gli umani veri sono complicati. Ma parecchio.
Infine, due paroline sulla trama. La trama è una successione di eventi. Cose che succedono, in parte perché il personaggio se le va a cercare, o ci capita in mezzo e reagisce nel modo meno opportuno. I manuali parlano di conflitto esteriore e interiore e di come le due cose siano interconnesse. Ho provato a definirli a priori, ma non ha funzionato bene. Viceversa, mi è capitato di arrivare in fondo alla storia e di capire che, toh, erano tutti e due lì: li avevo utilizzati e non me n'ero neanche accorta. Non è detto che per qualcun altro non funzioni diversamente.
Ma quello che è davvero fondamentale è che la trama abbia presupposti e uno sviluppo che siano solidi.
Come nella vita vera, gli eventi non sono singoli ed isolati: somigliano a una catena, anzi, a un intreccio di catene: causa-effetto, con tante concause ed effetti multipli per gradire. Quello che accade è la logica conseguenza di qualcosa che è successo prima e si ripercuote su ciò che verrà dopo, a livelli differenti su persone differenti.
Questo tipo di nesso va rispettato anche nelle storie.
No, gestire una trama non è semplice: devi avere presente tutte le conseguenze di ogni evento su tutti i personaggi. Il rischio di trovarsi con una conseguenza imprevista che ha più senso e logica di quella pianificata all'inizio è altissimo e attenersi all'idea iniziale potrebbe portare a un buco logico o a un punto "logoro", che farà storcere il naso al lettore. Quindi, un po' di elasticità ci vuole.
Per non parlare di quando le conseguenze si concretizzano in un vicolo cieco: hai esagerato e messo il protagonista in un tale casino che tirarlo fuori è praticamente impossibile. Le scelte non sono tante: o cacci il coniglio dal cilindro (e te ne assumi il rischio), oppure torni indietro, trovi il punto in cui la storia ha iniziato a deragliare e la cambi. È una soluzione drastica e può comportare lo stralcio di un bel po' di lavoro, fra l'altro.
Già. Faticoso.
Tutto questo, poi, potrebbe finire in un fiasco comunque. Anzi, in un certo senso sarà così: potete essere lo scrittore migliore dell'universo, una roba da far impallidire i mostri sacri, ma troverete almeno una persona cui il vostro libro non è piaciuto per niente. E, per come sono le cose oggi, ve lo dirà secco nel muso. Con termini espliciti, magari.
Insomma, com'è che era? Scrivere è facile?

domenica 23 settembre 2012

L'angolo della monomania: Doctor Who - The Power of The Three

Non pensavo di riuscire a guardarlo, né di trovare il tempo per scrivere un post perché sto studiando.
Ma è domenica, accidenti, e il mononeurone s'è arreso per KO tecnico: in altre parole, mi serviva una pausa.
Allora, iniziamo con il dire che mi è piaciuto più dell'episodio precedente (non era difficile, no). 
Puntata classica che mi ha ricordato molto Rose, Aliens of London, Christmas Invasion, The sound of Drums, The Poison Sky e The Stolen Earth.
Classica è la trama: ancora una volta, il Dottore salva l'umanità dagli alieni.
Classica perché è ambientata a Londra (vedete? Suona così confortevolmente familiare: gli alieni a Londra!).
Classica anche perché vede il ritorno della UNIT, capitanata da Kate Stewart, che altri non è se non la figlia del Brigadiere Letherbridge Stewart,  personaggio molto importante nelle vecchie serie.
In realtà, ho l'impressione - soprattutto dal secondo episodio - che si stia cercando di costruire una sorta di ponte con il passato (avete notato che il Dottore esclama Ha! come Ten? Nella quinta e sesta serie non l'ha mai fatto).
Ma c'è di più:  c'è aria di cambiamento, aria di separazione. I Pond cominciano a chiedersi se non sia meglio vivere una vita normale, essere in grado di prendere impegni in anticipo di mesi sicuri di riuscire a mantenerli, insomma, se non sia arrivato il momento di scegliere fra la vita con il Dottore e la vita reale. E il Dottore se n'è accorto. Non ne è contento, ma si rende conto dell'inevitabile.
Inoltre, c'è anche chi si chiede che fine fanno le persone che viaggiano con il Dottore (nella fattispecie, lo domanda Brian). 
La risposta, abbastanza stringata, è che qualcuno lo lascia, qualcuno viene lasciato indietro e altri, ma non molti, muoiono. E l'aggiunta "non loro, a loro non capiterà" mi lascia pensare che lui davvero sappia qualcosa e stia provando a evitarla.
Dal punto di vista dello sviluppo della trama, ho trovato l'episodio "squilibrato": c'è una costruzione accurata del cliffhanger, ma una risoluzione fin troppo rapida e semplicistica. Penso che, per evitare questa impressione, sarebbe stato meglio sviluppare la storia su due episodi, anche se il finale, con la comparsa del misterioso Shakri, prelude a qualcosa di davvero grosso (per, magari, l'episodio del cinquantenario?).
Un piccolo neo è però l'escamotage dell'inversione di energia e delle sue conseguenze sulle persone (non voglio dire di più per evitare spoiler): ha messo a dura prova la mia sospensione di incredulità.
Comunque, in sostanza, credo che Doctor Who dia il meglio di sé quando rimane fedele alla sua identità nazionale: è uno show inglese ed è questo che lo caratterizza. La sua "inglesità" è il suo marchio di fabbrica. Imbastardito con temi e ambientazioni che non gli appartengono - i cowboy, il West - diventa un'imitazione scadente.
Il prossimo episodio, The Angel Takes Manhattan, dovrebbe essere quello finale per Amy e Rory e si rivedrà l'invereconda culona (cit.) alias River Song. Dopo, a quanto pare, niente Dottore fino allo special di Natale e poi ancora niente fino a primavera 2013.
Da qualche parte ho letto un'intervista di Moffat nella quale lui diceva sostanzialmente: "il pubblico vuole vedere Sherlock così tanto perché sa che sono solo poche puntate e poi verrà tenuto a stecchetto" e lasciava intendere che avrebbe fatto la stessa cosa per il Dottore. Andiamo bene...

venerdì 21 settembre 2012

Is it Bigger on The Inside?


Guardateli.
No, dico, guardateli.
Quando Martha Jones ha lasciato il TARDIS ho tirato un sospiro di sollievo. Cioè, ero dispiaciuta per lei, povera sfigata (perché un personaggio la cui storia è un amore non corrisposto è sfigato, pochi dubbi in proposito), ma, onestamente: vivaddio s'è levata dalle scatole.
Non è che fosse male, Martha. Intelligente. Determinata.
Ma non era Rose - e, per sua sfortuna, non poteva nemmeno aspirare a esserlo. Aveva solo due alternative, di fronte a sé: cercare di ritagliarsi un altro ruolo, nella vita del Dottore, oppure tentare di ottenere quel che vuole.
Lei scommette sulla seconda e perde. A quel punto, rimanere non aveva più senso.

Dopo Rose, e il modo orrendo con cui è stata tolta di mezzo, dopo Martha e il suo "guardami, guardami, sono qui, pendo dalle tue labbra" ci voleva qualcosa di differente.
Qualcuno di differente.
Qualcuno che non idealizzasse il dottore e che lo riportasse con i piedi per terra.
E non intendo dire che il personaggio-Dottore aveva bisogno di una cosa del genere (sì che ne aveva bisogno, comunque). Intendo dire che, dopo due stagioni di storia d'amore inespresso finito poi malissimo e una di rimuginamento sul suddetto amore (per non parlare dei sospiri, occhi dolci e velati tentativi di Martha), lo spettatore aveva bisogno di una scossa. Aveva bisogno di leggerezza. Aveva bisogno di ridimensionare la figura del Dottore dal cuore spezzato - pardon, dai due cuori spezzati - e di vederlo sotto una luce nuova. Più leggera. Divertente.
Aveva bisogno di una come Donna.
La sua prima comparsa - The Runaway Bride - è folgorante. Lei non è una ragazzina come Rose, né pende dalle labbra del dottore come Martha.
Donna è una tremenda spaccapalle: aggressiva, polemica, assolutamente determinata a ottenere quello che vuole. Nel caso specifico, il matrimonio. A dispetto di tutto e tutti.
Non si fa impressionare più di tanto né dal TARDIS, né dal suo proprietario, che continua ostinatamente a chiamare "marziano".(La cosa si evolverà poi nello "spaceman" con cui si rivolge a lui quando la fa arrabbiare.)
Tutto quello che vuole - e in fretta - è che il Dottore la riporti nella navata della chiesa. E non le importa nemmeno del come lo faccia.
Tolti i primi momenti che sono un po' più tesi - lei entra nella questione-Rose, appena successa, con la grazia di un elefante in una cristalliera - il potenziale comico insito nella coppia ci mette poco a rivelarsi.
Il Dottore, abituato alle collaborative Rose e Martha, si trova ad avere a che fare con questa specie di virago che urla, sbraita, minaccia, si impunta e lo schiaffeggia. Che non solo non fa ciò che lui le dice - ma non è una novità, non lo fanno mai - ma fraintende, non si fida, si oppone. Donna fa ostruzionismo con tutte le sue forze.
Uno dei momenti che preferisco di questo special è quello dell'inseguimento sulla superstrada. Lui che cerca di convincerla a saltare e lei che non ne vuole sapere, non tanto (o non solo) perché ha paura, ma soprattutto perché ha addosso il vestito da sposa.
Ciò che mi piace di Donna è che non le manda a dire: non si fa alcun problema a dargli del cretino (long streak of nothing... alien nothing) o a gli rifilargli dei ceffoni.
La scena del loro secondo incontro - Partners in crime, subito dopo la conversazione mimata - è un po' la quintessenza di Donna: "Oh, my God! I don' believe it! You've even got the same suit!" (e poi, schifata) "Don't you ever change?" (risposta: "Yes thanks, Donna. Not right now.")
Però è anche quella che lo capisce meglio di tutte, forse perché non accecata dal romanticismo.
Ne vede i pregi, ne vede i difetti e, soprattutto, i punti deboli. E, a dispetto delle maniere da carro armato che esibisce di solito, è in grado, al momento giusto, di rivelare una sorprendente sensibilità. Forse non è un caso se è lei a sentire il battito del cuore di Ten 2.0. Non Rose, non Martha.
Penso che, fra tutte le companion della nuova serie, a Donna sia toccata la fine più ingrata (resta da vedere quella di Amy, a breve).
Da fan, trovo che sia davvero un finale atroce e ingiusto.
Da scribacchina, lo trovo zoppicante per due opposte ragioni.
La prima: il vero problema di Donna è che pensa di non essere abbastanza. Si sente fallita per quel che è - una segretaria, precaria per giunta - lo dice più volte. "I'm nothing special" è un po' il suo motto. In realtà dimostra di esserlo eccome e non solo perché Dalek Kaan manipola le linee temporali. Dimostra in più occasioni di essere un essere umano straordinario. In ragione di questo, cambia. Acquista sicurezza. Ma viene riportata al punto di partenza. Ed è vero, la vediamo sposarsi e probabilmente avrà anche una stabilità economica (grazie al "regalo di nozze" del Dottore), ma tutte le esperienze più belle della sua vita le sono state strappate via. In una maniera così radicale che è come se non le avesse mai vissute. È una perdita tanto grande che fa male a guardarla.
La seconda: se proprio doveva toglierle tutto quanto, perché non andare fino in fondo e ucciderla? Mi spiego meglio: Dalek Kaan ha previsto che uno dei Figli del Tempo morirà. Okay. Brutta boccia - come si dice qui - ma tant'è. Ora, Davies ha stiracchiato questa cosa: uccidere non è inteso in senso fisico, ma interiore. Nella lotta contro i dalek è una versione di Donna a morire. Ma solo a me suona male? Non sarebbe stato più "onesto" ucciderla davvero? Anche se il pubblico avrebbe probabilmente gradito meno - me compresa, eh.

giovedì 20 settembre 2012

Un posto molto speciale.

Tutti abbiamo un posto speciale, penso. Il mio è questo.
La foto viene da qui

L'Arsenale Militare e il Museo Navale per me sono il paese dei balocchi. Mi sono sempre piaciuti tantissimo, fin da piccola. 
L'Arsenale, giusto per farvi rendere conto, è enorme: si estende per più di ottanta ettari. Al suo interno, oltre che officine ed edifici, ci sono chilometri di banchine, due darsene, sei bacini di carenaggio (quattro "piccoli" - 100 metri di lunghezza, oltre 20 di larghezza e uno grande, che è più del doppio) , il tutto collegato da quasi tredici chilometri di strade - con tanto di nomi.
Quando è stato inaugurato - 1869 - era la più grande e avanzata base navale al mondo. È progettato talmente bene che è in grado di continuare a funzionare ancora oggi senza modifiche sostanziali. Dal punto di vista ingegneristico è spettacoloso, specie se si considerano le difficoltà tecniche connesse alla realizzazione: sono state necessarie imponenti opere di scavo - e in terreni saturi d'acqua - che sono state effettuate, oltre che a braccia, mediante l'utilizzo di escavatori a vapore (e ditemi voi se questo non è steampunk vero!).
Qui si poteva costruire una nave ex-novo in modo completamente autosufficiente: officine calderai, tubisti, la veleria, l'officina artiglieri, officina siluri, armi e armamenti, telecomunicazioni, la falegnameria, l'officina cordami, insomma, non manca niente. Ha un solo difetto: dalle colline circostanti si può vedere praticamente tutto. Non proprio l'ideale per mantenere il segreto militare.
L'unico peccato è che si può visitare solo una volta l'anno (il 19 marzo) e solo in minima parte.
Nel 1869 fu spostato qui anche il Museo Tecnico Navale che prima aveva sede a Genova (comunque, la sede attuale è più recente, fine anni Cinquanta).


Nonostante lo conosca come il palmo delle mie mani, ogni volta suscita in me un misto di reverenza e ammirazione. Sarà che mi piace vedere oggetti molto grandi e che dovrebbero stare altrove esposti in una stanza. Lo so, non ditemelo: è roba da matti.
Il museo ha tutto quello che serve per piacere da impazzire ai bambini - e pure, coff coff, agli adulti con evidente sindrome di Peter Pan.
E qui dentro, di roba per adulti con sindrome di Peter Pan ce n'è a bizzeffe.
Ad esempio, la motosilurante qui accanto.
Oltre a essere in condizioni perfette, dentro ha il siluro originale (ma si vede solo dalla parte posteriore).
Giusto lì accanto c'è qualcos'altro che è molto interessante e di dimensioni ragguardevoli.
Avete mai sentito parlare dei maiali? No, non quelli con la codina a ricciolo: i siluri a lenta corsa.

Ecco, qua ce n'è uno. Con tanto di manichini con le dotazioni originali, giusto per farvi rendere conto di cosa volesse dire guidare uno di quei cosi. Anche perché dalla foto non si capisce - e il riflesso della teca uccide - ma l'arnese lì è lungo più di sei metri e non oso pensare a quanto sia pesante.


Guardate che testolina (giusto per farvi un'idea, il diametro - come minimo - è ottanta centimetri). 







Se volete cose ancora più grosse, voilà, la torretta di una nave.
Se vuoi ci puoi sbirciare dentro - o entrare proprio, se nessuno ti becca.
È così stretto che ti fa venire la claustrofobia. Se uno inizia a immaginarsi il botto dei cannoni in funzione e il rumore dei proiettili nemici sul ponte diventa ancora più spiacevole.
Ci sono diversi pezzi provenienti da sommergibili, tipo il periscopio, il telemetro e la centrale di puntamento, ed è stupefacente come tutto fosse così... analogico.
Non mancano i siluri, di tutti i tipi e per tutti i gusti. Da quelli più piccoli - tre o quattro metri, fino ai bestioni da nove o dieci. 
Le teste sono sia sperimentali che da battaglia.
Alcuni sono sezionati per dare modo di osservare il sistema propulsivo.

 
 







Rimanendo in tema di armi subacquee, nel giardino interno ecco quel che resta di una mina. C'è anche un intero tubo di lancio.














Nonostante sia un museo militare, non ci sono solo armi.
Ci sono polene. Un sacco di polene. Io vi metto le mie preferite, ma se vi piacciono e capitate qui, vi assicuro che ve ne levate la voglia.

















Quella a sinistra viene da una fregata dell'impero austro-ungarico.
Quella a destra è un po' speciale: non si sa da quale nave provenga. È stata rinvenuta a metà dell'Ottocento, in pieno Atlantico, dalla cannoniera Veloce. Lei è la ragazzaccia del museo, Atalanta.

E visto che ancorina piccola piccola, una cosina che non si nota proprio?
Viene da una nave romana, è stata ritrovata alla foce del Magra.
Ci sono tantissimi altri pezzi: le lanterne di alcuni fari, modellini molto belli, armi moderne e antiche, uno dei pennoni del Vespucci, un'intera stanza dedicata ai nodi marinari, i cofani in legno in cui veniva riposta la bandiera da battaglia, una teca dedicata a Marconi in cui si trovano alcuni  gli apparecchi utilizzati per i primi esperimenti radio dopo la trasferta e il successo in Inghilterra (a quanto pare, pure lui era un cervello in fuga). Non è un caso, perché alcuni dei suoi esperimenti più importanti si tennero qui.
Ma sapete quali sono i miei pezzi preferiti, quelli che mi hanno affascinato da sempre e che, secondo me, sono i più fichi del museo?
Facile.
Lo scafandro Galeazzi, antesignano delle moderne ADS. E l'elmo da palombaro. Ogni volta che li vedo, è come fosse la prima.



















Se venite da queste parti, fate un salto a visitare il Museo e, se è il giorno giusto, anche l'Arsenale. Non ve ne pentirete!

mercoledì 19 settembre 2012

Non è un paese per giovani

Ancora una volta, il post di oggi era già scritto.
Ancora una volta, ho letto qualcosa che mi ha fatta riflettere.
Ancora una volta, cambio di rotta.
La storia è questa e, manco dirlo, è la tipica, triste storia italiana di un cervello in fuga. Quasi quasi ci siamo abituati a sentirle ed è una cosa che non dovremmo proprio permettere.
Ciò che ho trovato più avvilente è questo passaggio: “A Livorno, prima di partire avevo provato a bussare alle porte della Provincia, della Regione, per cercare di coinvolgerli in quest’avventura americana, ma ho trovato enormi difficoltà, tanta diffidenza e poca trasparenza. In California ho cenato con i fondatori di Google Earth e improvvisato con loro sedute di brainstorming davanti ad una bistecca con ai piedi un paio di infradito. E’ incredibile come, in poco tempo, riesci a parlare con tante persone che possono dare seguito ai tuoi progetti e senza nessuna fatica. Sarà perché spesso gli interlocutori sono ragazzi che non si fanno problemi a parlare di lavoro con una persona qualsiasi senza sapere da dove venga o cosa faccia”.
Non starò qui a dire che la situazione è sempre più insostenibile. Lo sappiamo tutti quanti.
Non sono più "giovane", non come questa ragazza, e ho fatto una scelta di vita differente, che comporta però un certo grado di interazione con gli Enti pubblici, entità tentacolari, aliene, che dovrebbero fare e non fanno.
Per entrare nel giro dei lavori degli Enti pubblici, spesso devi essere amico di, conoscente di, amante di, fidanzata di. O pagare la classica mazzetta. Me l'hanno fatto capire un paio di volte.
Li ho fanculizzati e ho lasciato che il lavoro se lo prendesse qualche collega con qualche scrupolo in meno e tanto pelo sullo stomaco in più. E non solo per una questione di morale, ma perché non voglio sporcarmi.
Non metto in dubbio che la corruzione ci sia anche all'estero, ma il fatto è che qui l'abbiamo resa quasi un sistema di vita. 
Ora io mi domando: ma perché?
Per quale motivo andiamo avanti solo per clientelismo? 
E, anche quando non succede, perché c'è sempre diffidenza verso ciò che è nuovo e diverso? Se proponi un progetto a un ente qualsiasi, ti guardano come se fossi scesa dalla Luna e poi ti domandano "sì, ma quanto costa?" (domanda sacrosanta, lo riconosco), mentre dentro di sé pensano "dove sta la fregatura?".
Da dove viene quest'immobilismo? Sembriamo averlo nel DNA.
Che posso dire? Che dovremmo cambiare le cose? Lo sappiamo, per noi e per quelli che verranno dopo di noi, perché, se penso di avere un bambino, non posso fare a meno di chiedermi in quale mondo si troverà a vivere.
Come? Non lo so.
Per adesso, l'unica cosa che mi viene in mente è tenere il cervello in moto ed evitare - più in là - di ricadere in questi schemi. Non diventare parte dell'ingranaggio. Senza pezzi di ricambio, ogni cosa si ferma in via definitiva.
Se volete dargli un'occhiata, questo è il blog di Caterina Falleni.

Brace yourselves, winter is coming...

...e con esso il NaNo.
Non Tyrion (che è il mio personaggio preferito, ma sto divagando e ora la smetto).
Il National Novel Writing Month.
1 mese.
1 first draft da completare.
50000 parole.
Ho già partecipato nel 2010 e nel 2011 e quest'anno - dopo essere stata un po' nel dubbio - farò il tris.
L'iniziativa è molto ben coordinata ed è a livello internazionale: esistono forum di supporto in italiano, dove gli autori possono formare dei veri e propri gruppi di scrittura, scambiarsi consigli in caso di impasse di trama e incoraggiamenti quando la stanchezza è tanta, il 30 novembre dietro l'angolo e la caffeina non basta più a sostenerti (servono anche a anche cazzeggiare un tantino).
Per me, che sono pigra e molto discontinua, il NaNo è un'ottima ginnastica: se vuoi "vincerlo", cioè centrare l'obiettivo, devi tenere un minimo di quasi millesettecento parole al giorno.
Sì, sì, sembra facile: fatelo per un mese intero, ogni santo giorno, senza sgarrare mai e poi ne riparliamo.
Ci sono il lavoro, la casa, la famiglia, il film che vuoi assolutamente vedere, il libro che stai leggendo e non ti riesce di posarlo, la sera che non hai nessuna voglia di pestare sulla tastiera... Insomma, procrastinare è una tentazione cui difficilmente si resiste (vedete? Ci cadono proprio tutti!).
Se salti un giorno, ti ritrovi a dover scrivere oltre tremila parole, se ne salti due arrivi a quasi cinquemila e così via. Accumulare abissali ritardi è facilissimo. Smaltirli, invece, molto meno, perché il tempo stringe e il word counter parla chiaro!
Ma, una volta che sei dentro l'ottica-NaNo, di mollare l'osso e ammettere la sconfitta non se ne parla proprio e quindi si lavora come dei disperati e non c'è tempo per documentarsi o pianificare (a meno che non siate dei bravi bambini e non abbiate fatto tutti i compiti a casa prima di cominciare). Perfino rileggere quanto scritto, a un certo punto, diventa difficile, perciò si va a braccio.
Facile che il primo dicembre vi ritroverete per le mani un qualcosa di incasinatissimo, ma non è questo l'importante: alla fine, con grande stupore, vi accorgerete di avere una storia completa (o quasi, se siete irrecuperabili casi di prolissità come me).
Da rilavorare in maniera pesante, certo. Ma che va dalla A alla Z. Scusate se è poco.
E poi, ci sono i premi!
Non è che venga stilata una classifica o che, ma, per esempio, l'anno scorso tutti i vincitori hanno potuto acquistare Scrivener con il 50% di sconto. Due anni fa noi utenti Windows siamo rimasti fregati, perché la versione di Scrivener adatta è uscita dopo la scadenza del buono sconto, ma l'anno successivo era tutto pronto e io mi sono fiondata all'acquisto. (A proposito, magari una volta o l'altra ve ne parlo, di Scrivener).
Se questo non bastasse, ci sono i gadget! Amo i gadget! Magliette, felpe, penne, adesivi, spille, tazze, borse... L'anno scorso, come premio a me stessa, mi sono presa le spille da attaccare alla borsa (lo so che ho un'età, ma mi piacciono e ci vado in giro lo stesso!), quest'anno medito di ampliare la mia collezione di tazze con questa (le mugs dell'anno scorso erano più belle, uffa! C'era anche il bicchierone termico con il coperchio. Lo sapevo che dovevo comprarmelo!). Anche il thermos, però, non è male.
Io il primo novembre ci sarò. E voi?

lunedì 17 settembre 2012

Pagare per pubblicare

Una delle cose che meno capisco del vasto (e per molti versi strano) mondo che ruota attorno alla scrittura è pagare per pubblicare.
Lo so che ciascuno è libero di fare quello che gli pare.
So anche che, in una certa misura, il fatto che gente paghi per essere pubblicata non danneggia altro se non le loro proprie finanze (non è del tutto vero, ma per ora facciamola semplice).
Le c.e. a pagamento sono ammesse dalla legge, perciò non si può parlare di truffa. Personalmente non mi avvarrei mai dei loro servizi.
A differenza di qualche anno fa, non mancano i mezzi per farsi un'idea di come dovrebbero girare certi meccanismi, perciò, sarò molto cinica: se non ti informi e ti fregano, sai che c'è?, ti sta bene. Te la sei cercata. Benvenuto nella realtà.
Fare lo scrittore è un lavoro come qualsiasi altro e lasciamo stare che in Italia non ci si campa, per favore: non è quello il punto. Il punto è: lo fai e vieni pagato. 

La casa editrice vuole il  testo? Paga per averlo: ci mette i soldi dell'editing, della correzione bozze, della stampa (o della realizzazione del file) e quelli della promozione. E ti corrisponde le royalties. Non è l'autore che paga loro perché lo pubblichino senza peraltro avere editing, correzione bozze e (tantomeno!) promozione.
A meno che... a meno che non sia disposto a tutto pur di vedere il suo nome sul frontespizio di un libro. Per quanto mi riguarda è folle, ma il mondo è bello perché è vario. In inglese, la pubblicazione a pagamento ha un nome ben calzante e meravigliosamente descrittivo: vanity press.
Direi che non serve aggiungere altro.
Tuttavia, quando si entra nella discussione - che sia in qualche blog o in qualche forum - c'è sempre l'autore pubblicato a pagamento che salta su, punto sul vivo.
Ogni volta, le scuse sono più o meno le stesse:
1. "anche Svevo ha pagato per pubblicare".
Sì, ma Italo Svevo era un genio, io qui attorno genii non ne vedo. E poi magari avrà pagato la stamperia, non una casa editrice che promette mari e monti e poi ti lascia con una tonnellata e mezzo di copie che ti sono costate come fossero d'oro e che non sai dove mettere perché hai esaurito il parentado cui spacciarle.
2. "in Italia fanno tutti così" 
A parte che non è vero, parliamone: in Italia la meritocrazia non riusciamo a trovarla nemmeno nel vocabolario. Significa che ci dobbiamo adeguare al (presunto) così fan tutti? Ma neanche per idea.
3. "in Italia prendono in considerazione solo i raccomandati e non gli sconosciuti".
Non si punta sugli sconosciuti: i lettori forti sono pochi, l'editoria è in crisi e si prediligono investimenti più sicuri, tipo i polpettoni YA che hanno avuto successo oltreoceano, contando sul fatto che il popolo bue risponda anche qui alla stessa maniera. Non sto dicendo che sia giusto: lo trovo deprimente e mi fa anche un po' incazzare. Mi limito a elencare i fatti.
Ma la domanda è: tutto questo rende meno stupido il pagare chi invece dovrebbe investire su di te?
No.
Se proprio il sacro fuoco della pubblicazione ti scorre nelle vene e sei convinto che il mondo editoriale sia solo per raccomandati, calciatori e veline, la soluzione c'è: autopubblicati.
Prendi in mano la situazione: costruisci qualcosa che sia davvero tuo. Non farti fregare. Adesso, con la diffusione sempre crescente degli ebook, è ancora più semplice. Non sei in grado di realizzare un .epub? Paga qualcuno perché ti prepari il file, non conosco i prezzi, ma scommetto che sono inferiori all'ammontare del contributo editoriale. E non devi tenerti in casa tonnellate di copie invendute.
Il mio personale punto di vista sulla faccenda è che non solo pagare per pubblicare è stupido, ma non c'è alcun merito nel farlo.
La tua storia non è piaciuta all'editore. Magari non l'ha neanche letta (o ne ha letto lo stretto necessario per impapocchiarti qualche discorso).
Non importa se ti ha detto che sei meglio di Stephen King! Se ti devo spillare duemila euro ti racconto pure che meriteresti il Nobel per la letteratura.
E se il merito (inteso come "qualità del testo") non è una conditio sine qua non, almeno a giudicare da cosa alligna sugli scaffali delle librerie, ecco, la tua storia non ha nemmeno il merito inteso come "potenziale vendibilità", perché altrimenti qualche c.e. o qualche agente letterario ti avrebbe selezionato al volo.
Non c'è differenza fra comprarsi la pubblicazione e comprarsi un paio di scarpe (molto, molto costose). L'unica cosa che conta è: hai abbastanza soldi o no?
Ma la soddisfazione di avere un editore - uno vero - che ti chiama perché ha letto il tuo testo (e l'ha letto sul serio) e gli è piaciuto davvero, che ti propone un contratto onesto, che lavora con te, che ci crede, oppure quella di vedere il tuo libro, quello che hai autopubblicato, che vende o viene scaricato... quella non si può comprare.
Ed è la parte migliore.

Un lavoro pericoloso: il beta reader

Quando sente dire "scrivo per me stesso/a" il diavoletto cinico che è in me solleva un sopracciglio e biascica: "Stronzate".
Lo so, è davvero maleducato!
Tuttavia, bazzico l'ambiente della scrittura da qualche anno, ormai, e una cosa posso dirla: fra gli scrittori ci sono dei discreti esempi di narcisismo. Gente così di certo non scrive per se stessa: scrive per il pubblico. O meglio, per essere elogiata dal pubblico (possibilmente adorante).
Ora, spesso, al narcisismo si accompagna un certo grado di presunzione. Nulla di male, voglio dire, se li conosci li eviti (perché scordati proprio di cambiarli facendo notare loro che, forse, l'opinione che hanno di se stessi fa sembrare il K2 un insignificante montarozzo), ma il fatto è che a volte ti chiedono di fare loro da beta-reader.
Se vi dovesse capitare, un consiglio: scappate. Defilatevi. Prima di subito.
Pensate che ve lo stiano chiedendo convinti che il loro scritto sia perfettibile?
Ingenui! Ve lo chiedono per un unico motivo: sentirvi ammettere che siete annientati dalla loro bravura (mentre vi immaginano verdi d'invidia come pomodori acerbi).
In realtà, avere un beta-reader è una risorsa preziosa. Non c'è niente - ma proprio niente - che possa aiutare di più uno scribacchino. E vale anche per chi non è del tutto alle prime armi.
Io benedico il giorno in cui ho incontrato le mie Socie, perché senza di loro non so dove sarei. Mi hanno insegnato e continuano a insegnarmi moltissimo e il confronto con loro ha un valore inestimabile.
Il beta-reader deve avere qualità ben specifiche:
1. deve essere intelligente. Lo so che è ovvio, ma meglio specificare.
2. deve amare leggere e, possibilmente, scrivere. Oltre a conoscere l'italiano, deve essere in grado di smontare la storia che gli hai dato da leggere e capire il funzionamento di ogni suo pezzo. Non serve a niente avere come b-reader un grammar-nazi se non è in grado di dirti dov'è che la trama fa acqua.
3. deve essere spietato. Se il racconto fa schifo ti deve dire "fa schifo". Niente indoramenti di pillole ogiri di parole. Lo scrittore, in genere (e mi ci metto anche io) è fin troppo disposto all'auto-indulgenza. Perciò, sono da evitare scuse o discorsi fraintendibili: piuttosto, tranvate nei denti. Per questo motivo, la mamma, la nonna, la zia, il fidanzato, il marito, o l'amante non sono (tranne rare eccezioni) dei candidati adatti.

Quello del beta-reader è un compito non privo di insidie.
Tanto per cominciare, alcuni dei vostri "assistiti" sembreranno essere beatamente ignari del fatto che anche voi avete una vita: vi manderanno il file dicendovi "no, ma fai con comodo, eh", ma voi non credeteci.
Mentono: se non riceveranno risposta entro dodici ore, inizieranno a chiedere. Prima con calma, poi con livelli di pressione crescenti.
Ma non è questa la vera fregatura. La vera fregatura è insita nella natura stessa del lavoro del beta-reader: individuare errori, punti deboli e sfondoni, sia strutturali e che grammaticali. Prestando attenzione a non sovrapporre il proprio stile a quello dell'autore che si sta aiutando (questo è importante e anche difficile).
È qui che cominciano i dolori, perché non nascondiamoci dietro un dito: le critiche non piacciono a nessuno. Quelli più intelligenti si rendono conto della loro utilità, ma piacere... ah, no.
I narcisisti di cui sopra, i puri scrittori DOC, non la prendono con calma, dignità e classe. No.
C'è chi si offende senza mezzi termini e - complimenti!- vi siete appena regalati una nemesi. Non solo non vi rivolgerà mai più la parola, ma vi augurerà ogni male e ballerà - metaforicamente - sulla vostra tomba ogniqualvolta: a) riceverà una recensione positiva o, ancor di più, un premio e b) per contro, voi verrete stroncati da qualcuno o segati a qualche concorso. Da alcuni c'è da aspettarsi anche una bambolina voodoo.
Altri, invece, si offendono in maniera più subdola: alle critiche e alle correzioni risponderà con un "sì, tu hai ragione ma", salvo poi piagnucolare in rete, raccontando che un anonimo lettore ha stroncato il loro capolavoro immortale. [Mi è capitato diversi anni fa, ma l'ho saputo dopo. Siccome nel frattempo con la persona in questione avevo troncato (beh, sarebbe più esatto dire "l'ho sbattuta fuori dalla mia vita a calci nel culo"), venire a sapere di tutte quelle lamentazioni mi ha divertita assai.]
E poi ci sono quelli maniaco-depressivi: prendono le critiche come una constatazione che la loro presenza nel mondo è, più o meno, uno spreco di risorse. La tempesta di lacrime che seguirà l'invio del primo file annotato farà sembrare Katrina una pioggerellina da niente. E se per caso avete lasciato loro - imprudenti! - il vostro numero di cellulare, vi contatteranno con voce dall'oltretomba chiedendovi se, a vostro parere, sia il caso che continuino a scrivere.
Lì sta a voi. Se siete cattivi, potete pure rispondere di no.