sabato 30 marzo 2013

L'angolo della monomania: Doctor Who 7x06: The Bells of St. John

Mesi di attesa. Uno special natalizio che sembrava un appetizer, fatto apposta per stimolare la fame di vedere questa nuova companion in pista.
E un Eleven che così non si era mai visto: ferito un po' come Nine, tenero e protettivo un po' come Ten. E decisamente meno Peter Pan alieno (la cosa che, più di tutte, non me l'ha fatto finora apprezzare).
Alla fine di The Snowmen le mie aspettative erano salite alle stelle.
E oggi, con un ritardo di pochissimo rispetto alla messa in onda, ho visto il primo episodio della seconda parte della Stagione sette: The bells of St.John.
E mi è piaciuto.
Mi è piaciuta Clara, moltissimo. Perché è intelligente, ha carattere, è una bella sfida e una bella controparte per il dottore. Un cambio che ci voleva, e tanto, dopo Amy Pond - io non l'ho mai sopportata, davvero. Clara, invece, ha tutte le carte in regola per entrare fra le mie companion preferite, piazzandosi subito dopo Donna e scalzando Rose dalla seconda posizione. Ho apprezzato il fatto che, alla richiesta del Dottore di viaggiare con lui, lei abbia risposto "chiedimelo di nuovo domani". "perché domani?" "perché domani potrei dirti di sì".
Credo che sia questo - oltre al fatto che il Dottore non sa chi o cosa veramente sia lei - a intrigarlo tanto.
Mi è piaciuto lui. Il Dottore ha dei momenti di una tenerezza infinita verso di lei. Quando le prepara i biscotti sul comodino, il bicchiere d'acqua e i fiori - per poi mettersi a fare la guardia fuori - mi ha colpita. Okay, lo ammetto, mi ha colpita tanto. Nel resto del tempo, le gira intorno come se Clara fosse una sorta di bomba inesplosa, che non ha idea di come maneggiare, anche se è evidentemente felice di averla ritrovata.
In effetti, brutto a dirsi lo so, in coppia con Clara fa tutto un altro effetto rispetto a quando ha intorno River Song - no, non ho mai sopportato nemmeno lei. Sono più credibili, mi dispiace.
L'episodio è, beh, una vera e propria corsa. Ritmo acceleratissimo, ma che si riesce a seguire bene. E anche il difetto che mi sembrava di aver percepito - il fatto non si capisse perché i cattivi di turno uploadassero esseri umani tramite il wi-fi - ha più o meno trovato un senso. C'è dietro the Great Intelligence, la stessa di The Snowmen (con comparsata di Richard E.Grant sul finale). Cioè, un po' mi manca il sapere a cosa mirasse, considerato che poi ovviamente il Dottore fa ciò che deve, ma posso conviverci. Sono fiduciosa che abbiamo appena incontrato il villain di resto stagione, quindi ipotizzo che le spiegazioni arriveranno.
Nel complesso, ho apprezzato la moto antigravità, il salvataggio dell'aeroplano, insomma, anche le cose un po' più caciarone.
E il TARDIS nuovo? 
Allora, diciamo che il mio preferito resta quello di Nine e Ten. 
Il TARDIS di Nine e Ten - un po' frusto, ma bello.
Quando l'hanno demolito ci sono rimasta malissimo e quando quel gran genio di Gaiman l'ha fatto riapparire come copia di backup mi sono quasi sentita a casa.
Il TARDIS di Eight: consolle in legno con inserti in ottone!
Quello di Eight ha un'estetica steampunk che è una delle poche cose che si salvano del film - quello e il Dottore, fondamentalmente, il resto è fuffa.
La consolle ha una struttura metallica sopra che ricorda un'impalcatura e la rende parecchio ingombrante.
In quella versione di TARDIS è anche notevolmente più ampia la cabina, che ricorda un salotto vittoriano con tanto di caminetto.
Il primo TARDIS di Eleven. Con tutto 'sto rame abbaglia
Il primo TARDIS di Eleven non mi piaceva per niente. Anche se era tutto color rame - e io amo le cose di rame lucido, tipo gli elmi da palombaro, tanto per dirne una.
Forse ero soltanto ringhiosa perché mi avevano appena fatto fuori Ten in una maniera che definire ingiusta è dir poco.
Questo nuovo TARDIS ha un design più classico, linee più nette e colori più freddi. Rispetto a come l'abbiamo visto in The Snowmen è illuminato meglio - lì la poca illuminazione era funzionale: serviva a sottolineare lo stato d'animo del Dottore. Adesso che lui ha ritrovato entusiasmo, la luce è chiara, ma dominano sempre i toni del bianco e del grigio.
Il TARDIS nuova versione. Molto astronave, stavolta.
Sembra quel che è: l'interno di un'astronave. 
Non mi dispiace, no. Anche se, come ho detto, preferivo altro. Fra l'altro, per la prima volta - che in realtà non è la prima dal reboot, c'è anche la sbirciata nel guardaroba alla fine di The Christmas Invasion, ma quando guarderete l'episodio capirete cosa intendo - vediamo il Dottore muoversi oltre la cabina di pilotaggio.
Amy Pond. Pure scrittrice, adesso?
In conclusione, la seconda parte della stagione parte con il botto.
Con alcuni dettagli sugosi e con alcune domande prive di risposta che mi fanno ben sperare.
Per esempio, avete notato chi è l'autrice di Summer Falls, il libro che Artie, uno dei ragazzini cui Clara fa da nanny, sta leggendo?
Io, lo ammetto, lì per lì mi sono detta: "Ma perché Amelia Williams mi suona così familiare?"
Solo dopo l'ho ricollegata con l'odiata Amy Pond.
Ma soprattutto... chi sarà mai la donna del negozio di computer, che quando ha scritto a Clara il numero dell'helpline - quello che fa suonare il telefono del TARDIS - le ha specificato che si tratta della migliore helpline dell'universo?
Io punto su River Song. E scommetto anche che verrà fuori nell'episodio del Cinquantenario.
E, nel frattempo che aspetto il prossimo episodio, gongolo come una bestia su questa notizia.

venerdì 29 marzo 2013

Liebster Award - di nuovo.

Altro giro, altra corsa, altro Liebster Award, questa volta assegnato dalla Socia Ais.
Vi risparmio e non ripeto come funziona, che ormai lo sapete, e passo subito all'azione.

I ringraziamenti.

Grazie Socia Ais, non vedevo proprio l'ora di rimettermi a pensare a undici cose che non sapete di me. Se continuo così non sarò mai più una donnah misteriosah (LOL). E grazie anche a il Moro del blog Storie da Birreria: la sua nomination non me la aspettavo. Comunque, vale anche per lui il discorso fatto sopra. Altre undici cose e non avrò più segreti, quindi facciamo che rispondo solo alle domande!

Le risposte.

Le domande della Socia Ais

1- C'è qualcosa che vi darebbe particolarmente fastidio (vi spaventerebbe, vi darebbe la nausea, vi farebbe arrossire...) leggere in un romanzo o vedere in un film?
Non è qualcosa che "mi darebbe" fastidio. È qualcosa che mi fastidio: la scena di una madre che picchia il figlio di undici mesi all'inizio de Le notti di Salem. Al solo pensarci mi viene da urlare. La violenza nei confronti dei più deboli mi disturba nel profondo.
2- La vostra fobia peggiore?
Qui se la giocano le raccomandate e le cavallette. Ma mi sa che vincono le raccomandate.
3- C'è una citazione, una frase famosa, un brano di libro o un frammento di canzone che rappresenta per voi un motto, una filosofia di vita?
Yesterday is history
Tomorrow is a mistery
But today... is a gift
That is why it is called
Present.

4- Scenario post apocalittico. Società che faticosamente si riforma, senza più tecnologia moderna. Quale mestiere vi inventereste? Cosa fareste per sopravvivere?
Mmmm... dubito che servano geologi, eh? Non ho grandi abilità manuali né inventiva. Probabilmente alleverei galline per vendere le uova. O farei la panettiera. O la pescatrice, adoro il mare. In ogni caso, mi butto sulla ristorazione: il mangiare è un articolo che non passa mai di moda!
5- Se foste costretti a mangiare un unico cibo per il resto della vostra vita (indipendentemente da considerazioni nutritive, calorie ecc) quale scegliereste?
Uh, che domanda ardua da fare a una golosa... Probabilmente pane e salame (a fette spesse).
6- Il primo film che avete visto al cinema?
Credo che mio padre mi abbia dovuto portare fuori strillante da una proiezione di Biancaneve e i sette nani, quand'ero molto piccola. Però il primo film visto al cinema con gli amici... Ritorno al futuro parte III
7- Un mago vi offre la possibilità di diventare un personaggio (di film, fumetti, romanzi). Quale vorreste essere?
Ecco, se valessero le serie tv direi Rose Tyler, per poter viaggiare nel TARDIS insieme a Ninth e Tenth. Trattandosi di personaggi di libri, film e fumetti, scelgo Jim Hawkins. Lo so che è un ragazzo. Ma va a cercare l'isola del tesoro! (In alternativa, il professor Arronax - un giro sul Nautilus fa gola a chiunque).
L'immagine viene da qui


8- La vostra principessa Disney preferita e perché?
Non amo le principesse in genere e men che meno quelle di Disney. Ma, dovendo scegliere, direi Mulan. Ha un cavallo e un drago - per quanto sfigato.
9- Qual è il peccato capitale in cui cadete più spesso? Se siete incerti, vi concedo di elencarne al massimo tre.
Ovvio. La gola. Che altro? A proposito, adesso vado a farmi una cioccolata calda con panna, che a quest'ora ci sta bene!
10- Un film e/o un romanzo di cui vorreste cambiare il finale, e come?
Se un film o un romanzo mi sono piaciuti no, non li toccherei, nemmeno se il finale mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Tipo, quello del Signore degli Anelli è tristissimo, ma è giusto così. Ecco, magari Stroud poteva evitare di ammazzarmi Nathaniel, ma che ci vuoi fare? Se film o romanzo non mi sono piaciuti, diciamo che mi impegno per rimuoverli dai miei ricordi.
11- Una cosa per cui siete negati, e che invece vorreste tantissimo saper fare? Non intendo "amo scrivere e vorrei farlo meglio"; intendo "vorrei saper disegnare ma se prendo una matita in mano gli angeli suonano le trombe dell'Apocalisse" & dintorni.
Cantare. Mi piacerebbe moltissimo. Ma sono stonata in maniera imbarazzante e non ho alcun senso del ritmo.

Le domande del Moro.

1- Qual è l'ultimo libro che hai letto? E il primo di cui tu abbia memoria?
L'ultimo è Quattro dopo mezzanotte, di Stephen King. Il primo di cui abbia memoria invece è un Urania, Le porte dell'oceano, Arthur C.Clarke. Perché il buongiorno si vede dal mattino!
2- Stessa cosa per i fumetti.
L'ultimo è il volume 32 di Samurai Deeper Kyo, preso giusto stamani in fumetteria, il primo, Topolino (e parliamo degli anni Ottanta). Una delle prime storie che ricordo è il mitico Torneo dell'Argaar che (ora che ci penso) è stato il mio primo contatto con il fantasy.
3- La domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto? La risposta la so già, mi serve la domanda!
Mettiamola così: quanto sei disposto a pagare per averla? Questa è la domanda fondamentale per me!
4- Il tuo chitarrista preferito?
Non ne ho uno, non sono un'appassionata di musica
5- Non pensi che al mondo esistano occupazioni migliori che rispondere a malefici meme?
Già. Assolutamente.
6- qual è il tuo oggetto preferito? (domanda strana e insidiosa... soprattutto per le donne!)
La bellissima tazza a forma di TARDIS (che non ho ancora avuto il coraggio di usare).
7- Ti sei mai conciato/a i capelli in una maniera assurda? come? Quando? Perché?
Eccome. Due o tre anni fa: li ho tinti di rosa... ma li ho tenuti solo poche ore, poi ho visto la faccia di uno dei progettisti con il quale collaboro. Evidentemente, i geologi con i capelli rosa non sono affidabili. E se vuoi sapere perché l'ho fatto... mi andava così.
8- Mi dica tre suoi pregi e tre difetti (non so voi, ma a me l'hanno fatta più di una volta in fase di colloquio...)
Prima i difetti che sono facili. Se provocata sono permalosa, vendicativa e incline a portare rancore. I pregi... potrei dire "Ah no, quelli devono dirli gli altri", ma non credo nella falsa modestia, perciò direi che sono intelligente, leale e riesco ad interpretare bene il comportamento delle persone.
9- Mi date il vostro numero di carta di credito, in tranquillità e sicurezza?
Ma come, non l'hai ancora ricevuto? Ti ho mandato una mail tre ore fa!
10- Dimostrate di avere intelligenza e calcolate il numero della bestia, sapendo che rappresenta un nome d'uomo, e tale cifra è seicentosessantasei.
Ma che sfortuna! Lo farei, guarda, davvero. Solo che il neurone ha appena esposto un cartello con scritto "CHIUSO PER FERIE".
11- Nonostante tutto questo, mi volete ancora bene?
Facciamo che taccio, và.


I premi.

No. Nessuno. Ho già nominato quelli che mi andava di nominare e non ho raggiunto il totale di undici nemmeno l'altra volta. Quindi, nisba. (Il che, incidentalmente, mi esime dall'inventare le undici domande).

(Altre) Undici cose che non sapete di me.
  1. Sono freddolosa a livelli assurdi e ho sempre i piedi gelidi. Il mio compagno è particolarmente felice quando tento di scaldarli su di lui. Appoggiandoglieli addosso a tradimento.
  2. In realtà ho anche un lato romantico, ma cerco di seppellirlo sotto tonnellate di cinismo e cattiveria. Un po' come quando si infilano i cadaveri nei pilastri dei palazzi in costruzione, no? Prima o poi la smetterà di rispuntare fuori, il bastardo.
  3. Mi piacerebbe moltissimo saper cavalcare, ma non ho mai avuto occasione di imparare. Non perdo la speranza, però.
  4. Dopo un'infanzia passata a tenere i capelli lunghi fino al sedere per volontà genitoriale, li ho tagliati e non li ho più fatti ricrescere. Beh, fino ad ora: sono oltre le spalle. Vediamo se dura... Ho anche pacciugato un bel po', sia con i tagli - avendoli drittissimi posso fare le scalature più strane - che con le tinte - compreso il biondo platino. Adesso sto tornando al mio colore naturale. E non ho nemmeno un capello bianco, tié!
  5. Non uso vestiti o gonne. La volta che lo faccio, state sicuri che viene un freddo straporco e si mette a diluviare. Sono diversamente femminile, ecco.
  6. Anche se a volte lascio che le persone pensino di avermi fregato con la loro ipocrisia o la loro doppiezza, aspetto solo il momento giusto per prenderli in trappola. Quando fa male sul serio. Di solito mi riesce piuttosto bene.
  7. Sono convinta che non si debba guardare la televisione al mattino (e non chiedetemi perché).
  8. In generale non amo i personaggi femminili e difficilmente ne scrivo. Anche nella vita vera vado più d'accordo con i maschi (e il primo che equivoca lo cionco).
  9. Ogni tanto compro qualche libro e lo contrabbando in casa di nascosto, perché ne abbiamo veramente troppi e non sappiamo più dove metterli.
  10. Non sono una persona ordinata, né in ufficio né a casa, ma ci sono due cose che non sopporto - e che quindi da me non troverete mai: i piatti sporchi nel lavabo e il letto sfatto. Non posso vedere né gli uni, né l'altro.
  11. Mi piacciono le scarpe con il tacco a spillo. Sfortunatamente, non sono capace a camminare nemmeno con un tacco cinque (largo), perciò mi accontento di rimirarle nelle vetrine.

giovedì 28 marzo 2013

I musi della Parietaria 16 - Edward Norton

Brainy is the new sexy e questo musO ha tutte le carte in regola per attirarmi.
Ha stile, eleganza, una bella faccia intelligente e un curriculum costellato di film notevoli.
Lo so, The Illusionist non è che sia 'sto gran capolavoro, a mio parere, ma lì lui è fico, quindi ho scelto proprio questa immagine.


I miei preferiti sono The Score, Il velo dipinto (soprattutto perché adoro il libro dal quale è tratto), The italian Job. Non ho visto Fight Club perché ho letto il libro e, mettiamola così, Palahniuk non fa per me. Non ho visto nemmeno Red Dragon, ma penso che lo farò presto.
Per Edward Norton vale la pena.

mercoledì 27 marzo 2013

Lo stemma della Parietaria.

Da stasera ho uno stemma nobiliare. Di una figaggine assoluta. Trovo che mi rappresenti al meglio. Soprattutto il motto.

Ah, dimenticavo. Ne volete uno anche voi? Potete crearvelo qui: http://www.jointherealm.com/

W.W.W. Wednesday #2

Com'è andata, questa settimana di letture? Benissimo! E dunque, secondo giro, seconda corsa con il riassunto lettorio del mercoledì.
  1. What are you currently reading?
  2. What did you recently finish reading?
  3. What do you think you’ll read next?

Cosa sto leggendo?
A nameless Witch, A. Lee Martinez. Mi sta piacendo più di Gil's. O forse no. Mi sta piacendo in modo diverso. Però vi confermo che questo è un autore da tenere d'occhio e, per convincervi, vi posto uno scambio di battute fra la strega senza nome, il suo famiglio, il papero demoniaco Newt, e il troll Gwurm.
"It just makes sense. No worthwhile vengeance is just a-day-and-a-half's walk away"
"I see" I said "And how far away is one's vengeance generally? In your experience."
His head bobbed while he considered the question. "It isn't an exact science, but I figure it has to be farther than a journey of self-discovery, but shorter than an epic quest. Hundreds, even thousands of miles."
"That seems very far", Gwurm chimed in.
Newt threw him a nasty glare. "It can be considerably less if the journey is especially perilous. A terrible monster here or a raging river of death there can trim off a few hundred."
Da qui in avanti, degenera con Gwurm che si informa su quanto varie cose - sempre più assurde - possono accorciare il viaggio, esasperando il povero Newt, già provato di suo.
Il consiglio è uno solo: leggetelo!

E sto leggendo anche I pirati e l'astronave, Mike Resnick, perché, se ve l'eravate dimenticato, sono monomaniaca. Sospetto una traduzione non proprio brillantissima, ma la storia è accattivante: le avventure di Wilson Cole eroe pluridecorato che si dà al crimine dopo aver rubato l'astronave Theodore Roosevelt e tenta di arrabattarsi in un modo che non lesioni troppo i suoi principi morali si seguono bene e con piacere. E poi ci sono le astronavi!

Cosa ho appena finito di leggere?
Quattro dopo mezzanotte. Il Re è sempre il Re, ma... su alcune cose sono assai perplessa. Non il suo lavoro migliore - ma c'è da dire che io lo preferisco comunque nei romanzi che nei racconti  - ma una spanna sopra parecchi altri.
Cosa leggerò dopo?
Le stesse cose della settimana scorsa. Credo che In the company of Ogres però avanzerà al primo posto, perché se Gwurm è un esempio di come Martinez intende gli orchi ci sarà da ghignare assai.
A seguire The automatic detective.

E Seven wonders di Adam Christopher. Non so molto di supereroi, quindi mi attira parecchio.

Liebster Blog Award - il premio dell'aMMore

Uh,  la Parietaria è stata premiata!
La Socia Sam mi ha infatti insignito, insieme ad altri dieci fortun... meritevoli, del Liebster Blog Award, da me ribattezzato il premio dell'aMMore. Serve per far conoscere in giro blog con meno di 200 follower.
Cosa si fa, una volta ricevuto? Sei cose.
1) ringraziare chi ha assegnato il premio citandolo nel post
2) rispondere alle undici domande poste dal blog che ti ha premiato 
3) scrivere undici cose su di te
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger
6) informare i blog del premio

E via che si va.

I RINGRAZIAMENTI!
Devo il premio - ma anche molto altro - a questa fantastica donna qui!

LE RISPOSTE!
1) Cosa disegneresti se ti chiedessero di rappresentare il tuo stato d'animo in questo momento? 


2) Perché hai deciso di aprire un blog?
Che domande mi fai? Per diventare famosa che tutti mi cercano e tutti mi vogliono e così conquistare il mondo.

3) Raduno di famiglia al ristorante. Bastardamente, ti piazzano seduto/a accanto a un pro-pro-prozia che non vedi da tantissimo tempo e la vecchia non fa altro che pacioccarti e pizzicarti le guance. "Ma guarda come s'è fatto/a grande!" Si impiccia di tutto. E ti critica, dicendotene d'ogni - ma con simpatia. Come metti fine al supplizio?
Allora... strozzare la vecchia pare brutto e pure annegarla nel piatto di consommé. C'è da dire che pacioccarmi intorno mentre mangio è pericoloso e si rischia la forchettata a prescindere (true story).
Due sono le cose, o la ignoro, voltandole le spalle e parlando con la persona che ho di fronte (o davanti) e fingo sordità totale selettiva, oppure, se mi ruotano i cosiddetti, le dico chiaro e tondo di buttare giù quelle mani se vuole teneresele attaccate ai polsi. E che, per amor del cielo, chiuda la ciabatta. Se deve criticarmi e dirmene di ogni, almeno che lo faccia per qualcosa.

4) Qual è la prima cosa che ti viene in mente se scrivo "bilancia"?
Bilancia? What's "bilancia"? No entiendo...

5) La tua fotografia preferita?
Una fatta sulla nave al ritorno dalla Sardegna quasi dieci anni fa. Sono con il mio compagno e io - che sono diversamente fotogenica - sembro quasi un essere umano.

6) La tua serata ideale?
Implica la presenza di due fattori principali: il mio compagno e del buon cibo. Ma buono, eh!

7) Qual è lo scrittore che sconsiglieresti anche al tuo peggior nemico?
Nessuno. Semmai, gliene consiglierei qualcuno. Qualche fantatrash che costa un botto, così ci spende pure i soldi. Sì, sono una facile al perdono.

8) Ti ritrovi a dover badare a una nidiata di marmocchi di età compresa tra i due e i quattro anni. Il tuo primo pensiero?
YAY! Si gioca! Dov'è il Didò?

9) Sai resistere alle tentazioni?... Ci provi, almeno?
Tz, ma nemmeno per sogno! E dov'è il divertimento, sennò?

10) Sei nel camerino di un negozio per provare un pantalone/una gonna, quando all'improvviso la tendina viene tirata. "Sorridi, sei su Candid Camera!" La tua reazione? 
Agguanto il tizio con il microfono, lo ficco nel camerino, gli tiro giù i calzoni e riprendo lui con le chiappe al vento. Vediamo un po' se sorride.

11) Tre oggetti che metteresti in una capsula del tempo?
Una foto con tutte le persone che amo. Il mago di Oz. Un quadernone a quadretti piccoli nuovo di zecca, a simboleggiare da dove vengo, dove vado e come ci arriverò.


UNDICI COSE CHE NON SAPETE DI ME (E DELLE QUALI, PROBABILMENTE, NON VE NE FREGA UNA BENEAMATA).

  1. Dopo anni e anni di fiera militanza nella schiera delle pessime casalinghe, sto imparando a cucinare! L'obiettivo è fare ingrassare il mio compagno che ha perso troppo peso in conseguenza di una dieta drastica (fatta non per motivi estetici). Ho scoperto che cucinare mi rilassa.
  2. Ho la fobia delle raccomandate perché in passato ho subito minacce con questo mezzo. Però sto guarendo.
  3. Ero una di quelle fortunate che mangiano di tutto e non prendono nemmeno un grammo. Il guaio è che Cervelloh pensa di essere ancora così e Metabolismo lo smentisce ogni volta.
  4. Detesto le cavallette. I ragni li tollero e anche i rettili in genere. Ma le cavallette no. Se ce n'è una nel raggio di chilometri io non mi avvicino.
  5. Il mio animale preferito è la tartaruga d'acqua dolce. Ne ho avuta una - l'Ugo con l'articolo  - che è diventata quasi quindici centimetri di diametro. La bestia più viziata del mondo, tirata su a prosciutto di Parma, Parmigiano reggiano e cuori di insalata. L'Ugo aveva il fetish delle scarpe, faceva la leggenda di Sleepy Hollow ogni volta che vedeva la scopa e aveva capito che, se sbatacchiava nella tartarughiera abbastanza a lungo da tirarti scemo, gli allungavi qualcosa da mangiare (e ne approfittava spudoratamente). Aveva anche realizzato che nel frigo c'era la roba da mangiare (ecco perché bastava che qualcuno si avvicinasse perché lui iniziasse a sbatacchiare). Purtroppo, l'Ugo era un fine escapista e, al terzo tentativo è fuggito dal giardino.
  6. Non sono diplomatica, ma proprio per niente. Nella vita reale molto meno che in rete (furbissima me).
  7. Se ti considero un amico, giuro fedeltà assoluta e potrai contare su di me sempre e comunque. Ma se tradisci la mia fiducia o mi deludi, con me hai chiuso. Ma così chiuso che "chiuso" non rende nemmeno l'idea. Ti sbatto fuori dalla mia vita, ti cancello e non torno indietro.
  8. Sono ferocemente territoriale: non toccare le persone che amo - in particolare il mio compagno e la mia famiglia - perché sono miei. E se sconfini, mettiamola così... non vuoi veramente sapere quello che ti succederà.
  9. Mi piace tuffarmi, ho imparato da piccola, lo faccio piuttosto bene e ne vado fiera.
  10. Detesto il latte bianco freddo. Non posso neanche sentire l'odore. Mi infastidisce perfino vedere qualcuno che lo beve.
  11. Sono curiosa. Dannatamente curiosa. Ancora oggi devono nascondermi i regali di Natale perché sennò vado a ciacciarli per capire cosa sono.
LE NOMINATIONS!
Ma se una non ce li ha, undici blog? Faccio quel che posso. Tutto bene nella mia testa (tanto lo sapevi che ti sarebbe toccato!), l'entropica MarinaIl grande avvilente (e non me ne voglia messer Forlani), la Caponata Meccanica di Mauro Longo (dopo il "Fatemi causa" non mi potevo esimere, sto facendo la ola ancora adesso), il Midnight Corner nuovo di zecca di Paolo, il regno di Domenico, e il blog di Marco, ma quello in italiano. Poi ci mettiamo anche il Wolfman (non lo so, se ha meno di duecento follower, ma è lo stesso!) e... basta così. 
A undici non ci arrivo, sorry. Ovviamente, non è che siete obbligati a rispondere, ma se lo fate sono contenta!
LE UNDICI DOMANDE (A.K.A. L'ANGOLO DELLA FICCANASO)
  1. Qual è stato il momento più imbarazzante della tua vita? (Lo so, questa è cattiva).
  2. Se dovessi scegliere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?
  3. Mettiamo che ti venga data facoltà di cambiare il finale di una storia (libro, film, serie tv, fumetto, quel che vuoi), quale cambieresti, come e perché? (Ma poi, lo cambieresti davvero?)
  4. Voglio sapere qual è il tuo piatto preferito! (Magari mi ispira e imparo a cucinarlo).
  5. Mare o montagna? (Sì, le ultime due domande sono banali).
  6. Da piccolo/a, cosa sognavi di diventare? (Spero per te non la velina o il calciatore)
  7. Parliamo di film anni Ottanta. Parliamo del tuo preferito, quello che ha lasciato il segno, quello che sai a memoria tutte le battute, che è...?
  8. Vieni contattato da un aspirante scrittore di belle speranze che ti sottopone la sua "opera". Le virgolette non le ho messe a caso: come avrai già intuito, è una roba da "se il tuo occhio destro ti offende strappalo via". Non riesci nemmeno a finirlo, ma il tipo insiste per avere il tuo parere. Che fai? La dura verità o una pietosa bugia?
  9. All of time and space... potendo scegliere un altro posto e un'altra epoca, dove vorresti vivere?
  10. Di cosa puoi fare senz'altro a meno? (E non vale rispondere "di queste domande").
  11. Okay, per ultimo l'angolo del cattivissimo me. Come ti vendicheresti del tuo peggior nemico?
LA LIETA NOVELLA.

EHI, VOI! VI HO APPENA AFFIBBIATO 'STA COSA DA FARE.
SIETE CONTENTI?
EH? EH? EH?
LO SIETE?

martedì 26 marzo 2013

I consigli di Chuck Wendig per la felicità (stateli a sentire!)



Questo sarà un post brevissimo, perché si commenta da sé. 


Sono le venticinque regole di Chuck Wendig per essere scrittori più felici (e meno stressati). 
Ci sarebbe molto da dire in merito a ciascuna, ma sono sicura che si scadrebbe nella polemica e, sinceramente, non me ne può fregare di meno, di litigare con la gente. 
Non ho tempo, non ho voglia. Ho prima da lavorare e poi da scrivere, scusate tanto.
A titolo personale, le trovo una più sensata dell'altra e in alcune mi riconosco davvero in pieno.
Qui trovate il post completo (che merita di essere letto più e più volte).
Un grazie a Marina per averlo segnalato: hai reso la mia giornata migliore!

lunedì 25 marzo 2013

I langolieri - un'analisi parte 1

Uno dei consigli che è più comune trovare nei manuali di scrittura è: leggi, guarda come fanno gli altri e vedi di imparare il più possibile.
Novelist's Boot Camp non fa eccezione in questo senso, solo... nessuno degli altri lo dice in modo così cool.
Mi fa venire in mente quando, diversi anni fa, dissi che, per imparare a fare un incipit, smonto e analizzo quelli che mi piacciono. Un autore italiano mi rispose che l'incipit era solo l'inizio del libro, niente di più e niente di meno, e non c'era nulla da smontare. Questione di punti di vista. 
Comunque lo intendevo in senso figurato, non mi sarei messa certo lì con le chiavi inglesi. (Ah, letto il suo incipit parecchie cose hanno trovato spiegazione).
Quando si tratta di un'intera storia, beh, mi diverto, a leggere, quindi parto con tutta la buona volontà, ma finisce sempre che sono troppo impegnata a godermi il viaggio per fare la pignola.
Però stavolta mi sono detta "eccheccavolo, lo faccio. ci provo". E non ho mica scelto una roba a caso: visto che l'ho letto da poco, mi è piaciuto e, oltre a molti pregi ha anche qualche difetto (secondo me), ho deciso di prendere I langolieri. Il Re in persona, siore e siori.
Ché voglio imparare e farlo da uno bravo.
Allora, siccome questo promette di essere un post lungo, lo spezzerò in più parti. Sicuramente non riuscirò a notare tutto, ma voglio buttare giù, come se questo fosse un normale block notes, le mie impressioni.
Stiamo parlando di qualcosa che ha più di duecento pagine ed è articolato in ben nove parti. Che ha un buon numero di personaggi, diversi punti di vista - anche se su quello ci voglio tornare - e, soprattutto, è un ottimo esempio, fra le altre cose, di come si costruisce e si rinfocola la tensione in una storia.
Ah, il disclaimer. Me li dimentico, ogni tanto, i disclaimer, ma stavolta è importante.
Quindi, ecco qui: questa non è una recensione, né una lettura critica. E chi sono, io, per improvvisarmi critico letterario? L'ho già detto: detesto i tuttologi e credo nelle competenze.
E ora vediamo di iniziare.
Se dovessi dire, così a freddo, la cosa che mi ha colpita maggiormente di questo racconto, della sua struttura è... il modo in cui tutto funziona. Un meccanismo perfettamente oliato. Non c'è niente che sia fuori posto, niente che sia stato messo a caso. E poi, in secondo luogo, ma quasi a parimerito, l'economicità. Avete presenti quelle persone che sembrano non sprecare mai la propria energia, quelle che si muovono in modo misurato, ma efficace?
I langolieri è così.
La storia inizia nella cabina di Boeing 767. Il Re ci presenta subito il protagonista, il comandante Brian Engle, e non perde tempo a dirci chi è e che cosa fa. Ce lo fa vedere negli attimi immediatamente dopo l'atterraggio a Los Angeles. Non ci dice che è un pilota. Ci dice che porta l'aereo a fermarsi fino all'hangar (sì, lo so, è show don't tell, ma in questo caso funziona).
Sappiamo che non è stato un volo tranquillo - hanno avuto un brutto problema di pressurizzazione che poteva diventare un disastro, ma del quale i passeggeri non si sono accorti. Come lo veniamo a sapere? Un po' direttamente dalla sua testa - che gli fa male - e un po' dal dialogo con il copilota che si è incaricato di allertare la compagnia e la sezione manutenzione. No, niente as you know Bob. Un dialogo credibile fra due colleghi di lavoro.
Dicevo, Brian ha mal di testa, è stanco e stressato e non vede l'ora di farsi una dormita di quattordici ore filate. Solo che mica è finita, no. Gli viene anche comunicato che la moglie - la ex-moglie - è probabilmente morta.
E qui il Re si dimostra un furbo di tre cotte, oh sì: mica ce lo spiattella se è morta sul serio (la persona incaricata di avvisare Brian alla sua domanda non risponde e abbassa gli occhi, quindi l'atteggiamento è chiaro) e, soprattutto, si guarda bene dal dirci come. E questo è il primo amo cui abbocca la nostra curiosità.
Nel secondo mini-capitolo, Brian è già a bordo di un volo per Boston - da pilota a passeggero - per andare dalla ex-moglie (defunta nell'incendio di casa, by the way). Stanco morto, dopo un po' di riflessioni in merito al divorzio, che ci aiutano a capire meglio chi sia, e un po' di dialogo con la hostess - la quale ci fornisce un dettaglio all'apparenza insignificante ma che diventerà importantissimo dopo  - il nostro protagonista si addormenta... e finisce il secondo capitolo.
Nel terzo, il punto di vista cambia: Dinah, una bambina cieca in viaggio con la zia, si sveglia dal sonnellino e scopre che accanto a sé non c'è nessuno. E che non sente nessun rumore intorno a sé. Prova a chiamare, non ha risposte.
E qui una precisazione: noi abbiamo già visto Dinah. L'abbiamo vista salire a bordo, accompagnata da una signora. Brian, nel precedente capitolo, ha notato gli occhialoni scuri e il modo in cui ha girato la testa quando l'altra le ha parlato e ha capito che doveva essere non vedente. Perciò, Dinah non esce dal cilindro come un coniglietto trallallà: King l'ha mostrata prima, come per caso, e poi la presenta con tutti i crismi. Questo ce la rende più, come dire, credibile. (Non intendo "credibile" nel senso "non stereotipata", intendo dire che il dettaglio del suo salire a bordo, completamente inconsapevole di essere osservata da qualcuno che ancora non conosce, ci fa pensare a una sua vita precedente l'inizio di questa storia.)
Comunque, Dinah è cieca, indifesa e sola in quello che pare un aereo deserto: ecco che il Re pigia il primo punto di pressione fobica. (Lo so, è un'espressione figa: non è farina del mio sacco: è King che la usa, in Danse Macabre.) Tornando a noi, mentre Dinah sta per avere una crisi isterica, cambia il capitolo e eccoci di nuovo con Brian, che sta facendo dei sogni angoscianti, popolati dalla ex-moglie e dai quali viene risvegliato dalle urla di Dinah.
Ve la faccio corta: il pilota non è l'unico a svegliarsi. Ci sono altre otto persone con lui. Per il resto, l'aereo è deserto. Le uniche tracce dei passeggeri scomparsi sono non-organiche: otturazioni, protesi, punti di sutura metallici, oltre che borse e bagagli. Delle hostess non rimane traccia se non il carrello delle bibite con bicchieri ancora sporchi, che testimonia come siano sparite nel bel mezzo delle loro funzioni. La situazione è piuttosto classica: l'enigma della Mary Celeste trasportato su un velivolo passeggeri nel bel mezzo del volo (quindi senza possibilità di fuga).
La prima parte finisce con Brian che contempla la possibilità di trovare deserta pure la cabina di pilotaggio.
In più o meno sei pagine - sei - il Re ci ha detto: cosa sta succedendo, a chi (non a tutti, ma abbiamo capito che ci ha fatto vedere i più importanti) e ci ha sbattuto sul muso il problema contingente che deve essere risolto.
Sei pagine. Non dieci, venti, cinquanta. Sei.
Cosa posso dedurre da questo inizio di analisi?

1. Non te la menare con le pippe mentali, non stare lì ad arzigogolare discorsi per far vedere quanto sei bravo, ma datti una mossa e chiarisci i personaggi e la posta in gioco prima possibile. Metti la storia in  moto e fallo subito.
2. Quando devi dare al lettore delle informazioni fai in modo che ne abbia bisogno anche il protagonista: così si evita il famoso fenomeno dell'as you know Bob - una delle cose che più detesto quando leggo. E non spiattellargli subito tutto: procedi con ciò di cui ha bisogno nell'immediato. Al resto ci pensi dopo.
3. I dialoghi, credibili e che vanno quanto più possibile dritti al punto. In una situazione di emergenza come quella che King ci sta presentando, ha poco senso che i personaggi cazzeggino fra interiezioni, domande retoriche e voli pindarici.
E con questo concludo la mia prima parte.

sabato 23 marzo 2013

Perché odio i manuali di scrittura (ma li uso lo stesso).

Se mi chiedessero qual è il complimento che mi fa più felice risponderei: "Sei intelligente".
Amo sentirmi intelligente, sapete. Amo accorgermi di essere riuscita a centrare il nocciolo della questione mentre per gli altri è ancora dietro la linea dell'orizzonte. Non è bello, lo so, prendetemi così. In fondo, nessuno è perfetto e preferisco di gran lunga che mi vediate per ciò che sono.
Per contro, va da sé, detesto sentirmi stupida e i manuali di scrittura mi fanno sentire stupida.
Nel momento in cui mi trovo a confrontarmi con uno di essi, anche con l'ottimo Novelist's Boot Camp, che tutto è tranne una di quelle robe in cui lo scrittore, o lo studioso di miti, o l'editor  di turno sale in cattedra e ti mitraglia a raffica con una serie di concetti a punta cava, eccallà, mi sento un'idiota.
Una immobilizzata senza speranza nella propria idiozia, per di più.
Perché? Per due motivi, principalmente.
Primo: perché ci sono alcuni concetti che mi sono incomprensibili. Un esempio? Diversi anni fa, quando ho ricominciato a scrivere dopo dieci anni e, soprattutto, ho iniziato a studiare, mi sono scontrata per la prima volta con il "tema". Che se il manuale in questione ne avesse parlato come fa Davide qui mi sarei risparmiata un bel po' di frustrazione. All'epoca, il tema equivaleva per me al grande "BOH?". E, ovviamente, mi sentivo un'idiota per questo.
Secondo, perché ce ne sono altri che, per me, sono del tutto inapplicabili. Nel senso che non riesco ad applicarle, non c'è proprio verso. E ci ho provato, eh. E, sì, mi sento un'idiota.
Vi faccio un altro esempio, fresco fresco di stamani.
Stavo studiando proprio il Boot Camp - e se vi domandate perché io ci metta una vita, dato che sono mesi che ne parlo, vi rispondo: "Perché ho la sindrome dell'album Panini". Non so ve l'ho già raccontato, magari lo farò, prima o poi - quando, arrivata alla ventottesima esercitazione "Understand the alpha male characters motivation", mi trovo davanti una lista che fa più o meno così:
  • ha bisogno di sentirsi (e di apparire) competente
  • si muove in funzione del suo obiettivo ed è guidato dai propri risultati
  • crede che la vera forza la capacità di soffrire in silenzio
  • attribuisce molto valore alla lealtà di un compagno o di una squadra, ma valuta molto anche l'individualismo, l'indipendenza e la fiducia in se stessi.
  • stima la logica rispetto all'intuizione, la ragione rispetto ai sentimenti e l'azione rispetto alla discussione.
  • ha un forte istinto sessuale.
Ora, in tutto quello che ho scritto finora non c'è un personaggio che sia uno con tutte queste caratteristiche - il che significa, ma lo sapevo già, che scrivo di sfigati. Se confronto quanto sopra con Artibano, onestamente, mi vengono i sudori freddi.
Ma i problemi sono due.
Il primo, è che una lista del genere mi sembra un concentrato di stereotipi. Mi direte: se già in partenza metti una categoria nel titolo, ovvio che procedi per stereotipi. Ed è altrettanto ovvio che il tuo maschio alfa della tua storia dovrà essere molto più di quello, perché avrà pregi, difetti e debolezze. E sta a te renderlo credibile. (Ovviamente, non credo che l'autore del Boot Camp stia "insegnando come produrre stereotipi", sia chiaro.)
La seconda è che, confrontato l'elenco con il personaggio principale della storia che sto revisionando (e che dovrebbe essere un maschio alfa, voglio dire, è il comandante di una nave, ha la responsabilità di tutto quanto, è il capo, se non è una posizione da maschio alfa questa, quale altra lo è?), ecco, tante cose mancano. Va bene, mancano quasi tutte.
E lo so che ho scritto "posizione da maschio alfa", perché occuparla non significa esserne uno (puoi ritrovarti al comando in situazione di emergenza quando il vero maschio alfa è fuori combattimento, per esempio).
Così mi sono detta: "però, però... è un po' schizoide" (del resto, a me se sono normali non piacciono). E poi mi sono accorta che, detto chiaro e tondo, mi stavo giustificando con me stessa per evitare di contemplare l'ipotesi più semplice: Ho. Sbagliato. Tutto.
Siccome la testa sotto la sabbia la metto ma solo fino a un certo punto, perché preferisco la verità nuda e cruda sbattuta nei denti senza anestesia, mi sono fatta coraggio e ho considerato che forse la mia storia era solo l'ennesimo epic fail.
Perciò, primo impulso: "Fa schifo! Lo sapevo! Cambio tutto!"
Secondo (la voce della ragione): "Aspetta un momento, riflettici su."
Solo un paio d'anni fa avrei dato retta al primo impulso e mi sarei messa a modificare il personaggio immantinente. Adesso, sarà che sono più vecchia, ho imparato a prendermi il tempo di pensare e a valutare pro e contro.
Anche alla luce di quello che sto per dire.
Credo che i manuali siano molto utili. Sul serio. Infatti li compro e li studio, anche se, come si vede, mi fanno un brutto effetto. 
Però credo che vadano presi cum grano salis, e non solo: credo che si debba differenziare la quantità di sale a seconda dell'argomento.
Per quel che riguarda la struttura, beh, sono meno devastanti, almeno nel mio caso. Sarà perché non ho una mente molto creativa, ma sono più che altro una persona logica. Quindi lavorare sulla struttura della storia è come lavorare sulla struttura di una casa, mi è familiare.
Quando si va a toccare l'argomento "personaggi", invece, meglio che io stia molto, molto attenta. Sarà che quello è un mio punto debole, perché è la parte che mi riesce più difficile (preferisco mantenere un certo distacco, se mi avvicino troppo non riesco a scrivere). Soprattutto, i personaggi, ma questo è un mio parere, sono un argomento infinitamente più complesso e delicato e, come tale, ancora più difficile da ridurre a oggetto di manualistica.
A quanto pare, alla fine ho elaborato una specie di "manuale per sopravvivere ai manuali di scrittura".
C'è un'altra cosa da dire, l'ultima, e vi avviso già che la prendo larga. Abbiate ancora un po' di pazienza, per favore.
L'analisi del testo è qualcosa che ci insegnano a scuola. Molti manuali portano all'estremo questa tecnica, proponendo, come esempi, film e libri. Il problema è che, per citare il Boot Camp - your job is not to analyze, but to construct. Quando l'ho letto la prima volta non vi dico che immenso sollievo.
Perché c'ero arrivata anche io, ma solo poco tempo prima, e qualcuno, un qualcuno qualificato, mi aveva appena detto che sì, avevo pensato giusto.
Quel che voglio dire è questo: i manuali forniscono una serie di strumenti all'aspirante scrittore, ma non è l'unica strada, puoi anche arrivarci da te. Solo, con molta più fatica e tempo, quindi con un processo meno efficace e ammesso che tu legga moltissimo (questo è conditio sine qua non). Alla fine, una fatica piacevole.
Ma anche volendo massimizzare la resa usando i manuali e posto che la lettura è imprescindibile lo stesso, non è tutto rose e fiori: ci vogliono senso critico e consapevolezza, ed è difficile averli, quando sei deciso a diventare uno scrittore migliore e ti impegni a studiare. 
Ho smesso di scrivere per più di dieci anni. All'inizio scrivevo come fanno tutti gli aspiranti, senza pormi il problema di cosa fosse la scrittura, così, andando avanti a braccio, di volta in volta. Quando ho ricominciato, mi sono resa conto di una cosa molto semplice: che a scrivere si impara. 
Lo so che è la scoperta dell'acqua calda, tante grazie.
Ho iniziato a leggere manuali ma, entusiasta e volenterosa e con la sindrome da prima della classe, li ho presi con, beh, con troppa buona fede, direi. Non sapevo nulla di scrittura creativa e non avevo modo di valutare con senso critico quello che stavo leggendo. Come risultato, mi sono ritrovata ad annaspare fra nozioni che non capivo, schiantandomi contro definizioni prive di applicazione pratica con la stessa grazia del Titanic contro il famoso iceberg (e facendo l'identica, triste fine).
Limitatevi a definire il concetto di cacciavite a un apprendista operaio che non ne ha mai visto uno invece di mostrargli cos'è e come come diavolo deve fare ad usarlo e, più o meno, otterrete quello che è successo a me.
Morale della favola? Blocco totale.
Non è stato facile superarlo. Per di più, so che è un rischio che corro ogni volta che inizio un nuovo manuale. Sono fatta così. Se il libro di testo mi dice che una cosa si fa in un modo e io non ci riesco, penso che ci sia qualcosa in me che non va e questo mi manda in crisi. 
Ma, e voglio dirlo con estrema forza e chiarezza, ho imparato un mucchio di cose, dai manuali
In prima stesura non mi pongo problemi particolari, tiro ad arrivare in fondo. 
Va detto che dipende molto da come uno lavora. Io non riesco a pianificare prima, ci ho provato e non ha funzionato: i miei strumenti li tiro fuori dopo, quando inizio a lavorare alla revisione. E li uso, eccome, e mi facilitano il lavoro, parecchio. 
Poi non riesco a fare tutto bene come vorrei, perché entra in gioco il talento e quello non si impara e non si compra, ma comprendere il funzionamento dei meccanismi che muovono storia e personaggi è senz'altro un enorme aiuto. 
Quindi, ecco perché odio i manuali. E perché li uso lo stesso.

venerdì 22 marzo 2013

Il faraone assassino - Amelia Peabody 2 la vendetta

Cinque anni dopo gli eventi narrati ne La sfida della mummia, Amelia e Radcliffe sono infognati nel Kent. Lui ha accettato un posto da lettore all'Università di Londra, hanno comprato casa e rinunciato alle campagne di scavi in Egitto.
Perché? Perché hanno avuto un figlio, Walter Peabody Emerson detto Ramses, e Ramses è troppo piccolo per esporlo alle condizioni di vita disagiate di un campo scavi.
[Oddio, che poi leggendo i rassegnati resoconti materni sulle imprese di Ramses uno pensa: "E chi lo ammazza, questo?"]
Ma tant'è, molto a malincuore, i due si sono sistemati e si devono accontentare di leggere sul giornale i resoconti delle varie spedizioni.
Questo finché un nobile inglese, Sir Henry Baskerville, che ha appena scoperto una tomba a quanto sembra intatta, non muore. La sera va a dormire in perfetta salute, il mattino lo trovano stecchito con un ureo dipinto sulla fronte in quello che pare sangue (in realtà, è vernice): il giorno prima, all'apertura della tomba, un misterioso individuo l'ha apostrofato in arabo rammentandogli la maledizione del faraone. Eccallà.
Per aggiungere stranezza a stranezza, l'archeologo responsabile degli scavi, Armadale, sparisce senza lasciare traccia.
I giornali con questa storia vanno a nozze e strillano alla maledizione del faraone, ma, soprattutto, la giovane vedova di Baskerville si reca personalmente a casa Emerson per chiedere a Radcliffe di assumere la direzione dello scavo e sovrintendere all'apertura della tomba.
Lì per lì, lui declina: non ha intenzione di abbandonare la famiglia. Amelia, come al solito, è in totale disaccordo e glie lo dice chiaro e tondo. Lui deve andare, lei e Ramses se la caveranno benissimo. Gli scriveranno tutti i giorni...
Come finisce? Che affidano il pargolo a Evelyn e Walter - che nel frattempo ne hanno scodellati tre - e partono per andare a sovrintendere lo scavo e, visto che Amelia se l'è messo in testa, a risolvere un omicidio.
E di omicidio, in effetti, si tratta. Duplice, oltretutto.
Ma non c'è quasi niente che la famiglia Emerson-Peabody non riesca a fare, se si impegna.
E così, facendo lo slalom fra manovalanza terrorizzata, apparizioni spettrali, madame mezze ubriache convinte di avere poteri mistici (e di essere la reincarnazione di una principessa amante di Emerson in un'altra vita, con sommo divertimento di Amelia), giornalisti ficcanaso, eredi sotto mentite spoglie e (diciamolo) qualche cadavere, Amelia e Radcliffe portano a casa il risultato... e il lettore si diverte con le loro avventure!

giovedì 21 marzo 2013

Ventimila leghe sotto i mari - 1954

Io sono innamorata del genio di Jules Verne.
Da sempre.
Le sue storie visionarie e con quel giusto mix di scienza e mito sono una pietra miliare (nonché  uno dei punti più alti) della narrativa fantastica.
I miei preferiti fra i suoi libri sono Viaggio al centro della terra e 20.000 leghe sotto i mari, da cui sono stati tratti, rispettivamente nel 1959 e nel 1954, due film targati Disney.
A differenza del primo, che conosco praticamente a memoria, avevo visto il secondo soltanto una volta, molti anni fa.
Questo finché alla mia amica Babi non è capitato di incocciarlo durante una sessione di zapping e non si è accorta di una cosa: la marcata, bellissima estetica steampunk. (In tempi in cui il termine "steampunk" non esisteva).
E di quella parla questo post, dato che, per quel che concerne la fedeltà al libro, ehm, è meglio lasciar perdere.
Perché, spinta dal consiglio di Babi, il film l'ho riguardato
Alcune cose mi hanno fatto storcere il naso, (ma si sa che con le versioni cinematografiche dei libri che amo sono una tigna), solo, ho ritenuto opportuno soprassedere e lasciare che l'ambientazione mi colmasse gli occhi.
Innanzitutto, a me il mare piace. Mi piace il mare, mi piace tutto quello che ci sta sotto. Mi piacciono scafandri, sottomarini, batiscafi, laboratori sottomarini e, insomma, tutto quello che ha a che fare con le profondità e la loro esplorazione.  (non l'avreste mai detto, eh?).
Così, eccomi qua, a proporvi un po' di screen shots, giusto per condividere ammirazione e fangherleggiamento spudorato.
Tanto per cominciare, l'ingresso nel Nautilus del professor Arronax e di Conseil (ridotto a macchietta comica, vabbé).
Rivetti! Tanti rivetti!
Sapete cosa mi viene da dire: "Mmmm, rivetti..."
Mi piacciono, i rivetti. Sul serio. Anche le flange, ma i rivetti di più. E  i manometri. Ho la passione per i manometri.
Comunque, non venitemi a dire che uno scorcio così non vi fa brillare gli occhi. A me sì.
Però ho appena cominciato.
Un po' polveroso, ma bello!

Perché se l'ingresso - con quei manometri illuminati di verde a destra - è fico, aspettate di vedere quello che viene dopo.
Volanti, tubi e bulloni! Cosa può volere di più, una ragazza?
Il corridoio.
Che è meno lindo (anzi, sembra un po' lozzo), ma splendido nella sua grezzitudine. Qui rivetti non ce ne sono. In compenso ci sono tubi - e mi piacciono anche quelli -, flange - giustappunto, si diceva - e i volanti per la chiusura dei portelli (o delle valvole) guardate quello a destra, bello grande. Non è fantastico?
Ah, e bulloni. Belli grossi, anche.
Ma andiamo avanti, perché tutto questo ben di dio si vede nel primo quarto d'ora - venti minuti di film
E il bello deve ancora venire.
Perché, curiosando nel Nautilus deserto, il professore e Conseil finiscono dritti dritti nella location più figa.
Eleganza portami via.
Il salotto del capitano Nemo.
Che è di un'eleganza così ottocentesca e di un fascino così vintage da lasciare ammutoliti (ed estasiati).
Guardate la tappezzeria. Le poltrone. Il tavolino centrale e, punto focale dell'intera stanza, l'organo a canne che, con il suo color oro, stacca da tutto il resto e calamita su di sé lo sguardo.
Non vi dico cosa darei per una finestra così
L'ultima caratteristica notevole di questa versione del Nautilus - che, a proposito, stacca di gran lunga quella proposta ne La leggenda degli uomini straordinari - è l'oblò, dal quale il professore e Nemo - elegante e oscuro a un tempo - osservano gli uomini dell'equipaggio e Ned e Conseil partire per una battuta di caccia.
E a proposito di caccia...
L'altra cosa per cui questo film mi va a genio sono, ovviamente, le riprese sottomarine.
Certo, alcune trovate sono un po' così, come quella del relitto. Un galeone in condizioni così buone che ci puoi camminare dentro - e trovare il tesoro, eh - è un tantino irrealistico.
Ma fa la sua porca figura e, se non ci credete, guardate qui.
Un cannone che sembra pronto a sparare?
Gli scafandri fanno la parte del leone, nel film.
Scafandriiii!
Qui siamo all'inizio, quando nessuno è nel Nautilus perché si sta tenendo un funerale subacqueo (anzi, subbaqquo, come direbbe Vulvia).
Ma che bellezza!
In alcune delle riprese si nota il modo in cui i palombari - quelli veri - sono costretti a muoversi, tutti sbilanciati in avanti. Qui si vede che erano poco profondi e infatti camminano dritti.
E poi, visto fuori dall'acqua, lo scafandro è ancora più bello.
Sta a metà fra uno scafandro vero e proprio e una tuta da astronauta retrofuturibile.
(Beh, in realtà tutti gli scafandri di tipo tradizionale sembrano tute da astronauta retrofuturibili, eh).
Senza contare che non ho lo screenshot ma pure la camera d'equilibrio, con il portello dal quale vengono calati in acqua gli operatori, è fantastica.
Comunque, in definitiva: il film non è granché.
Primo perché hanno pesantemente rimaneggiato la storia. Secondo perché Kirk Douglas canta più e più volte (ma sempre la stessa canzone) e io quando i personaggi cantano mi scoccio.
Terzo perché Conseil e Ned Land a fare i siparietti comici non mi piacciono.
Però.
Il Nautilus è un capolavoro. E Nemo (interpretato da James Mason, lo stesso che darà il volto al professor Lindenbrock di Viaggio al centro della terra) è davvero quello che uno si aspetta.
Misterioso, spietato e geniale.
Perciò, tutto considerato, un'occhiata - anche più d'una, sto bluffando - se la merita proprio.

I musi della Parietaria 15 - Rutger Hauer.

Il quindicesimo musO avrebbe dovuto essere un altro, ma il post della Socia Sam mi ha fatto cambiare idea. Perché lui è - e sarà sempre - una delle icone del fascino maschile nella mia personale classifica. E poco importa se sono passati vent'anni (facciamo anche trenta, và): perché il Nexus 6 Roy Batty e il capitano della guardia Etienne Navarre sono immortali e inarrivabili.
(E, fra l'altro, la famosa "andranno perduti, come lacrime nella pioggia" non era nello script, originariamente. Quella è farina del sacco di questo signore, e tanto di cappello).
Con quella faccia lì, poteva fare l'eroe o il pazzo inquietante (e nelle parti da pazzo era inquietantissimo sul serio).
E poi ha fatto Dracula 3D - ma questo facciamo finta di non saperlo, eh.




mercoledì 20 marzo 2013

Il circolo vizioso dell'ignoranza

Un italiano su due non legge neppure un libro l'anno.
Non lo dico io. Lo dice Il sole 24ore, qui.
Dice: "E a te chettefrega? Se vuoi leggere, leggi. Gli altri facciano un po' come credono. Sono loro, a perderci."
Ehm sì, vero.
Sono loro a perderci. Ma anche un po' io.
Perché?
Ogni volta che vado in libreria (e meno male che non capita più tanto spesso da quando ho il reader) mi vengono i nervi. Pile e pile di - lasciatemelo dire - inenarrabile rumenta che riempie gli scaffali e, per di più, è venduta a caro prezzo.
Dice: "Eh, le case editrici pubblicano solo schifezze".
Sì. 
Però c'è un'altra cosuccia che noi lettori forti, amanti del fantastico e aspiranti scrittori non vogliamo vedere: le case editrici pubblicano quello che la gente legge.
E adesso dico una cosa snob: come fa una persona che legge un libro l'anno a giudicare se quell'unico tomo che s'è comprata è bello o meno, originale o meno, meritevole o meno?
Dice: "Eh, ma mica devo essere chef per giudicare se quello che mangio è cacca o Nutella."
Già, ma mangiare mangi tutti i giorni. Va da sé che distingui cosa è buono e cosa no.
Leggere invece? 
Se leggi un solo libro - mettiamo sui vampiri - non hai alcun termine di paragone e qualsiasi cosa leggerai ti sembrerà una fantastica novità.
Ed ecco che arriviamo al perché mi frega di questo branco di ignoranti: perché in libreria si trovano cose adatte al loro livello. 
Sì, al loro livello. Anche questo suona snob? Invece, è un dato di fatto. 
Non si può pretendere che chi legge più di cinquanta libri l'anno sia soddisfatto dall'offerta nelle librerie, calibrata su un pubblico che, se va bene, ne legge uno, due se è proprio festa grande.
Chi non si intende di fantascienza prende la prima boiata che si trova sottomano, basta che abbia una copertina un po' invitante, magari con su un'astronave, e la legge convinto di aver fatto chissà quale acquisto. Il lettore forte, proprio perché ha tanta esperienza, è più smaliziato e consapevole.
Perciò, se vuoi qualcosa di originale, un po' diverso, un po' più da intenditore (e mi riferisco al fantastico perché è quello che principalmente leggo io), due sono le cose: o rinunci, o lo ordini. In inglese, eh, perché certe cose non vengono nemmeno tradotte.
Evidentemente, un esercito di lettori deboli paga più che un manipolo di lettori forti e, quindi, vai col liscio: sempre le solite quattro boiate in salsa rosa.
L'altra ricaduta è che, come si leggono, si scrivono anche le solite quattro boiate in salsa rosa e da qui lo scarso livello della produzione fantastica italiana. (In realtà, a giudicare dall'ultimo libro di narrativa scritto dall'ennesima esordiente italiana spacciata per caso letterario, mi sa che anche sul non-fantastico stiamo messi maluccio.)
Un orrido circolo vizioso.
Come fare a spezzarlo? Non ho una soluzione generale - e chi sono, Wonder Woman? - però ho quella che va bene per me.
Emigrare, quantomeno mentalmente. Lasciarsi alle spalle le italiche lande e, sì, invece di sguazzare in questa polla, buttarsi nel mare magnum dei libri in inglese. Evitare le librerie e scegliere oculatamente, sfruttando la Rete e menomale che c'è. Fidandosi del giudizio di amici e colleghi blogger di fiducia e non delle recensioni prezzolate in rete: mai - dico mai! - credere ai casi letterari conclamati.
Magari non cambierà niente a livello globale, gli italiani sono un popolo ignorante che tale rimarrà, ma almeno noi lettori forti vivremo un po' meglio.

W.W.W. Wednesday #1

Copio l'idea di questa rubrica da Valentina. Si tratta di rispondere - ogni mercoledì - a tre domande:

  1. What are you currently reading? (Cosa stai leggendo?)
  2. What did you recently finish reading? (Quale libro hai finito di recente?)
  3. What do you think you’ll read next? (Quale sarà la tua prossima lettura?)
Per una bibliobulimica come me è praticamente un invito a nozze. Perciò, ecco qua.

Cosa sto leggendo?
Quattro dopo mezzanotte, quattro racconti lunghi del Re. Ho finito il primo - I langolieri - e iniziato il secondo (che però mi sta piacendo meno).

Cosa ho appena finito di leggere?
Gil's All Fright Diner di A.Lee Martinez. Non l'avete ancora letto?! E cosa state aspettando? (Ah, grazie a Mr.Giobblin che mi ha fatto conoscere questo libro. Trovate la sua recensione qui).
Cosa leggerò dopo?
Eh, sono in dubbio.
A nameless witch, A.Lee Martinez.
The automatic detective, perché mi attira l'ambientazione futuristica. E, sì, A. Lee Martinez
In the company of Ogres perchè mi sa tanto che, dopo averlo letto, non guarderò mai più gli orchi con gli stessi occhi... sempre di A.Lee Martinez (Lo so, sono monomaniaca, ma Martinez è davvero un geniaccio).
E infine, poiché Marina ne ha parlato con tanto entusiasmo qui...
Seven wonders di Adam Christopher.

Sì, non ce n'è uno che sia in italiano. Che vi devo dire? Il fantastico straniero è infinitamente più vario e interessante. Se e quando in Italia la smetteranno di pubblicare sempre la solita robaccia, allora leggerò anche in italiano. Fino a quel momento... adios, amigos!

venerdì 15 marzo 2013

Dracula - La leggenda, Bram Stoker, Francis Ford Coppola e Dario Argento.

Dracula è senz'altro un romanzo che ha cambiato la storia della letteratura. Non penso che si possa dire il contrario.
Se lo si guarda con gli occhi di oggi, ovviamente, risente almeno in parte della sua età. Stoker non era un granché, come scrittore, e i libri successivi a questo non sono certo pietre miliari.
La forma narrativa scelta - il diario - non aiuta: tutto è raccontato, e questo è ovvio, filtrandolo attraverso personalità che sono - dispiace dirlo - un po' stereotipate: Mina è una perfetta piccola signora, con tutti i pregi delle perfette piccole signore e i suoi cavalieri - perché tali divengono - sono tutto quel che di buono può esserci nell'uomo. Sono forti, protettivi, determinati. Esempi di virtù britannica.
Quanto al vampiro... è il male, punto. Un male affascinante, non tanto dal punto di vista estetico - sia chiaro, Stoker si premura di dirci che ha pure l'alito pesante, da vero carnivoro, delle manone sgraziate con i peli al centro del palmo - quando per la sua antichità, i suoi ricordi, il suo sapere. Il monologo sulle glorie della sua stirpe e la meravigliosa chiusa "The warlike days are over. Blood is too precious a thing in these days of dishonourable peace, and the glories of the great races are as tale that is told" sono sicuramente uno dei suoi punti di forza e uno degli apici che il libro raggiunge.
E, a questo proposito, voglio dire una cosa. Forte e chiara.
Nel libro non c'è traccia alcuna di storia d'amore - né pregressa né in atto - fra Dracula e Mina. Quella è un'esclusiva del film di Coppola. Non compratelo cercando l'aMMore che sopravvive al tempo perché non c'è
Zero. Nix. Nisba. Nada de nada.
Gli unici amori - e sono perfettamente legali e morali - sono: quello di Mina e Jonathan, che sono sposati, e quello di Lucy e Arthur, che sono fidanzati.
Stop. Niente di più, niente di meno.
Fatevene una ragione.
Però Dracula ha insiti in sé notevoli spunti di modernità: le allusioni al sesso, per esempio,che in epoca vittoriana non erano proprio diffusissime, anzi. E che sono molto più efficaci, nel loro essere, appunto, allusioni, di una scena di sesso esplicito in cinquanta sfumature. O il frenetico inseguimento attraverso l'Europa il cui ritmo accelerato risulta ancora oggi godibile. Oppure l'idea - che è geniale, se ci pensate - di trasferirsi a Londra sfruttando le conoscenze moderne. Il Conte - quattrocento anni e non sentirli - non pianifica un'invasione. No. Specula sul mercato immobiliare. Ingaggia un avvocato. Il male antico che parla un linguaggio moderno.
Oggi l'abbiamo letta e ri-letta mille volte, una cosa così. Ma all'epoca non esisteva niente di simile.
Quando, nel 1992, Francis Ford Coppola fece uscire la sua trasposizione filmica, schiere di donne - me compresa - si innamorarono del vampiro di Gary Oldman. Il regista, nella sua rilettura, diede all'antagonista una cosa che mancava: la motivazione per essere diventato vampiro. E poiché questa motivazione è legata all'amore, e tutto ciò che si fa per amore accade sempre al di là del bene e del male, ne risultava che il vampiro, alla fine, era un poveretto condannato alla solitudine perché, a un certo punto, aveva avuto tanta, tanta sfiga.
[Con un po' di cinismo, posso dire che, insomma, pure la sua sposa, che si butta giù dalle mura senza manco aver visto il corpo non è proprio tanto intelligente (ma io ho qualche problemino con i suicidi amorosi, vedi quei due dementi di Romeo e Giulietta), ma sorvoliamo.]
Quanto al resto, il film è un ottimo film: visivamente splendido, interpretato benissimo e che riesce nella non facile impresa di rimanere fedele a ciò che accade nel libro e, nello stesso tempo, discostarsene. Modernizza un po' certi temi, aggiunge luci e ombre a personaggi altrimenti troppo monolitici - vedi la dipendenza di Jack dalla morfina o la civetteria di Lucy che diventa beh, zoccolaggine.
E pur dovendo tagliare alcune parti (il libro ha molti setting diversi. C'è il Castello. E Londra, e lì intendo la residenza dei Westenra, Carfax, il Manicomio. E c'è Whitby, dove approda la nave che porta il Conte in Inghilterra. E poi c'è, come ho detto prima, il viaggio attraverso l'Europa) riesce comunque a rimanere rispettoso e comprensibile.
Ieri ho visto Dracula nella versione di Dario Argento (e, per la cronaca, non ce l'ho proprio fatta a guardarlo tutto).
Non sono un critico cinematografico, sia chiaro. Non mi interessa discorrere di come sia stata utilizzata la CG, dei dialoghi imbarazzanti, delle inquadrature da porno-soft anni '70, né dei comprimari che non compaiono mai (qualcuno ha detto Jack, Quincy e Arthur fatti fuori con un "ho tre corteggiatori e sono orribili" di Lucy?).
Anche perché ne ha parlato Domenico qui e mi sento di sottoscrivere la sua opinione - con il sangue, se necessario.
E non voglio nemmeno spendere parole su Rutger Hauer, unico attore decente, perché l'ha fatto la Socia Sam qui e condivido e sottoscrivo tutto, compresa la devastante cotta adolescenziale per Etienne Navarre.
Però una cosa la voglio dire.
Dove sono, nel film, tutte le location? 
Dov'è Londra? Dov'è Carfax? E il Manicomio? Dov'è il tentativo del Conte di trasferirsi in una parte del mondo più ricca di cibo, come una sanguisuga che abbia prosciugato l'ospite e si trovi costretta a cercare un'altra fonte di nutrimento?
Insomma, dov'è l'avventura, quello slancio di nuovo, di moderno, che oggi non riusciamo a cogliere nel  libro, ma che doveva essere evidente ai contemporanei di Stoker?
Nel film di Argento, tutto si svolge a Borgo Pass, località che nel libro viene nominata di sfuggita un paio di volte e che non è nemmeno una cittadina: è un passo montano, maledizione, quello che permette di entrare in Bukovina ed è il posto in cui Jonathan trasborda dalla diligenza che viene da Bistritz sul calesse che il Conte gli ha mandato incontro per portarlo al castello.
Sembra una telenovela. Sapete, quando fanno tutto nel solito posto perché il budget è ridotto, e allora hai l'impressione che il mondo della narrazione sia molto, molto piccolo?
Ecco, esattamente così.
Ristretto. Tutto.
Ristretto il cast, con personaggi importanti del libro che non vengono nemmeno nominati.
Ristretto il set, tutto si svolge in questo villaggio grande come uno sputo che uno si chiede... ma come diavolo fanno Lucy e Mina a conoscersi?
Non è un Posto al Sole, con tutto il rispetto! Dovrebbe essere Dracula! Invece no. Sempre i soliti quattro angoli di villaggio, le solite due stanze del castello - ma due di numero, eh. Contate - sempre la stessa inquadratura con il personaggio che si affaccia alla balaustra ripreso da sotto in su. La ristrettezza del contesto ha, inoltre, delle ripercussioni notevoli sulla struttura. Perché, per far arrivare tutti quanti in 'sto paesello, chiunque abbia scritto la sceneggiatura è stato costretto a ricorrere a pretesti uno via l'altro. Harker bibliotecario, signore del cielo?! E Renfield ridotto a scemo del villaggio?
Sono rigida? Sì, lo sono.
Per me il libro è canone. Regola. Dogma. Poi, se la trasposizione cinematografica è buona, ha senso, aggiunge qualcosa non ho nulla da ridire.
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? a Blade Runner assomiglia poco, ma non  mi azzarderei a dire nulla in proposito: sono splendidi entrambi.
Next - racconto - è bellissimo. Next - film - è... beh. È. Non aggiungiamo altro.
Insomma, in definitiva, sapete che c'è? Proprio come quando mangi qualcosa di dolce per toglierti dalla bocca un saporaccio, mi rileggerò Dracula. In lingua originale perché voglio vedere se è difficile o no. E poi, forse, mi riguarderò il film di Coppola. E cercherò di dimenticare che esiste una versione italiana di questa storia datata 2012.