mercoledì 31 ottobre 2012

Once Upon a Time 2x05 - The Doctor

C'è un solo Frankenstein per me. Ed è junior.
E così, abbiamo anche Frankenstein, eh? C'è da dire che Storybrooke non si fa proprio mancare niente.
No, il quinto episodio non mi ha convinta. Sempre meglio del terzo, con la cerimonia di nozze officiata da Lancillotto per la quale m'è partito un gigantesco "Che coooosa?!".
Mi sa tanto che le cose abbiano preso una china poco rassicurante. Siamo partiti dai personaggi delle favole. Ci abbiamo aggiunto quelli Disney - vedi Mulan che c'entra come i cavoli a merenda - poi la letteratura per ragazzi (il Cappellaio Matto, così fico che non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di obiettare, e Capitan Uncino, altro fico fuoriserie, con buona pace del Dustin Hoffman di Hook), ora arriviamo al'horror?
Mi starebbe anche bene (meglio horror che Disney, a dirla tutta), se non fosse che intravedo un concreto rischio di allungamento del brodo, proprio quello che temevo alla fine della prima stagione.
E poi, se ci dovete proprio mettere i classici della letteratura: voglio il Capitano Nemo e il Nautilus, accidenti! (O Long John Silver, il mio cattivo preferito.)
Comunque: David/Charming sta cercando di farsi prendere sul serio (e con me proprio non ci riesce), Henry - poverello - è ridotto a mera esca. Trovo che il ragazzino sia al suo meglio quando è in coppia con Emma: quel nonno fin troppo giovanile che si ritrova non lo ascolta nemmeno per sbaglio e lo tratta un po' come un deficiente. Capita, quando si ha a che fare con un maschio accudente.
Rumplestiltskin si vede poco - ma più si scopre il suo passato, più le trame si fanno intricate. E quindi, senti senti, Herr Doktor aveva fatto centro alla prima, ma a Regina è stato fatto credere il contrario per farla diventare cattiva? Ho come l'impressione che se mettiamo insieme le cose, la poveretta è il personaggio più preso per il naso e manipolato di tutta la storia.
Tutta la puntata sembra riassumibile in "Regina, lasciati il passato alle spalle e vai avanti con la tua vita!": glielo dicono in tutti i modi e le salse, c'è solo da vedere se lo farà o meno.
Ha perso Daniel per la seconda volta, proprio quando credeva di averlo finalmente ritrovato. Bella botta che ha preso, poveraccia. Anche se, sapete una cosa? La preferisco cattiva. E non vedo l'ora, questo sì, che si arrivi al match con mammà sua. Da quel che ci hanno fatto vedere Cora è un pessimo soggetto, malvagia fino al midollo, senza se e senza ma.
Per il resto: Uncino tenta di fare l'agente segreto e viene sgamato subito da Emma. Noto che è il primo episodio in cui ha smesso di sembrare lobotomizzata.
Vedremo cosa succederà, ma per ora mi sento di dire che lo slancio della prima stagione è andato perduto. E poi... dove cacchio è finito August/Pinocchio? E chi accidenti sarebbe il tipo che apre l'episodio uno?
Prima che mi dimentichi, un plauso all'impatto visivo degli ultimi minuti prima della chiusura, da classico "film di Frankenstein"... anche se l'assistente mi ha un po' delusa. Io volevo Aigor!
No, cavolo, vogliamo mettere?

martedì 30 ottobre 2012

L'ultima furbata degli EAP: Rant Alert!

Oggi siamo al terzo post e no, non è che non c'ho un accidente da fare, ma è che, quando leggo certe cose, mi saltano i nervi.
Che io sia decisamente contraria all'editoria a pagamento l'ho già detto e in termini non equivocabili qui. Ho anche detto "se non ti informi e ti fregano, ti sta bene". Continuo a pensarlo, ma, a quanto pare, c'è anche chi, pur essendosi informato, rimane fregato lo stesso.
Come si legge in questo post.
Ora, c'è che quando vedo certe cose m'incazzo senza se e senza ma. C'è che non si può usare un testo come si userebbe un ostaggio ("comprami le copie o lo faccio sparire") e c'è che in Italia ne abbiamo viste tante e proprio non se ne può più di gente che si mette la legge sotto i piedi e la usa a modi zerbino.
Bisognerebbe sputtanarli, questi sedicenti editori che hanno imparato a rapportarsi con i propri autori facendo stage con i sequestratori, altro che lasciarli allignare nell'anonimato.
Ma, ehi!, se appiccichi un nome e un cognome, a quelle belle mail, ti becchi una denuncia per diffamazione. Loro truffano e nessuno dice un accidente.
Che difesa può avere, un esordiente, contro personaggi di questo genere?
Per quel che vale, dite che avete fatto controllare il contratto a un legale. 
Fatelo davvero, se non vi costa tanto, se avete un/a amico/a, un/a fidanzato/a, un/a cugino/a, un/a fratello/sorella avvocato. Dovrebbe essere una prassi comune, perché una firma non va mai - e dico mai - messa alla leggera. 
Ma, se proprio non avete i soldi, ditelo soltanto, a questi loschi figuri con la coscienza lercia. Mettete bene in chiaro che non siete indifesi. Che non siete una preda facile. Magari ci penseranno due volte, prima di rivolgervi le loro sgradite attenzioni e andranno in cerca di carne più tenera e più facilmente azzannabile.

Lo sapete...

... che giorno è oggi? Il 30 ottobre. Domani sarà il 31 e sì, è Halloween, ma me ne frega relativamente, tanto i dolcetti non me li fanno mangiare perché ingrasso. Però dopo-dopodomani è il primo novembre. C'est a dire... inizia il NaNo! Oggi ultimi ritocchi al materiale preparatorio, e poi ai blocchi di partenza.


Bibliobulimia e dintorni

Devo smetterla. No, sul serio, devo proprio smetterla: non bastavano le offerte di Bookrepublic, il fido banchetto dell'usato e la misteriosa libreria-zombie dei remainders, no. Ci si mettono pure le offerte lampo Kindle di Amazon.
Ma cosa deve fare, una, per vivere in pace?
Che non mi si può mettere sotto il naso cotanto ben di dio e illudersi che non ci caschi. Sono una donna, non sono una santa!
Comunque, ecco qua gli acquisti fra ieri e oggi:
Tales of terror from the Black Ship - Chris Priestley (e lo so che è un libro per ragazzi). 
La copertina mi ha attirata (non è buon segno, comunque, che mi lasci abbagliare dalle copertine. È così che ho commesso l'empio peccato di comprare La missione di Sennar). Però l'incipit è più stuzzicante di un aperitivo (perché, cavolo, raramente faccio lo stesso errore due volte e non comprerò mai più  a scatola chiusa!). E poi era in offerta a novantanove centesimi... vogliamo lasciarlo lì? No, che non vogliamo. Preso e iniziato. Per ora non sembra male: è appena entrato in scena uno strano guardiamarina che, a quanto pare, narrerà storie assai truculente a Ethan e Cathy, i due bambini protagonisti. Avanti, carino, non vedo l'ora di sentirle!

L'altro acquisto è stato The Demon Collector - Jon Mayhew
Di questo autore non so niente e, oltretutto, poche cose mi spaventano come le storie di possessioni demoniache, ma volevo proprio provare a leggere. E poi nella sinossi si parla di un viaggio al Circolo Polare e a me è venuto subito in mente Le montagne della follia. L'incipit è alquanto splatter (inizia con lo spappolamento in diretta di un ragazzino sotto le ruote di una carrozza). Infine, stava anche questo a novantanove centesimi. Meno di un caffé.
Come dire, ebook-caffè uno a zero.
Infine, Abraham Lincoln Vampire Hunter - Seth Grahame-Smith
Questo l'ho preso senza sbirciarci dentro, tanto più o meno ho un'idea della trama. Premesso che non ho visto il film, e a quanto pare ho fatto bene, e che ho girato intorno all'edizione italiana senza comprarla (sto diventando tirchia quando si tratta di cartacei, ma com'è?).
Ora, uno penserebbe che io abbia abbastanza roba da leggere per essere contenta, considerato anche il mio fiondarmi, non più tardi di due giorni fa, sul succulento Halloween Horror Bundle e, un quindici giorni fa buoni, sull'appetitoso Humble eBook Bundle - segnalati da Mr.Giobblin qui e qui.
Senza contare Novelist's Boot Camp e Mugging the Muse. E Consider Phlebas e... vabbé, ci siamo capiti.
Invece, non è così. Perché la bibliobulimia è una dipendenza ("salve a tutti, mi chiamo Valentina e ho un problema"). Così stamani, passando di rientro dal caffé, ho effettuato una rapida sterzata a sinistra e mi sono infilata nella libreria-zombie uscendone con:
L'arma finale - Iain M.Banks. Non fa parte del ciclo della Cultura, no. Ma è Banks, e tanto basta. E poi, in offerta a otto euro e cinquanta! Eddai!
La scomparsa dell'Erebus - Dan Simmons. Penso che Simmons sia un signor autore, anche se alcune sue prove mi hanno lasciata perplessa (in primis il suo ultimo, Flashback, ambientazione meravigliosa ma troppo megafono per le convizioni politiche dell'autore). Però di questo avevo letto una bella recensione e poi, cavolo, era in offerta a dieci euri. Lo so, non ditemelo: sono una spendacciona. Ma, siccome alla libreria-zombie mi amano (e non è difficile capire perché), ogni due libri il terzo era in regalo.
E io ho scelto Non te ne andrai - Ann Rule.
Ann Rule è diventata famosa perché è stata per anni amica del serial killer Ted Bundy (ovviamente, del tutto ignara della sua vera natura). Suo primo grande successo è stato, infatti, la storia di quest'amicizia, raccontata ne Un estraneo al mio fianco. Non male, ogni tanto un po' palloso.
(Prima che diciate "ci ha marciato su", vi avverto: Bundy sapeva di questa pubblicazione e, a quanto pare, era d'accordo: magari appagava il suo narcisismo, vai a sapere).
Comunque, un'altra aggiunta alle tonnellate di roba da leggere, mi sento felice come Paperone nel deposito!
E poi: "I've never known a successful writer who wasn't also a compulsive reader" e anche "If you aren't a big reader, you're going to have terrible time figuring out what is a truly different approach to a story and what has been done to death".
Oh, lo dice Holly Lisle, mica io!

domenica 28 ottobre 2012

Il piccolo nerd interiore

Una delle cose che ho sempre apprezzato in Pascoli è l'intuizione (geniale) riguardo al fanciullino: quella parte dell'anima del poeta in grado di guardare al mondo con occhi di bambino, pronto a meravigliarsi, privo delle "sovrastrutture" che il tempo e le esperienze ci piantano addosso, rendendoci cinici e forse un po' tristi.
Senza fanciullino ci riduciamo così
Il fanciullino, secondo Pascoli, era ciò che distingueva il poeta dal non-poeta, ma, da quel che mi ricordo, lui lo vedeva come fosse una "caratteristica innata". O ce l'hai, o non ce l'hai. Non ci ho mai creduto, a 'sta cosa: ce l'abbiamo tutti, solo che bisogna trattarlo bene e prestare grande attenzione, perché e facile, fin troppo facile, che muoia, soffocato dalle cose che ci succedono.
Però.
Però, ecco, c'è un'altra differenza: il poeta c'avrà pure il fanciullino, ma gli scrittori e i lettori di narrativa fantastica hanno qualcuno che è assai più fico: hanno il piccolo nerd.
Al piccolo nerd piacciono i mondi immaginari, la magia, i cavalieri, le astronavi, spade e raggi laser (se sono spade-laser, anche meglio). Gli piacciono mostri, leggende, fantasmi e zombie. I viaggi nel tempo e i supereroi. Le avventure archeologiche pericolose. E i dinosauri, of course. Magari non tutto insieme, o anche sì.
Il piccolo nerd è quello che rimane a bocca aperta fantasticando la possibilità di colonie umane nello spazio e che, guardando una gallina inclinare la testa - nel tipico gesto da gallina - nella sua mente leva le piume, le sostituisce con scaglie, la immagina alta cinque metri, lunga tredici e pesante sette tonnellate... e con denti affilati al posto del becco.
Il piccolo nerd gioca di ruolo e ci mette tutto se stesso. Il piccolo nerd è quello che vi fa collezionare manga, guardare anime e custodire le action figures come nemmeno Gollum con l'anello. Ed è quello che vi fa andare in giro - a quasi quarant'anni - con la maglietta della serie tv fantascientifica preferita - o del supereroe prediletto - e fissare dall'alto in basso chi, è evidente, disapprova e pensa che siate solo un disadattato con la sindrome di Peter Pan senza uno straccio di idea di come si viva nel mondo vero.
Perché il piccolo nerd, un po' più grande e smaliziato del fanciullino, lo sa, che la gente normale lo guarda strano, lo giudica e pensa che dovrebbe decidersi a crescere una buona volta, ma fondamentalmente se ne frega, perché a lui una cosa è ben chiara: hanno torto loro.
Grazie a Marina per questo e quest'altro post!

sabato 27 ottobre 2012

Il genio di Christopher Moore.

Credo che Moore sia uno scrittore straordinario.
Non a livello tecnico, sicuramente ce ne sono di migliori, e non è nemmeno esente da difetti: tipo che, ogni tanto, ho l'impressione che voglia strappare la risata a ogni costo.
Tuttavia, credo che sia trascurabile a fronte di due enormi pregi. Tanto per cominciare, suona da virtuoso tutti i registri narrativi: nei suoi libri trovi momenti esilaranti, o crudi, o cinici, o di una dolcezza e di una sensibilità che lasciano interdetti. Ma soprattutto, riesce a rendere credibili cose che, dette così, sono assurde, tipo la storia d'amore fra un lucertolone preistorico e una donna, o Babbo Natale zombie cattivissimo che assalta una chiesa e succhia cervelli o Gesù che fa amicizia con lo yeti e pratica yoga insieme a un'elefantessa o, ancora, Tolouse-Lautrec con protesi a vapore per le gambe.
Mi viene spontaneo chiedermi come-cavolo-ci-riesca.
Prendiamo Tutta colpa dell'angelo.
Secondo me lui ha creduto che fosse possibile - anche se non era mai stato fatto prima - unire l'edificante favoletta di Natale con una storia di zombie e  ha messo insieme queste due parti così diverse senza snaturarle. Mi spiego: non ha reso Babbo Natale più cinico (oddio, il personaggio che indossa il costume non è proprio una persona gradevole, ma l'atmosfera natalizia e le illusioni del bambino che, in candida innocenza, dà il la a tutto il casino sono, come dire, perfettamente ortodosse) o gli zombie meno schifosi perché le due cose si incontrassero, come dire, a mezza via.
Anzi, gli zombie sono senzienti: sanno cosa stanno facendo, a chi, perché... e non glie ne frega un beato accidente. L'irruzione di Babbo Natale nella chiesa in cui sono asserragliati gli abitanti superstiti di Pine Cove è degna di un western di quelli cazz... ehm, con i controcosi.

Poi le porte si spalancarono, il vento sferzò nella sala portando con sé un puzzo orribile. Immobile, stagliato sull’ingresso della chiesa, c’era Babbo Natale che teneva Brian Henderson con la sua camicia rossa da Star Trek per la gola. Un gruppo di cupe figure si muoveva alle loro spalle, mormorando qualche lamento a proposito dell’IKEA; Babbo Natale puntò una calibro 38 alla tempia di Brian e premette il grilletto. Il sangue schizzò sulla parete di fronte e Babbo Natale gettò il cadavere fra le braccia di Marty del Mattino, che cominciò a succhiare il cervello di Brian dal foro di entrata del proiettile.
«Buon Natale, figli di puttana. Il vostro destino è segnato!» disse Babbo Natale.


Scorri la quarta di copertina di Un lavoro sporco e vedi che è la storia di un tizio che improvvisamente si ritrova a essere Dio della Morte. Allora pensi (perché lo pensi): "Ma che è 'sta stronzata?"
Poi lo leggi e non solo lo trovi plausibile. Ti piace pure.
Per quanto mi riguarda, Moore mi ha insegnato una lezione preziosa: al di là della tecnica, dell'abilità con cui si costruiscono trama e personaggi, è importante l'attitudine con cui ci si approccia alla scrittura. Pensare fuori dagli schemi, non aver paura di osare commistioni, anche improbabili, insomma, sfruttare appieno la libertà di creare che è la cosa più bella dello scrivere. E credere in quello che si fa. Sempre.

venerdì 26 ottobre 2012

Il principe del LOL

Ne sei proprio sicuro?

Charming è uno dei miei personaggi prediletti. Oh, come prendo per il sedere lui non prendo per il sedere nessuno del cast di Once Upon a Time.
Cose che succedono quando per tutta una stagione lo fai comportare come un idiota che ha problemi a decidere, come dire, in quale staffa infilare il proprio piede.
Nella stagione uno il poverello è stato - a mio parere - assai maltrattato in ambedue le sue incarnazioni: il principe James/Charming (soprannome del cacchio, comunque) è troppo piuccheperfetto per essere vero, come tale, digeribile quanto un mattone. David è, per dirla in una sola parola, un impiastro.
La stagione due non è iniziata bene, per lui: lo spiattellamento del cappello magico con tuffo carpiato e panciata del primo episodio non stonerebbe in uno qualsiasi dei film di Fantozzi. Quando si volta a guardare Regina con il viso striato di lacrime piangevo anche io.
Dal ridere.
Negli episodi seguenti il tapino si arrabatta come può, cercando di farsi dare retta dagli agitati cittadini di Storybrooke, di capire come recuperare moglie&figlia missing in action e di badare al neo-acquisito nipote con risultati  non troppo brillanti. L'unica cosa che imbrocca è il pippone, abbastanza banale se devo dire quel che penso, sul non perdere se stessi alla fine del terzo episodio, dopo aver smollato questa perla avvilente: I do the fighting, Snow do the talking... ah, ma allora lo sai, di non essere un cervello fino!
Comunque, in questo quarto episodio lo si vede poco, ma quel che si vede è abbastanza ridicolo, a cominciare dall'entrata in scena, piccone alla mano e canotta sudata come manco Bruce Willis in Die Hard, mentre lavora nelle miniere insieme ai Sette Nani. Poi, senza colpo ferire, pianta lì l'andiam andiam andiamo a lavorar, infila la camicia di flanella sull'ascella pezzata e annuncia che farà lo sceriffo ad interim. Oookay, spero che Biancaneve non guardi tanto all'igiene personale.
L'episodio, in realtà, è centrato su Rumplestiltskin, sul suo passato pre-Oscuro e sul rapporto attuale con Belle (apro parentesi: questo zuccone rovinerà tutto, con lei. chiudo parentesi). Quando Belle lo pianta e sparisce, il  povero Rumplestiltskin/Gold chiede aiuto proprio al neo-sceriffo, il quale gli dice a malincuore di sì... e questa strana coppia, cui si unisce in seguito Ruby/Cappuccetto Rosso, va in giro a chiedere se qualcuno degli abitanti abbia visto Belle.
[Nessuno l'ha vista... ma tutti ricordano anche troppo bene cosa ha combinato loro Rumplestiltskin:
Do you remember turning a butcher into a pig?
Can't say that I do. Why?
Well, he does.And apparently, it was his father. I'm beginning to understand why nobody wants to help you.]
C'è da dire che si impegna, il principe: mostra i muscoli (okay, le canottiere sudate non sono proprio il mio genere, ma vabbé), gira con la stella di sceriffo alla cintura, fa domande, si atteggia a punto di riferimento per la comunità, elargisce perfino consigli a Rumplestiltskin su come far funzionare un rapporto di coppia:

Honesty. That's how we did it. Hard work and being honest with one another.

Disse l'uomo che cornificò la moglie con Mary Margaret. Ciao, coerenza, non sapevo che ci fossi anche tu!
Caro Charming, ho idea che ti toccherà lavorare davvero duro per riguadagnare uno straccio di credibilità!

giovedì 25 ottobre 2012

Anniversary

Un anno fa l'alluvione in Val di Vara e nelle Cinque Terre. I segni, specie in Val di Vara, sono visibili ancora oggi. 
Un pensiero a quelli che non ci sono più, a quelli che si sono tirati faticosamente in piedi e a tutti quelli, e sono tanti, che nei giorni successivi si sono rimboccati le maniche e hanno dato una mano.

domenica 21 ottobre 2012

Suona un ding dillo!

Tutto nasce da questo post, seguito poi da quest'altro.
Argomentone: nientemeno che il Professore. E il suo capolavoro: il Signore degli Anelli.
Premesso che il mio primo contatto con Tolkien è stato non il libro ma il film d'animazione di Ralph Bakshi, che ero piccola e che la scena dell'assalto dei nazgul alla locanda del Puledro Impennato mi aveva spaventata a morte, per anni Il Signore degli Anelli è stato il mio libro preferito. 
L'ho portato con me in ogni vacanza, letto, ri-letto, straletto. 
In termini cronologici, Lo hobbit è arrivato dopo. Perfino dopo il Silmarillion (che, la dico proprio tutta, mi ha messa a durissima prova).
Però, leggendo i due post di cui sopra, mi sono trovata a riflettere. Fondamentalmente, la discussione ha preso un po' la deriva "LOTR vs Lo Hobbit" (non è in termini così estremi, ma facciamo che sintetizzo).
La prima cosa che ho realizzato è che, a domanda secca rispondi, preferisco Lo Hobbit.
Perché? Perché è meno pesante. E non in senso fisico (anche se, effettivamente, il volumone del LOTR è almeno una chilata e mezzo).
Lo Hobbit, storia semplice di un personaggio semplice che viene travolto dalle avventure, è scritto in un modo privo di pretese - che non vuol dire "tirando via", ma "senza la pretesa di esemplarità". Le avventure di Bilbo (che voglia di vedere nei suoi panni Martin "doctor Watson" Freeman!), tranquillo hobbit che viene spacciato come esperto scassinatore (da un Gandalf molto più bugiardo e truffaldino di quello che vedremo nella trilogia) e che si trova a dover fregare il tesoro da sotto il naso del malvagio drago Smaug (non vedo l'ora di sentirlo doppiato da Benedict Cumberbatch), dividendo strada e vita con tredici nani dal carattere non proprio facile, sono divertenti, scritte con leggerezza e humour britannico (basta pensare a Bilbo che prende per il sedere i Ragni Giganti o i discorsi a pera di Berto, Maso e Guglielmo, i tre Vagabondi diversamente intelligenti). E che dire degli Elfi Silvani, tutt'altro che elfici e perfettini? (Vedi, il maggiordomo del Re che sbevazza allegramente con il capo delle guardie fino a perdere conoscenza). E poi adoro letteralmente il modo con cui Gandalf infila i tredici nani in casa di Bilbo, prima, e di Beorn, poi.
Il Signore degli Anelli è tutta un'altra storia - e scusate il gioco di parole.
Tanto per cominciare, l'ambientazione trova molto, ma molto più spazio. Il linguaggio e lo stile sono differenti: aulici, oserei dire fin troppo. E poi cantano. E parlano in rima. E raccontano leggende e miti. In elfico.
Lo Hobbit mi piace tutto. Se decido di rileggerlo, lo faccio dall'inizio alla fine.
Il Signore degli Anelli mi piace a tratti.
Alcune scene, alcune sequenze, sono fra le mie preferite in assoluto. La festa di compleanno. Il primo apparire del Nazgul. Lo spettro del tumulo. L'arrivo al Puledro Impennato, l'entrata in scena di Grampasso (la canzone sull'ubriachezza molesta dell'uomo della luna la salto senza rimpianti). Moria. L'esercito dei morti. Le avventure di Frodo e Sam infiltrati a Mordor. La storia fra Faramir ed Eowyn. L'addio finale fra gli hobbit, che mi fa stare malissimo, ma è incredibilmente giusto.
Ce ne sono altre che salto a pié pari.
Lothlorien. L'inseguimento dei Tre Cacciatori. La sfilata degli alleati che arrivano a Minas Tirith per l'ultima battaglia. La parte con gli Ent, che, lo so, è importante, ma cosa devo dire? Barbalbero mi annoia. La parte di Pipino che diventa Guardia della Torre e ha a che fare con Denethor. Le varie poesie e canzoni.
E Tom Bombadil.
Io vorrei - ma lo vorrei davvero, senza polemiche - che qualcuno mi spiegasse il senso di Tom Bombadil. No, perché proprio non lo capisco.
E, per amor del cielo, qualcuno mi dica che cacchio significa "bella dol"!

sabato 20 ottobre 2012

Tutto qui?!

A volte prendo delle cantonate micidiali, porcaccia miseria.
Qualche giorno fa, mentre disegnavo annoiandomi a morte, ho messo in un angolo del mio monitor Sherlock. Disegnare (disegno tecnico, non artistico) è parecchio palloso, sapete? 
Così, sentire (più che vedere, perché ho gli occhi impegnati con rette, punti e retini) mi aiuta a lavorare meglio. Almeno non mi scoccio in trenta secondi per poi mettermi a cazzeggiare su Facebook. Ma sto divagando - che novità! - torniamo al punto.
Sherlock. Precisamente, A Scandal in Belgravia. Adoro quell'episodio. Adoro l'attrice che interpreta Irene Adler! Penso che sia bravissima. E che lo script sia grandioso.
E poi, finalmente, si vede uno Sherlock di fronte a un avversario in grado di spiazzarlo.
Sì, lo so che anche Moriarty c'era riuscito, ma il fatto è che... Sherlock è "sottilmente" misogino. Tratta le donne, quelle poche che gli girano intorno, con una certa condiscendenza: basta pensare a quella poveraccia di Molly (o a Mrs.Hudson), ma stavolta trova pane per i suoi denti. Al di là del sottile gioco di attrazione che Irene mette in scena - e del modo altrettanto ambiguo con il quale lui le risponde - è proprio che sembra una specie di "la vendetta delle donne". Insomma, tifo per lei per via del genere.
Così, sono andata alla radice: ho preso il mio volumone con tutte le avventure di Sherlock Holmes per leggere Uno scandalo in Boemia.
Sapevo che è l'unica apparizione di Irene Adler, che lei suscita in Holmes un'impressione talmente profonda che lui prenderà a chiamarla la Donna - con la D maiuscola, (lo specifica Watson, non io). E che Holmes chiederà, come unico compenso per i suoi servigi, la fotografia che Irene, beffarda, lascia dietro di sé.
Mi domandavo, affascinata e curiosa, come fosse il racconto, che tipo di personaggio fosse Irene. Una dark lady come nella serie tv? Non proprio a quel livello, ovvio, considerando in quale periodo storico è stato scritto, ma, siccome la si definisce - senza mezzi termini - avventuriera,  mi aspettavo qualcuno di non convenzionale. In che modo Conan Doyle aveva reso l'interazione fra lei e Holmes? Chissà che dialoghi brillanti, mi dicevo. Insomma, aspettative alle stelle.
Ci sono rimasta male.
Tanto per cominciare, lei compare in scena pochissimo, giusto quando Holmes si finge ferito in una rissa da strada per entrarle in casa. Watson, i nostri occhi all'interno della storia, è fuori, intento a dare man forte al detective con una bomba fumogena (no, non ve lo spiego: andate a leggerlo!), quindi non interagisce direttamente con lei. Quasi non la vede. Tutto quello che abbiamo è un racconto di Holmes, che riassume all'amico dottore le sue avventure durante la ricognizione prima di organizzare il geniale piano per scoprire dove lei tenga la fotografia, il nocciolo della questione.
Al centro del racconto, infatti, non c'è nemmeno un mistero, ma solo la richiesta, da parte del re di Boemia, di recuperare una fotografia che lo ritrae con Irene, la sua ex-amante. La quale, viene lasciato intendere, è stata scaricata in quanto di rango non abbastanza elevato e minaccia di rendere pubblica l'immagine all'indomani del fidanzamento ufficiale di Sua Maestà.
Hell hath no fury...
(Comunque, Irene ha ragione da vendere, per me. Il re è un vero egoista, il più negativo fra i personaggi del racconto. Perfino Holmes, alla fine, lo tratta come una pezza. Solo che quell'idiota non lo capisce.)
In questo racconto, Holmes non usa quasi mai la scienza della deduzione (a parte all'inizio, per stupire Watson, prima, e il re venuto a ingaggiarlo con una maschera sulla faccia... che idea imbecille!).
Per compiere la missione, l'investigatore si traveste e si infiltra in casa di Irene, solo che lei non è scema: si accorge di tutto e scappa con la fotografia e il neo-marito (s'è sposata un avvocato), lasciando dietro di sé, nella casa vuota, una lettera per Holmes, nella quale gli spiega come ha fatto a sgamarlo e una fotografia da dare al re... in cui lei è ritratta da sola. (Si toglie anche lo sfizio di mandargli a dire che s'è innamorata - ricambiata - di un uomo di gran lunga migliore, tié, prendi e porta a casa.)
Quello che mi ha delusa non è tanto che fra Irene e Holmes non ci sia alcun tipo di tensione - e praticamente nessun dialogo - ma che lei non è poi così straordinaria. 
Voglio dire, quel gentleman del re l'ha fatta aggredire per strada non so quante volte, le ha mandato i ladri in casa... il minimo che ci si  può aspettare è che una stia sul chi vive.
E poi, parliamoci chiaro, quante probabilità ci sono che, nel giro di mezz'ora: 1. ti scoppia una rissa praticamente sullo zerbino, 2. sei costretta a metterti in casa un tizio che non hai mai visto né conosciuto e che è rimasto ferito nella suddetta rissa e 3. ti scoppia un presunto incendio nel salotto?
Se non ti accorgi che la faccenda puzza sei completamente rimbambita (oppure sei la protagonista di qualche paranormal romance). 
Forse è una mia mancanza. Forse non contestualizzo. Forse per la concezione dell'epoca le donne non erano dotate del ben dell'intelletto - o, quantomeno, di uno degno di nota. Perché altrimenti non capisco per quale ragione Irene abbia impressionato così tanto una macchina da ragionamento come Sherlock Holmes.

venerdì 19 ottobre 2012

Eh?

Non avevo mai guardato le chiavi di ricerca che portano qui, ma stasera ci ho ficcato il naso.
Risultato?
C'è chi arriva digitando parietaria e parietaria officinalis: scusatemi, volevate una pagina su una pianta e vi siete ritrovati in questa sottospecie di blog! Altri invece cercano notizie su Parigi e si beccano le mie disavventure nella Ville Lumiére.
Alcuni arrivano seguendo le onde del mare, altri i palombari: palombaro mm, coltello da palombaro - sono molto belli, a proposito - e scarpe da palombaro. Evidentemente, non sono l'unica appassionata, eh!
Parecchi cercano qualcosa su X-Files, usando tre varianti: xfiles, x files e x-files.
Poi ci sono i pucciosi (disegno baby taz e baby taz bacino) e chi va sulla fantascienza (millennium falcon).
Un po' di chiavi riguardano la scrittura: betareader, penna e calamaio e la mia preferita: scriverti è facile (davvero? Lusingata!).
Ma le mie preferite, quelle che mi hanno lasciato davvero perplessa, sono queste due: può darsi che non siate responsabili della situazione in cui vi trovate (ecchesfiga, allora) e per avere qualcosa che non hai mai avuto devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto (really?).

Spezzinità.

Su Facebook c'è una pagina che mi piace molto. Si chiama Lo spezzino vero e il post di stamane recita:

Noi siamo quelli che quando qualcuno domanda "Come va?" rispondiamo "Siamo qui" (e pensiamo "Si domanda: "Com'è?" non "Come va?").
Noi siamo quelli che la barca vera è la barca a vela, "ma sai che rompimento di belino metterla a posto?". E dunque abbiamo il gozzo.

Noi siamo quelli che sognano mari lontani e rimpiangono quello vicino.

Noi siamo di Speza, nel bene e nel male
.

Per chi spezzino non è vuol dire poco, ma chi a Spezia ci è nato e ci vive, come me, vi dirà che beh... siamo proprio così. Siamo cozze (ma qua non si dice "cozze", si dice "muscoli"!) attaccate a questo nostro scoglio... muscoli scontenti, che mugugnano perché lo scoglio fa schifo, ma intanto non si muovono e, non solo, si incazzano se qualcun altro, qualche foresto, si azzarda a fare lo stesso. Muscoli diffidenti, con un pessimo carattere, sempre pronti al "dé, cos' te vé?", "ma ne me rompìe 'r belin" e "ne ghe no vogia".
Viviamo in una città che è un'emergenza ambientale in corso da decenni, ma è capace di regalarti questo.


bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä
(padrone della corda marcia d'acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare)

Testo e traduzione qui

N.B.: fate caso, al minuto 6.32: "muscoli nostrali de Spéza"!

giovedì 18 ottobre 2012

Novelist's Boot Camp

Da quando l'ho visto, sul blog di Davide, prima, e su Amazon.uk, poi, è stato amore.
Dovevo averlo.
(Oh, che dirvi? Non so resistere ai gadgets... e questo è un manuale di scrittura con l'apparenza di un gadget. Uno di quelli fichi, peraltro).
Comunque, ieri è arrivato e, anche se non mi sono messa a leggerlo perché prima voglio finire Mugging the Muse, il naso dentro ce l'ho ficcato eccome.
Trovo irresistibile il tono (mentre leggo, immagino Louis Gossett Jr.) e mi fa sbellicare il now do some push-ups then go report for duty, (ho considerato di mettermici davvero, a fare flessioni, così magari mi vengono anche delle braccia decenti... cielo, quanto è triste?). Ma quello che letteralmente adoro è la logica: trattare lo scrivere una storia come un progetto è un approccio che mi affascina e che sento congeniale.
Quando leggo: you must allocate time for planning, preparation, drafting, revising, editing, and proofreading, so make a mission calendar for your novel-length writing project. Set tentative dates for completion of each of these major phases and then break down the tasks in this phases and assign dates for those too.
Questa è una lingua che capisco! (E non sto parlando dell'inglese).
Cominciate a parlarmi del tema della storia (o di qualche altra roba astrusa) e quando vi fisserò potrete vedere nei miei occhi il vuoto cosmico, ma... scadenze, scomporre un progetto in fasi? Lo faccio tutti i giorni, è così che funziona la mia testa. Accidenti, è musica per le mie orecchie!
No, è che con l'ispirazione dall'alto e l'arte non mi ci trovo mica tanto bene. Sono concetti che non capisco. Non lo dico in modo sarcastico, qui "non capisco" non è uguale a "che razza di stronzata, non dovrebbe proprio esistere". In questo caso "non capisco" è più come "mi stai chiedendo di fare un'ossidoriduzione" (nella mia personale scala da zero a incomprensibile, quelle sono in cima alla classifica. Il non plus ultra. Quelle robe assomigliano più a un atto di fede che a un processo razionale. Ciascuno ha le sue bestie nere. Una delle mie è la chimica.)
Non riesco a pensare alla scrittura come uno sforzo creativo che dipende da altro-da-me, per cui se la Musa quel giorno s'è svegliata con la luna storta non c'è verso di mettere giù una riga.
Mi mette a disagio.
Avete presente quel gioco per bambini molto piccoli, quella tavoletta con i buchi di forme diverse e le formine corrispondenti? Ecco: quel tipo di visione della scrittura è il quadrato e io sono la formina fatta a cerchio.
Vederla come un progetto, invece, ha parecchio più senso. Ci sarà sicuramente qualcuno che la reputa un tipo di visione restrittiva e magari troppo pragmatica, però per me è... l'unica che riesco a comprendere. E a maneggiare.
Che poi, se ci penso bene... perché il NaNo mi piace tanto (al di là del fatto che mi offre la scusa di comprarmi una tazza)? Perché ho una scadenza. Una stracavolo di data. In pratica è un progetto con dei limiti e dei requisiti fissati. A quanto pare, sto meglio all'interno di confini netti.

mercoledì 17 ottobre 2012

Strippo per...

I post it! Datemene tanti, di tutti i tipi, le forme i colori! Di carta o trasparenti, a righe, a quadretti. Datemeli virtuali, sul pc o sull'iPhone: li amerò tutti. Li userò tutti. Per l'ufficio o per la scrittura, non importa. A volte ci scrivo pure la lista della spesa e li appiccico sul carrello... 




Le penne! Ora, sulle penne sono esigente: che siano firmate o bellissime non me ne può fregare di meno, tenetevi le Mont Blanc. Io le voglio: a sfera, con la punta larga. E comode da impugnare. Altrimenti, a punta finissima e colorate, della Stabilo. Ogni tanto, mi lascio tentare dalle Tratto.




Gli evidenziatori! I Tratto video, con quella bella puntona larga (gli Stabilo Boss invece mi piacciono meno). Uso colori diversi per evidenziare cose diverse... e anche per pacciugare.









Le magliette! Nonostante l'età, sono capace di andare in giro con magliette dalle scritte improbabili e ne vado fiera. Il mio massimo è quella che ho fatto fare con la scritta "Sguazzo nello scazzo". Ma ne ho una con un osso e la scritta "Yabadabadu", quella di Miss Piggy (rigorosamente rosa porcello e glitterosa), quella di Kermit, una di Hello Kitty metallara, una di Yoda versione Lego (comprata al Lego shop ad Amburgo). La spada laser è fluorescente! *_*
L'ultima arrivata? Mafalda, con la scritta che vedete qui a fianco  (regalo - graditissimo - della Socia Ais). La dolce metà, quando l'ha vista, ha detto che fa proprio per me. Mi sa tanto che non sia un complimento...







Le tazze! Colleziono mug, con sommo gaudio della dolce metà. Non solo quelle della Meditathe (fra cui quella con la citazione dall'Infinito, che la Socia Ais mi ha regalato per via di Ultimo Orizzonte), ma anche una Hello Kitty goth-loli, una di Simon's Cat, un paio di Moods Mug (quella assonnata e quella arrabbiata: non sono bellissime?), quella del vero pigro, che ha un'elica sul fondo per girarti il tè, quella con il cartiglio di Tutankhamon comprata a Parigi... insomma, ogni occasione è buona per comprarmene una nuova! Ma la mia preferita per la colazione è questa:

martedì 16 ottobre 2012

Il coraggio e il silenzio.

Okay, ancora su Mugging the Muse e scusate se sono monotematica.
La bellezza di questo manuale sta nel fatto che non vengono elencate una serie di regole - o di concetti - ma è una sorta di "chiacchierata a distanza" con la Lisle (mi fa venire in mente King che la chiama telepatia, se non mi sbaglio in On Writing).

Quando lessi Scrivere un romanzo di Donna Levin, rimasi perplessa, fra le molte altre cose, dal tema. Lì si analizzavano dei film famosi, ad esempio L'attimo fuggente, e definire il tema della storia era un gioco da ragazzi.
Rimasi stupita dall'incastrarsi perfetto degli elementi: un antagonista che propugnava certe idee, l'esatto contrario del tema principale, e che si trovava in un ambiente caratterizzato in modo da riecheggiare e amplificare proprio il suo modo di essere, e che, fra l'altro, era quello che ci voleva per mettere in crisi il protagonista e porlo davanti ai vari ostacoli. Fantastico, no?
Ecco, provatevi a organizzare tutto questo a priori anziché a posteriori e poi me lo raccontate.
Ho perso mesi e mesi a cercare di creare una storia a partire dall'idea e dal tema e  di correlare a quello ogni elemento senza rendermi conto - da vera stupida - che analizzare a posteriori una storia e strutturarne una sono due processi differenti.
Non so se per altri un approccio del genere funziona: per me no. 
Il manuale della Lisle, ma On Writing è della solita forza, è confortante e confortevole, perché sono le parole di qualcuno che conosce i dubbi, gli impedimenti e le difficoltà di chi scrive. E non le conosce per sentito dire: le conosce perché ci è passato prima di te. E ti offre le sue soluzioni, quelle che ha trovato durante giorni, mesi e anni di scrittura, non una serie di concetti che a volte riesci ad afferrare, a volte no.

Essendo ancora all'inizio, non so come affronterà le questioni pratiche sulla scrittura, ma amo il fatto che dedichi spazio anche alle motivazioni dello scrittore e alla consapevolezza di sé. Come quando parla del coraggio.Courage is as essential to the writer as oxygen, no more and no less. The writer who lacks courage will never succeed.
And you're saying: "That's silly. I can't think of a safer sort of work."
Really? Think again.
Let me define what writing is for you. You're going to attempt to sell the products of your mind to a world that doesn't care right now whether you breathe or not. You're going to strip your soul naked and parade it in front of editors and agents, publishers and eventually - if you're persistent and lucky and talented - readers.
Queste parole toccano un tasto delicato. Non mi ero resa conto che ci volesse coraggio - e quanto! - finché non mi sono trovata di fronte al contratto e non ho realizzato che il mio lavoro, il parto della mia testolina bacata, sarebbe andato in giro per il mondo con le sue gambette. Che non l'avrebbero più letto solo le Socie, ma gente. Generica gente. E non è importante se gente = due persone di numero: ti fa sentire infinitamente vulnerabile. Hai voglia tentare di prendere le distanze e ripeterti: "eh, ma un conto sono le critiche al testo, un conto quelle alla persona". 
Balle: far leggere la propria storia è come mostrare urbi et orbi la biancheria intima, anche quando non è pulitissima, con il rischio che qualcuno lo sbandieri in giro, sputtanandoti. (E mi scuso per l'immagine poco fine). 
Fa paura.
Ma quello che finora mi ha colpita di più riguarda il silenzio. La cosa bella dello scrivere - bella a livello pratico, non il creare, il divertirsi eccetera che sono altre cose - è che, quando sei veramente preso, il mondo si zittisce. Non ti accorgi del tempo che passa, non ti accorgi se in casa c'è qualcuno o no, non ti accorgi di niente. Non senti niente: nessun rumore. 
Quel silenzio è un bozzolo caldo e comodo, dove sei del tutto al sicuro, a fare quello che ami.
The silence I'm talking about, the silence we as witers must have to be productive, is the silence inside ourselves. That silence travels anywhere. We carry it with us as if it were a private retreat in the mountains nestled next to a crystalline ice-cold lake, surrounded by forests and pervaded by peace. And this silence is hard to find and hard to hold. It is as elusive as a rainbow, as easily shattered as sugar glass, as rare as a white stag, as skittish as a wild colt. A single worry about an unpaid bill or an appointment with a dentist or a remembered argument can destroy this silence for an hour or a day, and no amounts of gritting teeth and frowning at the monitor with fingers poised on keyboard will lure it back.

Ma soprattutto: The search for your characters' voice and your story's action and the truth of the world that you are building begins in the silence of your mind.

lunedì 15 ottobre 2012

What scares me the most when I consider writing for a living, and WHY does it scare me?

Anch'io, come Marina, ho comprato Mugging the Muse e lo sto leggendo. (In attesa di Novelist's Boot Camp, che dovrebbe essere qui oggi).
Quando ho per le mani un manuale (scusate l'orrido gioco di parole) mi scatta la modalità album Panini (questo ce l'ho, questo mi manca) e ci metto un po' a disattivarla (è nocivissima): insomma, è finita che mi sono trovata a riflettere sul primo esercizio che la Lisle propone e che consiste proprio nel rispondere alla domanda del titolo. Usando dalle cento alle centocinquanta parole.
Il guaio, se guaio vogliamo chiamarlo, è che ce ne ho messe meno di cinquanta.
Cosa mi spaventa di più se considero l'ipotesi di sostentarmi con la scrittura? 
(Per rispondere, comunque, ho dovuto fare appello alla mia sospensione dell'incredulità. Il primo pensiero è stato: vivere di scrittura? Qui?)
L'idea di non riuscire a vivere delle storie, di non riuscirne a produrre tante e di tale qualità da garantirmi un'esistenza serena.
Lo vedo come un mestiere precario e, detto da una che fa libera professione, è un controsenso. Però è così che mi sento: probabile che sia una questione di insicurezza del tutto personale: mentre so di saper fare il mio lavoro, non sono altrettanto sicura di me quando si va sulla scrittura.
Voglio potermi permettere un tetto sopra la testa, il mangiare nel piatto e le bollette pagate - prima di tutto. Fare la mia parte nel bilancio familiare. I miei libri. Qualche sfizio.
E poi, per me è la scrittura è, prima di tutto e soprattutto, divertimento. Libertà di creare quello che mi va, di andare avanti a ruota libera, di non pormi il problema che piaccia a qualcuno, senza scadenze, senza ansie.
Nel momento in cui da essa dovesse dipendere il sostentamento, questo approccio decadrebbe. 
E subentrerebbero pressioni di altro genere, che, mi conosco, rovinerebbero tutto quanto.
Questa domanda mi ha messo un po' in crisi, non lo nego.
Perché sono certa che lo scrittore vero risponderebbe magari le stesse cose, ma sarebbe disposto a qualsiasi sacrificio pur di realizzare il sogno di mantenersi con le proprie storie. 
La realtà è che a me scrivere piace, ma non abbastanza per fare la fame in suo nome. 
Un boccone non tanto dolce, da mandare giù...

domenica 14 ottobre 2012

Il mio nome è rosso.

Stamattina, mentre frugavo alla ricerca di qualcosa da leggere, (detto così fa un po' ridere, considerato che ormai dobbiamo uscire di casa, io e la dolce metà, per fare posto ai libri) mi è capitato in mano Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk.
Ora, non ho una gran cultura riguardo gli scrittori mediorientali. Meglio dire che non ne so niente. A differenza della mia amica Babi, che l'arabo lo parla e mi ha prestato il libro in questione.
Quello che mi ha fatta riflettere è che, se lo guardassimo - se lo giudicassimo - secondo i canoni classici da manuale, sarebbe una Caporetto.
Tanto per cominciare, nell'incipit parla un morto in fondo a un pozzo e no, non è un racconto di zombie e neanche un fantastico. Si colloca - per quello che ho capito dalla quarta di copertina - più nel filone dei gialli. Oltretutto il morto, un geniale miniaturista, si rivolge - orrore! - direttamente ai lettori, raccontando di essere stato brutalmente assassinato (anche se non sa né da chi, né per quale motivo). La sua anima, imprigionata nel corpo insepolto, grida vendetta al cielo. A me ha fatto venire in mente - e non so quanto questo sia giusto, perciò correggetemi se sbaglio - un prologo da tragedia greca: in questo caso, la vittima stessa, finita in una sorta di limbo e senza pace, introduce il lettore al "tema" principale, provvedendo anche a fornire alcune coordinate: chi sta parlando, cosa faceva nella vita, dove ci troviamo, quando ci troviamo.
Il secondo capitolo è scritto dal punto di vista di un altro personaggio - sono tutti in prima persona, comunque - del quale non si conosce il nome (non è che lo va a dire così, tanto per) e che, appena tornato a Istanbul dopo dodici anni, vaga per la città devastata cercando di ritrovare i posti che amava da ragazzo.
Il terzo, addirittura, è dal punto di vista di un cantastorie che racconta una storia agli avventori di una sala da caffé usando il punto di vista, sempre in prima persona, di un cane disegnato. Quindi, possiamo ben dire che è il punto di vista di un cane.
Il quarto, che ho appena cominciato, cambia ancora: è il punto di vista di un assassino, ma non so ancora - eh, per quello devo finire - se è l'assassino dell'inizio, o un altro.
In un certo senso, questa costruzione ricorda, con le debite distanze, Rashomon: il fatto è avvenuto e ogni personaggio, a turno, viene interpellato. La differenza, ovviamente, è che in Rashomon sono tutti sicuramente connessi all'omicidio, perché si trovavano nelle vicinanze, mentre, per ora, non so ancora in quale modo i vari personaggi siano legati all'omicidio.
Ricorda anche, ma molto alla lontana, Il nome della rosa, più che altro per la profondissima cultura religiosa che è profusa nella vicenda.
Per ora non c'è trama, non c'è cliffhanger, non c'è viaggio dell'eroe: non si capisce neanche chi sia l'eroe, fra tutti quelli che ci sfilano davanti! 
Ci sono morti e cani che parlano e il pdv non si ferma abbastanza su un personaggio da consentirti di affezionarti a lui: Pamuk ti fa diventare curioso, ti fa venire voglia di saperne di più del tizio che sta parlando e poi, cambio!, al capitolo successivo sotto un altro e tu rimani con un palmo di naso.
Non rispetta una regola che sia una - tranne la gestione del punto di vista, rigorosissima - eppure il libro è splendido. 
Sicuramente, la classe è classe - e Pamuk ne ha da vendere - ma, ecco, forse è anche la dimostrazione che a volte vale la pena di non stare incollati alle regole con l'Attack.

giovedì 11 ottobre 2012

De gustibus

Post breve e un po' polemico.
Il dato di partenza è che c'è libertà di pensiero e di parola.
Girando in rete di cose che per me sono solenni stronzate ne leggo tante. Ma, appunto: lo sono per me
Chi le scrive, ci crede. E anche una parte, magari una parte consistente, di quelli che le leggono. Magari sono io a non capire un accidente.
Il punto è che nessuno ha in tasca la Verità con la V maiuscola e ciascuno di noi è libero di avere un'opinione propria.
E invece no: c'è gente che, oltre a pensarla in modo diverso da te, ha la compulsione a catechizzarti. Deve convincerti, farti ammettere, che ha ragione e tu hai torto. Ora, se una cosa è oggettiva, ci può stare. Una forma verbale, ad esempio, o è giusta o è sbagliata.
Ma se si tratta di una questione di gusti... bene, se a me una cosa piace, piace. Punto.
A te fa schifo? Pensi che sia pessima? Liberissimo e ci mancherebbe altro.
Ma se non sono d'accordo con te...

Grazie a Germano per avermi suggerito questa foto un po' di tempo fa!

mercoledì 10 ottobre 2012

La sventurata rispose.

Yep. That's me.
Ci sono cascata come un pollo. Non ho riconosciuto uno di quei b-reading da allarme rosso e non sono fuggita in tempo (fuggire de che, poi: me l'hanno recapitato di persona, in ufficio, il paccotto da leggere).
E mi ha preso pure a tradimento: non è un fantastico, non è un fantasy - tantomeno urban con qualche mostro ripulito e azzimato. A detta dell'autore, non è nemmeno un romance. (E qui ne ho imparata una nuova: mai fidarsi degli scribacchini quando definiscono la loro opera. Never!).
Oh, date retta: certi - argh - pilastri che hanno fatto la storia del romance (quella brutta, ovviamente), rispuntano sempre fuori, quasi identici. Che li piazziate in un giallo o in un mainstream (presunti tali, meglio)... eccoli là che fanno ciao ciao.
E io non.li.reggo. Che dire? Sono una vecchia gallina cinica: evidentemente, ho qualcosa in comune con il mio diavoletto. (A proposito, ieri sera, mentre andavo avanti a leggere, sempre più basita, irritata e ringhiante, lui si rotolava dalle risate. No, fa piacere vedere qualcuno che si diverte mentre tu perdi tempo.)
In ogni caso, la (brutta) esperienza mi ha fatto riflettere ed ecco qua le cinque cose che in assoluto non reggo delle storie d'aMMore.

1. Il Lui (con la elle maiuscola) e il Lei (sempre con la elle maiuscola) di turno che restano mutuamente impressionati dal reciproco primo ingresso in scena. Impressionati dall'aspetto fisico, intendo. Datemi una frase del tipo "ed eccolo/a là, sulla soglia. È bellissimo/a" (segue descrizione omologata: ha i capelli così e gli occhi cosà, è alto/a, ha il sorriso Durbans) e io vi relego nell'angolo dei Tappami Levante senza passare dal via (e senza ritirare le ventimila lire!).
2. Le dichiarazioni mielose d'amore eterno, specie se i due si conoscono da tipo cinque minuti. "Ah, non ho mai incontrato uno/a come te, non faccio altro che pensarti". Non è straordinario, baby. Capita a tutti: hai solo il cervello fatto di dopamina e altra roba. Diciotto mesi, massimo trenta e passa.
3. I fraintendimenti scemi. Quelle cose evitabilissime che la gente normale (quella, cioè, che per portare a casa la pagnotta non deve tirare avanti una trama per X pagine) risolve con una domanda diretta e ben piazzata all'interessato/a. Nei romance, ovvio che non se ne parli proprio. Meglio andare avanti con le pippe mentali a oltranza.
4. Quando si tenta di farmi credere che la protagonista, una Mary Sue con livelli di spaccamento palle stellari, sia una desiderabilissima partner di vita. Certo, e chi non vorrebbe passare l'eternità con una che è Miss Perfezione, ne va dannatamente fiera e non perde occasione per farti notare l'una e l'altra cosa? (E anche, en passant, che è molto, ma molto meglio di te, povero scemo).
5. I dialoghi insulsi di Lui&Lei al primo appuntamento, ma anche oltre. La coppia di sciagattati non ha nulla da dirsi ed è palese a tutti tranne che a loro: sono destinati, nel senso più letterale del termine, a stare insieme. Innamorati a prescindere. Ora, non avendo bisogno di conoscersi, riempiono il silenzio con chiacchiere più melense di quella vecchia pubblicità "Ma mi ami? Ma quanto mi ami?" mentre il lettore, poveraccio, è costretto a subirsi i pensieri di uno (o di tutti e due, se l'autore pacciuga con il punto di vista) su quanto il diletto aMMore sia bello, perfetto e - sigh - intelligente.
Messa così la questione, sarebbe meglio ficcarli in un letto e lasciarli a divertirsi, nella speranza che stiano zitti. La cosa, tuttavia, presenta notevoli insidie, perché l'autore (ma qui più che altro a fare il patatrac sono le autrici) di solito coglie l'occasione per generose lodi all'attrezzatura, diciamo così, e alla, ehm, propensione alle acrobazie... anche quando il lettore farebbe volentieri a meno di conoscere certi dettagli.

Ecco, quando mi trovo davanti a 'sta roba, edita o meno, attraverso tutta una serie di impulsi quasi irrefrenabili e piuttosto... violenti.
Il primo è tirare il libro (se leggi sul reader e su pc è una pessima idea. In ogni caso, la mia dolce metà apprezza poco il vedere i volumi volare per casa). 
Il secondo è prenderlo, infilarlo nel gabinetto e tirare lo sciacquone (non una mossa furba anche quando hai fra le mani il cartaceo. Ci manca solo rompere il cesso per un libro di cacca). 
Il terzo è strangolare l'autore (escluso a priori: l'omicidio è reato).
Infine, incazzata come una biscia, faccio l'unica cosa sensata: pianto lì e trovo qualcosa di buono con cui addolcirmi la bocca, la mente e cuore: un bel pezzo di cioccolata, un libro decente e qualche coccola.

martedì 9 ottobre 2012

Cose che aspetto e cose che leggo

Oggi mi sono fatta un regalo, anzi, due. Perché io valgo (non è vero. È perché sono un'indefessa spendacciona, ma oggi hanno saldato due fatture e volevo festeggiare).
Però, cavolo, preferisco comprare in digitale perché pago e scarico e il libro è lì, tutto mmmmio (certo che si parla di libri, cosa pensavate che mi fossi comprata? Delle scarpe? Bah, le scarpe sono sopravvalutate!).


Silvio Micheli - L'Artiglio ha confessato.
Sì, palombari come se piovesse, ancora e sempre. Vorrei anche i due libri di David Scott (Con i palombari dell'Artiglio e L'Artiglio e l'oro dell'Egypt), ma sono introvabili. (No, in realtà si trovano. A tipo trecento euro.)


Todd A.Stone - Novelist's Boot Camp
Scoperto oggi leggendo questo articolo nel blog di Davide, mi ha conquistata non appena ho cominciato a sfogliarlo...  perché su Amazon.com puoi vedere l'anteprima (su Amazon.it ti attacchi e tiri).
"Welcome, new recruit, to your very own novelist's boot camp.
Now drop and give me twenty."
Ora, ditemi voi: come si fa a non amarlo? Comunque, un manuale di scrittura di quelli che hanno tutte le carte in regola per piacermi: pratico e con una buona dose di ironia e poi, con il NaNo che incombe, un po' di disciplina militare ci vuole!

E dato che adesso comincia la parte peggiore, attendere dando la caccia al postino cretino (perché qui ho il postino cretino, un tipo infido che mi perde tutti - e dico tutti - i pacchi), oltre a lavorare mi diletto con:

Dhalgren - Samuel R.Delany.
Lo prendo a piccole dosi, perché è un assoluto casino. Avete presente quei libri che vi fanno sentire irrimediabilmente poco intelligenti? Ecco, Dhalgren è così. Ammetto la mia pochezza, comunque vale la pena leggerlo.








Hallowed Ground - Steven Savile & David Niall Wilson.
Con questo sono ormai agli sgoccioli. Non è male, ma mi aspettavo qualcosina di più, considerando che è popolato di freak. L'ambientazione è notevole, mi sembra solo un tantino sbilanciato: ha dedicato tre quarti del libro alla ricostruzione degli eventi passati e ora,  a trenta pagine scarse dalla fine mi fa venire il dubbio che voglia risolvere tutto quanto molto in fretta.









L'altro universo!
Lo sto leggendo pian piano, per gustarmelo. Oltre a essere un bell'esempio di fantascienza, è anche molto ironico e divertente. 
A parte la modalità Completa e Furiosa Paranoia, che mi ha fatta sghignazzare non poco, oggi, in pausa pranzo, mi sono gustata il dialogo in chat fra alcune navi della Cultura e... si trollano fra loro!
(Ma ci sono anche una tutagel petulante e un modulo abitativo sarcastico e con un pessimo carattere).
Insomma, più vado avanti e più mi piace!





EDIT: siccome sono proprio cicala inside ecco l'ultimo regalo che mi sono concessa...

lunedì 8 ottobre 2012

Questione di punti di vista.

Ieri sera, in un luogo della rete di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome (cit.), è stato sfiorato l'argomento "punto di vista".
Un altro dei punti caldi delle discussioni sulla scrittura, in merito al quale ci sono posizioni nette, inconciliabili, diametralmente opposte.
L'affaire punto di vista si può scindere in due questioni principali.
Primo: il tipo di punto di vista.
Secondo: il modo in cui viene gestito.
Per quel che riguarda il tipo, ce ne sono tanti: il narratore onnisciente, la prima persona, la seconda persona (raro, difficile, c'è chi dice più da virtuoso che altro), la terza persona (che può essere limitata e onnisciente).
Senza stare a fare una disamina, perché si va sul nozionistico e nozionistico è noioso, penso che tutti quanti abbiano una loro dignità e una loro bellezza.
Come non si può usare lo stesso paio di scarpe su tutti i vestiti che abbiamo, perché le Converse sullo smoking stanno malissimo (a meno di non essere il Decimo Dottore, lui può), anche il PDV va scelto di volta in volta in modo che si adatti alla storia.
Non è che ce ne sia uno più facile da usare, uno per principianti e uno per esperti (a parte la seconda persona, che è un po' un caso a sé): va maneggiato con rispetto a prescindere, perché può essere una delle cose che ti affossa la storia prima ancora che tu possa dire "Bao".
E non c'è nemmeno un modo "giusto" e uno "sbagliato" di sceglierlo: a volte vado a istinto, altre considero il tipo di storia e a quello che non voglio far sapere al lettore (se non alla fine, quando provo a tirargli il tappeto da sotto i piedi).
E, per favore, non ditemi che PDV = terza persona limitata e il resto è cacca
Le affermazioni categoriche di questo tipo, da qualunque parte "pendano", mi lasciano molto, molto scettica e perplessa.
Probabilmente, la TPL è, in un certo senso, "di moda", ma questo non la rende migliore o peggiore degli altri PDV. Solo... è più comune trovarsela sotto il naso. (Non è priva di "rischi professionali", comunque: è fastidioso quando il lettore non capisce che, se il personaggio parla in modo sgrammaticato, non è sempre segno di ignoranza da parte dell'autore).
Per quel che riguarda le modalità di gestione, diciamo che ci sono diverse affermazioni cui fare la tara.
Primo: è obbligatorio tenere lo stesso punto di vista per tutta la storia
Anche no. Non vedo perché non utilizzarne diversi. Questo ha, però, un prezzo: se il vostro romanzo usa - a turno - narratore onnisciente, TPL e prima persona, sappiate che ci sarà senz'altro qualcuno che vi dirà "eh, però a volte non capivo chi è che stava parlando".
Secondo (strettamente legato al primo): il cambio di PDV deve coincidere con un cambio di scena. Ovviamente, questo tipo di affermazione ha detrattori e sostenitori. 
Per quanto mi riguarda, penso sia giusta e mi ci attengo.
Non perché sta scritta in qualche manuale - anche se effettivamente c'è - ma perché una delle cose che detesto quando leggo è saltabeccare da una testa all'altra magari all'interno di uno stesso dialogo. Mi confondo, non capisco più chi parla, mi tocca ricominciare daccapo e mi innervosisco.

Molte delle scelte che faccio quando scribacchio sono legate a doppio filo a quello che mi piace quando leggo. L'alternanza di diversi PDV che mi permette uno sguardo più ampio a storia e contesto, per esempio. Oppure, in negativo, l'aborrita sensazione di essere trasformata in una pallina da ping pong che rimbalza da un personaggio all'altro, colpita da un autore molto vigoroso e molto entusiasta. 
Come sempre, ci sono sicuramente delle eccezioni: se uno scrittore è davvero bravo, riesce anche a cambiare PDV in ogni riga e a non farti sentire sballottato, ma, permettetemelo, non è da tutti.
Ora, se ci atteniamo al lato pratico della faccenda, lo scopo primario della scrittura è farci capire dal lettore. Il divertimento, la fantasia, eccetera eccetera sono le motivazioni personali dell'autore, hanno una grande importanza, ma sono, appunto, personali e soggettive.
Quello del lettore è un problema a due facce: scrivere pensando al pubblico e scrivere senza pensare che qualcuno leggerà.
Io non voglio pensare al pubblico mentre sto portando a casa un first draft: sono certa che, se lo facessi, non riuscirei a combinare nulla. Poi, ciascuno di noi è fatto a modo suo: voler dimostrare di essere bravi, specie a qualcuno di ben preciso, è una molla molto efficace, ma se diventa lo scopo principale, anziché una "condizione al contorno", genera una pressione difficile da sostenere.
D'altra parte, però, scrivere senza pensare che qualcuno leggerà e dovrà capire è un ottimo modo di complicarsi la vita. È facile dare per scontate cose che il lettore non sa e non può sapere, tipo che dalla testa di uno siamo finiti in quella dell'altro perché per noi è una specie di film e la telecamera scivola senza soluzione di continuità dal personaggio X al personaggio Y. Non sto dicendo che il lettore debba essere trattato come un minus habens: va rispettato, sempre e comunque. Sto dicendo che nostra è la responsabilità di farci comprendere, anche attraverso una gestione del punto di vista ben fatta e chiara.
Terzo: se il racconto è breve, limitare il numero di PDV.
Anche qui, dipende. Quel che posso dirvi è che ho usato quattro punti di vista in un racconto di circa ventimila battute (che non sono poche, comunque), alternandoli fra loro in modo serrato e c'è stato chi ha apprezzato e chi ha detto che i cambi erano troppi per riuscire a stare dietro ai personaggi. Come spesso - anzi, sempre - succede quando si tratta di scrittura, si fanno scelte, ci si assumono rischi.
Quarto: il PDV in prima persona è da principiante.
Stronzata. Senza se  e senza ma. Può piacere oppure no - se non ti piace leggerla, difficilmente ti verrà voglia di scriverla, ma la prima persona, quella ben gestita è tutt'altro che semplice: comporta un'aderenza totale al personaggio - sentimenti, modi di pensare, modi di dire... e anche errori, illusioni e malafede. 
Date una ripassatina a Gateway e ditemi di nuovo che è da principianti. Poi però non stupitevi se non vi prendo troppo sul serio.

domenica 7 ottobre 2012

Un fantascientifico colpo di fulmine.

Stamattina mi sono innamorata. Un colpo di fulmine. In macchina, mentre filavamo verso Brescia.
Mi sono innamorata de L'altro universo - trovato per caso in libreria. Spezia è messa maluccio quanto a librerie - fa quasi novantamila abitanti e ce ne sono cinque - e questa in particolare è piuttosto strana. Sono dieci anni che sta per chiudere, invece non solo è ancora lì, ma, se frughi bene, ha un sacco di appetitosi remainder scontatissimi. 
In effetti, questa edizione della Nord su Amazon, Ibs, Libreriauniversitaria e Bol risulta essere "prodotto non disponibile".
Il che basta e avanza per farmi sentire una donna fortunata.
Non ho voluto fare ricerche in merito perché non voglio spoiler, ma, a quanto mi è dato capire, è parte di un ciclo più vasto - il Ciclo della Cultura - di cui cercherò di procurarmi i volumi (ho già dato un'occhiata, a dirla tutta, per capire se esistono in formato digitale - sì, ma non in italiano - e quanto costano - poco più di sei euro).
Non sono in grado di dirvi quando sia stretto il legame fra i vari libri e se siano leggibili come one shot. Per ora, non ho quella sensazione di essere capitata nel bel mezzo di qualcosa che in genere associo all'inciampare nel libro di mezzo di una saga.
Lo stile di Banks mi ha colpita subito, perfino in traduzione: è ricco ma non barocco, preciso ma non da arrivare all'eccesso di asciuttezza, rappresentativo al punto da rendere incredibilmente vivide le sue descrizioni.
L'incipit è il magnifico affresco di un paesaggio marino e, nonostante io preferisca essere catapultata subito nell'azione, stavolta sono rimasta a godermela a bocca aperta, ben contenta delle immagini che, evocate dalla penna sapiente di Banks, mi si formavano davanti agli occhi. Finora, solo l'incipit di The Scar mi aveva fatto questo effetto.
Una gigantesca astronave che contiene un intero ecosistema? Come non ripensare alla nave spaziale siluriana di Dinosaurs on a Spaceship? Animali marini e animali atmosferici levitanti che mi hanno ricordato sia Artificial Kid che la trilogia "steampunk" di Westerfeld (Leviathan, Behemoth, Goliath). 
Quattro pagine prologo e le domande si sprecano: chi è Dajeil Gelian, perché si è auto-esiliata nell'astronave Pace Perpetua e  porta avanti una gravidanza da ben quarant'anni? E che tipo di astronave sarà mai il Veicolo Sistemi Generali Pace Perpetua, che pare essere non solo senziente, ma in disaccordo con gli altri veicoli della Cultura?
Ovviamente, dal capitolo 1 il lettore si aspetta risposte. Sbagliato.
Dalla conversazione fra navi della Cultura - che somiglia a una chat line fra amici -iniziamo a capire cosa c'è che non va: è un problema fuori contesto. A quanto pare, una nave è stata aggredita e sovvertita... qualsiasi cosa questo significa. Ed ecco che Banks cambia ancora prospettiva e ci molla nel pieno della battaglia all'interno dell'astronave Elech, aggredita da un nemico virale e implacabile...
In pochissime pagine Banks ti arpiona e non ti molla più. Per ora posso dire: da leggere. Assolutamente.

venerdì 5 ottobre 2012

Gratis et amore dei

Da qualche giorno a questa parte, sento discutere parecchio sulla seguente questione: "i blogger vanno pagati"?
C'è chi dice di no: "Ehi, non te l'ha mica ordinato il dottore di aprire un blog e scrivere degli articoli, perché io dovrei pagarti?"
C'è chi dice di sì: "I blogger svolgono un servizio di informazione spesso migliore di certi giornalisti con tanto di iscrizione all'albo."
All'inizio non volevo entrare nel merito della questione: è complessa e spinosa. Ma sono due giorni che ci rimugino e allora, tanto vale.
A mio modo di vedere, ambedue le affermazioni sono in parte vere: è senz'altro vero che i blog nascono dalla libera iniziativa del singolo. È altrettanto vero che alcuni blogger sono più precisi e ferrati dei giornalisti, specie si tratta di argomenti che li appassionano. Ed è sacrosantemente vero che alcuni giornalisti sono dei cani a scrivere e delle persone poco oneste.
Spesso, quando sono chiamati a recensire, che so, un libro, fanno un lavoro pessimo, perché non l'hanno letto. O, se l'hanno fatto, non ci hanno messo la dovuta attenzione: troppo poco tempo, forse? O, se si tratta di narrativa fantastica, non conoscono il genere. Non hanno le basi. O semplicemente, fanno qualche marchetta... e poco importa se poi la gente pensa di comprare un capolavoro e si ritrova fra le mani una chiavica.
E che dire di quando discettano di un argomento che non conoscono e sul quale, è evidente, non hanno voglia di informarsi? Una prova? Quella coppia di post sul blog del Fatto, scritti da una giornalista che non voglio nominare, sugli ebook.
No, non ce li metto, i link: la signora e le sue "opinioni" hanno già avuto più pubblicità di quel che meritano, non darò il mio contributo.
Una voce "giornalistica" dall'alto del piedistallo ha detto che "i blogger parlano di tutto e non sanno niente".
Oooookay, come dice qualcuno che lovvo molto, zuccherino e torna nella stalla.
Ci sono persone, là fuori, che hanno i controcosi e non parlano solo per dare aria alla bocca. Un atteggiamento del genere, oltre che essere snob, dimostra una totale ignoranza riguardo alla blogosfera italiana. Come al solito, si apre la ciabatta a sproposito.
Tuttavia, al di là delle chiacchiere di gente che - questa sì - apre la bocca e dà fiato, il problema è il pubblico. O buona parte del pubblico.
Le persone che leggono e commentano ogni giorno quel dato blog e, al momento del fatidico "ma tu pagheresti?", si ritirano nel guscio come le lumache, lasciandosi dietro un bel grappolone di bollicine bianche.
E questo è un problema di mentalità. Il solito, annoso, maledetto problema della mentalità italiana. Perché noi siamo il paese dello scrocco. Il paese del "fatta la legge, trovato l'inganno", il paese dove se evadi le tasse non sei un criminale, sei un furbo. E dove si sfrutta fino all'osso prima di gettare via le persone come fazzoletti usati.
Andando sul personale, su quello che farei io, alla domanda secca: "Doneresti un euro a un blogger per sostenerlo nell'esercizio della sua attività?"
La risposta è "Sì."
Se il blog mi piace e mi interessa, certo. Penso che il valore di un prodotto vada corrisposto e non solo in termini di "visibilità" o "numero di accessi giornalieri". Ecco perché gli ebook me li compro.
Poi, oh, il mondo è bello perché è vario: non vuoi pagare perché ti rompe l'anima dare un euro - e magari ne butti quasi mille nell'iPhone 5? Perfetto. Ma dillo. Chiaro e tondo.
Tiri fuori le palle e lo dici: "No, io un euro non te lo voglio dare. Se è gratis ti leggo, se è a pagamento, faccio a meno".
Così ci risparmiamo sceneggiate della serie "no, ma perché se ti pago poi ti cala l'entusiasmo".
Infine, un'altra questione: quella relativa all'affermazione secondo cui "I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati."
Sono rimasta a bocca aperta, incredula.
Scindiamo la questione: un po' di tempo fa, e scusatemi se ricordo male, uscì la proposta di far rientrare i blog nella definizione di "testata giornalistica", con tutti i costi e le responsabilità che questo comporta. Ecco perché anche qui, sul fondo della colonna di destra, c'è un bel disclaimer.
A prescindere da quanto bravo sia il blogger, i blog, legalmente, non sono un prodotto giornalistico. Nudo e crudo.
MA.
Ma se tu chiami dei blogger a lavorare, li paghi. Con i soldi, la moneta, il peculio, il vil denaro. Non con "la visibilità". (Meno male che sono una signora, altrimenti mi scappava detto dove ficcartela, la visibilità.)
Perché ho il dubbio che mi si stia prendendo in giro e la cosa mi infastidisce. 
La domanda sorge spontanea: se i blogger sono solo gente che commenta - e su fatti in genere noti, quindi senza nemmeno metterci l'impegno di andare a cercare qualche argomento di discussione diverso dal passaparola quotidiano - per quale ragione li chiami a scrivere? 
Delle due l'una: o sono solo persone che blaterano di tutto e niente, o sono persone che riescono a fare informazione in un modo nuovo e più al passo con i tempi. E visto che ho letto in giro di una prima infornata da duecento blogger e di una probabile seconda altrettanto consistente, mi viene da pensare che sia la seconda che hai detto (cit.).
Il lavoro va pagato, sempre e comunque. Altrimenti, è schiavitù. E la schiavitù, correggetemi se sbaglio è fuori legge da un bel pezzo.