lunedì 25 marzo 2013

I langolieri - un'analisi parte 1

Uno dei consigli che è più comune trovare nei manuali di scrittura è: leggi, guarda come fanno gli altri e vedi di imparare il più possibile.
Novelist's Boot Camp non fa eccezione in questo senso, solo... nessuno degli altri lo dice in modo così cool.
Mi fa venire in mente quando, diversi anni fa, dissi che, per imparare a fare un incipit, smonto e analizzo quelli che mi piacciono. Un autore italiano mi rispose che l'incipit era solo l'inizio del libro, niente di più e niente di meno, e non c'era nulla da smontare. Questione di punti di vista. 
Comunque lo intendevo in senso figurato, non mi sarei messa certo lì con le chiavi inglesi. (Ah, letto il suo incipit parecchie cose hanno trovato spiegazione).
Quando si tratta di un'intera storia, beh, mi diverto, a leggere, quindi parto con tutta la buona volontà, ma finisce sempre che sono troppo impegnata a godermi il viaggio per fare la pignola.
Però stavolta mi sono detta "eccheccavolo, lo faccio. ci provo". E non ho mica scelto una roba a caso: visto che l'ho letto da poco, mi è piaciuto e, oltre a molti pregi ha anche qualche difetto (secondo me), ho deciso di prendere I langolieri. Il Re in persona, siore e siori.
Ché voglio imparare e farlo da uno bravo.
Allora, siccome questo promette di essere un post lungo, lo spezzerò in più parti. Sicuramente non riuscirò a notare tutto, ma voglio buttare giù, come se questo fosse un normale block notes, le mie impressioni.
Stiamo parlando di qualcosa che ha più di duecento pagine ed è articolato in ben nove parti. Che ha un buon numero di personaggi, diversi punti di vista - anche se su quello ci voglio tornare - e, soprattutto, è un ottimo esempio, fra le altre cose, di come si costruisce e si rinfocola la tensione in una storia.
Ah, il disclaimer. Me li dimentico, ogni tanto, i disclaimer, ma stavolta è importante.
Quindi, ecco qui: questa non è una recensione, né una lettura critica. E chi sono, io, per improvvisarmi critico letterario? L'ho già detto: detesto i tuttologi e credo nelle competenze.
E ora vediamo di iniziare.
Se dovessi dire, così a freddo, la cosa che mi ha colpita maggiormente di questo racconto, della sua struttura è... il modo in cui tutto funziona. Un meccanismo perfettamente oliato. Non c'è niente che sia fuori posto, niente che sia stato messo a caso. E poi, in secondo luogo, ma quasi a parimerito, l'economicità. Avete presenti quelle persone che sembrano non sprecare mai la propria energia, quelle che si muovono in modo misurato, ma efficace?
I langolieri è così.
La storia inizia nella cabina di Boeing 767. Il Re ci presenta subito il protagonista, il comandante Brian Engle, e non perde tempo a dirci chi è e che cosa fa. Ce lo fa vedere negli attimi immediatamente dopo l'atterraggio a Los Angeles. Non ci dice che è un pilota. Ci dice che porta l'aereo a fermarsi fino all'hangar (sì, lo so, è show don't tell, ma in questo caso funziona).
Sappiamo che non è stato un volo tranquillo - hanno avuto un brutto problema di pressurizzazione che poteva diventare un disastro, ma del quale i passeggeri non si sono accorti. Come lo veniamo a sapere? Un po' direttamente dalla sua testa - che gli fa male - e un po' dal dialogo con il copilota che si è incaricato di allertare la compagnia e la sezione manutenzione. No, niente as you know Bob. Un dialogo credibile fra due colleghi di lavoro.
Dicevo, Brian ha mal di testa, è stanco e stressato e non vede l'ora di farsi una dormita di quattordici ore filate. Solo che mica è finita, no. Gli viene anche comunicato che la moglie - la ex-moglie - è probabilmente morta.
E qui il Re si dimostra un furbo di tre cotte, oh sì: mica ce lo spiattella se è morta sul serio (la persona incaricata di avvisare Brian alla sua domanda non risponde e abbassa gli occhi, quindi l'atteggiamento è chiaro) e, soprattutto, si guarda bene dal dirci come. E questo è il primo amo cui abbocca la nostra curiosità.
Nel secondo mini-capitolo, Brian è già a bordo di un volo per Boston - da pilota a passeggero - per andare dalla ex-moglie (defunta nell'incendio di casa, by the way). Stanco morto, dopo un po' di riflessioni in merito al divorzio, che ci aiutano a capire meglio chi sia, e un po' di dialogo con la hostess - la quale ci fornisce un dettaglio all'apparenza insignificante ma che diventerà importantissimo dopo  - il nostro protagonista si addormenta... e finisce il secondo capitolo.
Nel terzo, il punto di vista cambia: Dinah, una bambina cieca in viaggio con la zia, si sveglia dal sonnellino e scopre che accanto a sé non c'è nessuno. E che non sente nessun rumore intorno a sé. Prova a chiamare, non ha risposte.
E qui una precisazione: noi abbiamo già visto Dinah. L'abbiamo vista salire a bordo, accompagnata da una signora. Brian, nel precedente capitolo, ha notato gli occhialoni scuri e il modo in cui ha girato la testa quando l'altra le ha parlato e ha capito che doveva essere non vedente. Perciò, Dinah non esce dal cilindro come un coniglietto trallallà: King l'ha mostrata prima, come per caso, e poi la presenta con tutti i crismi. Questo ce la rende più, come dire, credibile. (Non intendo "credibile" nel senso "non stereotipata", intendo dire che il dettaglio del suo salire a bordo, completamente inconsapevole di essere osservata da qualcuno che ancora non conosce, ci fa pensare a una sua vita precedente l'inizio di questa storia.)
Comunque, Dinah è cieca, indifesa e sola in quello che pare un aereo deserto: ecco che il Re pigia il primo punto di pressione fobica. (Lo so, è un'espressione figa: non è farina del mio sacco: è King che la usa, in Danse Macabre.) Tornando a noi, mentre Dinah sta per avere una crisi isterica, cambia il capitolo e eccoci di nuovo con Brian, che sta facendo dei sogni angoscianti, popolati dalla ex-moglie e dai quali viene risvegliato dalle urla di Dinah.
Ve la faccio corta: il pilota non è l'unico a svegliarsi. Ci sono altre otto persone con lui. Per il resto, l'aereo è deserto. Le uniche tracce dei passeggeri scomparsi sono non-organiche: otturazioni, protesi, punti di sutura metallici, oltre che borse e bagagli. Delle hostess non rimane traccia se non il carrello delle bibite con bicchieri ancora sporchi, che testimonia come siano sparite nel bel mezzo delle loro funzioni. La situazione è piuttosto classica: l'enigma della Mary Celeste trasportato su un velivolo passeggeri nel bel mezzo del volo (quindi senza possibilità di fuga).
La prima parte finisce con Brian che contempla la possibilità di trovare deserta pure la cabina di pilotaggio.
In più o meno sei pagine - sei - il Re ci ha detto: cosa sta succedendo, a chi (non a tutti, ma abbiamo capito che ci ha fatto vedere i più importanti) e ci ha sbattuto sul muso il problema contingente che deve essere risolto.
Sei pagine. Non dieci, venti, cinquanta. Sei.
Cosa posso dedurre da questo inizio di analisi?

1. Non te la menare con le pippe mentali, non stare lì ad arzigogolare discorsi per far vedere quanto sei bravo, ma datti una mossa e chiarisci i personaggi e la posta in gioco prima possibile. Metti la storia in  moto e fallo subito.
2. Quando devi dare al lettore delle informazioni fai in modo che ne abbia bisogno anche il protagonista: così si evita il famoso fenomeno dell'as you know Bob - una delle cose che più detesto quando leggo. E non spiattellargli subito tutto: procedi con ciò di cui ha bisogno nell'immediato. Al resto ci pensi dopo.
3. I dialoghi, credibili e che vanno quanto più possibile dritti al punto. In una situazione di emergenza come quella che King ci sta presentando, ha poco senso che i personaggi cazzeggino fra interiezioni, domande retoriche e voli pindarici.
E con questo concludo la mia prima parte.

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